E’ colpa di…

E’ colpa

  • dei  vecchi
  • degli ubriaconi dei pub
  • dei campagnoli
  • dei cafoni
  • dei razzisti
  • dei pazzi
  • di Salvini
  • di Trump
  • di Carlo Conti
  • degli ignoranti
  • della disuguaglianza
  • del TTIP
  • dei bevitori incalliti di thè

e chi più ne ha più ne metta.

E’ certamente possibile fare finta che questo non sia un risultato in continuità con il no di Francia e Olanda alla Costituzione Europea. Ma è impossibile non riconoscere come da qualche anno il progetto europeo venga costantemente bocciato dai cittadini europei chiamati ad esprimersi. Forse è il caso di chiedersi se, dove e perchè stanno sbagliando le elitè europee, dato che aspiriamo ad esserne parte, almeno a parole. Se davvero pensate che non stiano sbagliando nulla, potete sempre divertirvi ad allungare la lista di colpe di cui sopra: magari prima o poi ci azzeccherete.

 

Nicolò Bragazza

C’Avete Trivellato i Coglioni

Mamma mia che volgarità! Ecco, proprio come una trivella vorrei girare un po’ attorno al punto prima di centrarlo, partendo con una supercazzola sul metodo: i problemi politici possono coinvolgere la sfera ideale a vari livelli, e possono pertanto essere anche concretissimi; quando ciò è vero, tanto più ideologico è l’approccio, tanto più retorica sarà la risposta.

Nel caso di questa consultazione referendaria la domanda è assai precisa, ovvero “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati gli impianti in attività nelle acque territoriali italiane, anche se i giacimenti non fossero ancora esauriti?”. Personalmente leggerei così la domanda “Ritieni che l’impatto ambientale dell’estrazione sia più grave del fermo di impianti già realizzati e funzionanti?” e, in ogni caso, la domanda non è certo “Il petrolio è giusto o sbagliato?”, sfruttare la scheda del 17 aprile per rispondere ad una domanda più ampia, sentita forse dall’amico immaginario, è banalmente fuori luogo.

Il fatto che il problema sia concretissimo non preclude diverse chiavi di lettura, ed anzi impone la conciliazione tra aspetti economici ed ambientali (e se pensate che siano due cose completamente diverse documentatevi sul concetto di esternalità e scoprirete che l’economia non è la scienza del male). La mia farneticante sensazione è, l’avrete capito, che questo referendum catalizzi il dibattito sulle fonti energetiche e che chi voti lo faccia prescindendo dal problema in questione, ma, concedetemi il francesismo, è inutile interessarsi di politica se della realtà non ve ne fotte un cazzo.

E ora veniamo ai fatti

Il referendum sulle trivelle riguarda il solo rinnovo delle concessioni agli impianti situati entro le 12 miglia dalla costa italiana. Si tratta di 92 impianti corrispondenti a 21 concessioni, la cui attività estrattiva copre circa l’1% del consumo nazionale di petrolio e il 3-4% di quello di metano. Per quanto riguarda l’attivazione di nuove piattaforme in tale zona vige il divieto dal 2006. 

L’esito positivo del referendum impedirebbe al legislatore il rinnovo delle concessioni, l’esito negativo del referendum lascerebbe inalterata la situazione – le concessioni potrebbero essere rinnovate oppure no.

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Nel 2014 la produzione di elettricità da combustibili fossili ha rappresentato il 63,5% del fabbisogno nazionale lordo, mentre il restante 36.5% è stato coperto da fonti rinnovabili. Nello stesso anno l’Italia ha importato il 71.5% dei consumi di gas naturale e il 92.9% di quelli di petrolio; principalmente da paesi ex-URSS (45% del gas e 42% del greggio), dall’Africa (35% del gas e 24% del greggio), e dal Medio Oriente (23.5% del greggio).

A gestire le piattaforme che rischiano di chiudere per via del referendum è soprattutto la nostra Eni. La cane a sei zampe della Repubblica italiana è azionista di maggioranza in 76 dei 92 impianti, Edison ne possiede 15 e Rockhopper 1.

Gli investimenti nella zona sono in calo: dopo Petroceltic e Shell Italia anche Transunion Petroleum ha rinunciato alle ricerche di gas e petrolio nel Golfo di Taranto e nel Canale di Sicilia. Una decisione derivata dal rigetto parziale delle istanze da parte del ministero dello Sviluppo economico, in attuazione della legge di Stabilità.

Le quota delle royalties versate da società petrolifere riconducibile agli impianti entro i 12 km dalle coste è di 38 milioni di euro.

Le spese certe  di ogni consultazione referendaria, escludendo i costi indiretti sostenuti dai cittadini, variano tra i 170 e i 200 milioni di euro. Per il referendum in questione la stima dei costi è 370 milioni di euro.

L’unico incidente relativo a questi impianti nella storia italiana è avvenuto al largo di Ravenna nel 1965: le conseguenze sono state 3 morti, ma nessun danno ambientale rilevante.

Degno di nota è infine lo scambio di battute tra gli allegri burloni di Greenpeace  e i plausibilmente più anziani ma comunque animosi Ottimisti e Razionali .

Inoltre un po’ argomenti semiseri e sfusi

“Attorno alle piattaforme non si riesce a pescare, quindi sono una sorta di riserva per la fauna marittima locale”

“Se il referendum per le trivellazioni prevede anche l’eliminazione di quelle terribili piattaforme che piazzano al largo gli stabilimenti balneari allora è doveroso andare a votare sì”

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“Gli incidenti dipendenti dalle piattaforme di trivellazione dipendono da moti della crosta terrestre ed errori umani, entrambi fattori piuttosto imprevedibili”

“Gli impianti sono lì da anni gli effetti negativi sul turismo, se ne hanno, li hanno già sortiti”

Un eventuale sì allontanerà ancora più gli investimenti stranieri dal nostro Paese, a prescindere dal settore

“Fermare le trivellazioni potrebbe dare un segnale forte, utile alla causa delle rinnovabili

“Se anche passasse il sì le trivellazioni nell’Adriatico proseguirebbero in Croazia, Montenegro e Grecia

Ma tra tutti gli argomenti possibili, in tutto l’universo del dialogo democratico, uno solo si merita indubbiamente il titolo dell’articolo, uno solo ci ha davvero, incredibilmente, trivellato i coglioni, e voi lo conoscete bene:

Sì Zio, ma se sei per il no devi andare a votare, non puoi startene a casa!

Ma cosa potrà mai pensare chi mette in fila dei significanti del genere? Passi magari il sentimento di umanissima rivalsa nei confronti di chi può esprimersi pur rimanendo all’Xbox, passi, un po’ meno, l’arguzia politica dello spaccare il fronte avversario in due, ma quello che più temo e ancora più spesso sento è qualcosa del tipo “Votare è giusto!” e qui davvero siamo nella sfera contenutistica del flagellante medievale.

Votare è lo strumento con cui il cittadino esercita un effetto sostanziale sul governo della cosa pubblica. Quando l’effetto desiderato è ottenibile anche tramite l’astensione ciò che resta è il mito del voto – alternativa dominata – in quanto tale, e ciò, cari amici tendenzialmente socialisti e anticlericali, è largo circa religione, e se volete pregare trovo che un crocefisso sia meglio delle urne.

La mia lettura vi è chiara fin dalla testata, non trovo una ragion d’essere a questo referendum perché si applica ad una casistica ristrettissima, riguarda un problema quasi del tutto tecnico, e difficilmente la forbice tra le due possibili alternative, a prescindere da quale riteniate più corretta, potrà superare il costo della consultazione.

Se siete arrivati addirittura qui in fondo permettetemi un ultimo spassionato consiglio: piuttosto che leggere altri articoli sulle trivelle preparatevi al 17 con degli occhiali ignoranti, pronti per il sole d’Aprile.

Nicola Rossi

Salario Minimo Al’Italiana

In questo periodo si sente parlare spesso in Italia, Europa o Stati Uniti, di giustizia sociale e condizioni di lavoro che consentano una vita “dignitosa” (qualunque cosa questo significhi).

Spesso, quindi, si discute dell’introduzione del “minimum wage”, il salario minimo, per consentire ai lavoratori a basso potere contrattuale uno stipendio “dignitoso”.

Dunque, varrebbe la pena introdurlo anche da noi in Italia? Gli Stati Uniti hanno introdotto una simile pratica molto tempo fa. Anche la Germania ha fatto altrettanto in tempi molto più recenti.

Tuttavia, per quanto felici (o no) possano essere gli esempi di chi prima ha adottato questa legge, ricordiamoci che il lavoro è una merce, come molte altre, e ha un prezzo stabilito tra chi vende e chi compra. Introdurre leggi che regolino questo prezzo è simile a introdurre leggi che regolino il prezzo della benzina, o di certi cibi, o delle case. La presunzione che i governi hanno di saper meglio del mercato quali prezzi assegnare a diversi beni ha storicamente portato a condizioni di scarsa felicità, per usare un eufemismo.

Comunque, prima di giungere a conclusioni affrettate riguardo i provvedimenti di cui avrebbe bisogno il nostro paese sarebbe meglio concentrarci su cosa sarebbe effettivamente possibile fare, evitando soprattutto di paragonare l’Italia ad altre nazioni, le cui necessità sono ben diverse.

Introdurre un salario minimo legale comporterebbe assumersi numerosi rischi e soprattutto far fronte a quello che in termini economici definiamo un trade-off: libertà contrattuale o pane per tutti? Questione di priorità.

Sappiamo da dati storici e da semplici modelli microeconomici di domanda e offerta che l’aumento del salario minimo, equivalente a un aumento del prezzo del bene Lavoro, provocherebbe un calo della domanda e quindi, necessariamente, un aumento della disoccupazione.

Ecco allora che lo Stato dovrebbe interferire ulteriormente attraverso l’utilizzo di ammortizzatori interni, per sopperire all’aumento della disoccupazione che il salario minimo causerebbe. Tuttavia, una indennità di disoccupazione eccessivamente elevata potrebbe scoraggiare i lavoratori.

Cominciamo quindi a chiederci se il gioco vale la candela, senza dimenticare che in momenti di crisi il costo del lavoro di solito si abbassa per consentire la ripresa. La nostra economia soffre di una crisi produttiva e gravarla di una “tassa” indiretta, cioè un costo, come il salario minimo potrebbe non essere la mossa giusta per aiutarla a ripartire. Ad ogni modo, in Italia le aziende che non applicano i contratti nazionali sono tenute a rispettare i minimi salariali da essi stabiliti, motivo per cui la sua introduzione rappresenterebbe un radicale cambiamento all’interno delle relazioni industriali.

L’introduzione del salario minimo potrebbe paradossalmente aumentare la concorrenza nel mercato del lavoro a sfavore dei più bisognosi e dei meno preparati, perché costringerebbe gli imprenditori a cercare disperatamente qualcuno che “valga” i soldi che lo Stato costringe a pagare. L’esperienza (discutibilmente positiva) della Germania ci insegna poi che uno degli effetti negativi più rilevanti potrebbe registrarsi sull’apprendistato e sulla formazione dei giovani.

Applicare il salario minimo dai 18 anni vorrebbe dire incentivare gli studenti ad abbandonare o rinunciare alla formazione in apprendistato e scegliere lavori non qualificati, ma che garantiscono il salario minimo, rischiando di danneggiare il loro posto futuro all’interno dell’occupazione o addirittura, in maniera quanto mai controproducente, spingerli nelle braccia del lavoro nero, in un Paese dove quest’ultimo fa da padrone in molti settori.

Tra l’altro sappiamo che, in Germania, la contrattazione collettiva ha subito numerosi aggiustamenti che l’hanno portata a virare sempre più verso una contrattazione aziendale tout court e il lavoro nero non ha ancora attecchito come in Italia. Per questo motivo, il salario minimo legale protegge i lavoratori a basso potere contrattuale, senza impattare su altri aspetti della contrattazione.

Ma nel nostro paese le cose probabilmente andrebbero in maniera diversa: il sistema politico italiano, a cui spetta prendere le decisioni sul salario legale, in assenza di forte decentramento contrattuale, potrebbe facilmente utilizzarlo in modo improprio a fini elettorali, slegandosi quindi dalle dinamiche reali del mercato del lavoro.

Per concludere, se l’obiettivo del governo è l’aumento dei salari e la rinascita dell’economia, dubitiamo che l’introduzione artificiosa di un salario minimo possa funzionare. Per prosperare le aziende hanno bisogno di costi bassi e libertà di prendersi rischi.

Con la crescita economica arriva anche, normalmente, la crescita del salario.

In serenità possiamo dire che il mercato di solito consente di raggiungere gli obiettivi che il governo si prefissa ma che è, strutturalmente, incapace di raggiungere.

Bisogna stare attenti a non lasciarsi fuorviare da esempi esterni su questo argomento: non è tutto ora ciò che luccica.

Luigi Falasconi

WES: bene ma non benissimo

Tra venerdì e domenica scorsi si è tenuto il Warwick Economic Summit, uno dei più grandi eventi di economia organizzati da studenti: tre giorni di conferenze a ritmo serrato, a cui hanno partecipato speaker e studenti da tutto il mondo, tra i quali una delegazione di Studenti Bocconiani Liberali.

Tornati a Milano, pensiamo che ci sia qualche considerazione da fare.

Il WES è frutto di un anno intero del lavoro di un vasto gruppo di studenti, che collabora a stretto contatto con l’università per creare un evento dai buoni contenuti, ma che colpisce sopratutto per lo sforzo logistico che richiede.

Al WES, infatti, partecipano circa 200 studenti esterni, che vengono accolti nell’hotel (sì, un hotel vero e proprio) del campus, dei quali gli organizzatori si prendono cura con notevole efficienza.

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Non solo l’organizzazione ha permesso che il campus sostenesse la presenza di 200 persone in più del solito, ma ha anche fornito diversi momenti di svago, tra colazioni, pause caffè e rinfreschi, fino al Ballo finale (che non è al livello del nostro Galà, ma non è stato affatto male).

Insomma, sotto l’aspetto organizzativo non ci sono critiche da fare e per noi che abbiamo partecipato è stato confortevole come essere in vacanza.

Tuttavia, l’aspetto più interessante del WES sono stati ovviamente gli interventi degli ospiti, che si sono distribuiti tra il pomeriggio e la sera di venerdì, tutto sabato e la mattina di domenica.

Abbiamo ascoltato Letta, il nostro ex primo ministro, parlare del futuro dell’euro, Jean-Francois Copè parlare delle soluzioni economiche e politiche al populismo dilagante, poi il premio Nobel Sir James Mirrlees commentare con tono molto pacato la “problematica” della crescente disuguaglianza e le sue cause, e ancora molti altri tra ricercatori ed economisti.

Gli interventi che abbiamo ascoltato erano fondamentalmente di due tipi.

I più interessanti e istruttivi erano le relazioni dei vari ricercatori che raccontavano dei loro ultimi lavori: abbiamo ascoltato degli ultimi progressi nello studio delle emozioni applicata alla teoria dei giochi, e abbiamo assistito alla presentazione di una nuova tecnica per misurare la felicità dei nostri antenati grazie ai libri che scrivevano.

Abbiamo anche ascoltato un divertentissimo intervento sulle caratteristiche che un leader deve avere in un mondo incerto come il nostro.

Gli interventi più controversi sono stati invece quelli sui problemi economici contemporanei, che a nostro parere sono stati interessanti, ma anche straordinariamente parziali e poco approfonditi.

Letta, ad esempio, ha parlato della crisi dell’euro, ma non ha accennato mezza volta all’insostenibilità del debito di molti dei paesi dell’eurozona; Copè si è lamentato del populismo, ma molto più di questo non ha fatto e non ha fornito grandi soluzioni; Dambisa Moyo, con il suo videomessaggio, ci ha lanciato un confuso segnale di pericolo in merito alla crescente disuguaglianza e alle conseguenze del cambiamento climatico; Sir Mirrlees, ugualmente, è stato deludente, a partire dall’introduzione del suo intervento, che si basava sulla famigerata ricerca Oxfam (che sfoggiava tecniche di misurazione fuorvianti e di cui si è molto discusso) sulla disuguaglianza della ricchezza.

Income inequality, social justice, accountability e climate change sono stati i temi più ricorrenti, nessuno particolarmente approfondito, nè discusso, ma tutti gettati nel mucchio delle preoccupazioni dell’establishment accademico e del suo pessimismo cosmico.

A esser sinceri, non ci aspettavamo altro.

I summit come questo (e Davos ci insegna) non sono fatti per mettere in discussione l’establishment, bensì per educare i giovani a nutrire le stesse preoccupazioni e lo stesso (giusto) senso di responsabilità dei nostri leader attuali.

Non è questa la sede per discutere del fatto che quegli stessi leader che sputano sentenze potrebbero essere i responsabili dei pericoli di cui ora ci avvertono corrucciando la fronte.

Ad ogni modo, abbiamo passato una divertentissima vacanza a Warwick e abbiamo anche imparato molto.

Per questo, consigliamo a tutti di partecipare l’anno prossimo.

Tuttavia, speriamo che in altre sedi ci sarà spazio per interrogarsi sulle opinioni più diffuse e per metterle in discussione, perchè non c’è avanzamento del pensiero senza uno sguardo critico sul mondo, in particolare in una disciplina così inquinata da interessi esterni come l’economia.

Se un’idea è abbracciata dall’establishment non è certo garanzia che sia corretta e come è stato giustamente detto al WES, sta a noi studenti interrogarci sul futuro.

Studenti Bocconiani Liberali

#IowaCaucus

Se siete degli schifosi  individualisti – e, se leggete questo blog, lo siete –  non potete non essere ultra-eccitati per le elezioni del paese che più significa per gli schifosi individualisti.
Tuttavia, se siete veramente degli schifosi individualisti, stanotte avete dormito beatamente, sicuri del fatto che qualcuno avrebbe fatto after al posto vostro, pronto a parlarvi dei primi cento metri della lunghissima maratona nota anche come primarie per le presidenziali USA, quelle che ci porteranno alle elezioni di Novembre, quelle  che sceglieranno il 45° Presidente americano.
Ebbene, avevate ragione.
Se siete su questo blog sarete senz’altro in fissa con concetti quali “libero mercato”, “small govt”, “libertà di scelta” etc etc. Avete fatto bene a dormire sereni? Nì. Ora vediamo perché.
Visto che, se riconosco l’uomo nella foto in testa alla homepage, sarete tutti una manica di repubblicani  incalliti, sbarazziamoci subito dei Democratici, così poi passiamo alle cose serie.
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I Dem che stanotte si son presentati ai caucus non son stati più di quelli che si son presentati nel 2008. Chiamati a scegliere tra Clinton e Sanders, impossibile non capirli.
Battute a parte, l’affluenza non eccezionale avrebbe dovuto avvantaggiare il candidato con la macchina più grossa, e invece…
Quelli che han sfidato la neve per chiudersi dentro una scuola, una palestra, una chiesa o un altro postaccio simile, si son spaccati a metà. Tolto lo zerovirgolaniente del troppo affascinante O’Malley – che si è ritirato dalla corsa -, la gara è stata un ansioso testa a testa tra Clinton e Sanders, rispettivamente fermi a 49,8 e 49,6% mentre scrivo.
Riconteggi e verifiche a parte per l’assegnazione dei (pochi) delegati in ballo, questo è un duro colpo per Hillary. Il pareggio infatti indebolisce chi appariva insormontabile e regala uno slancio enorme, sia per entusiasmo degli elettori, sia per attenzione mediatica, al senatore socialista ed alla sua campagna.
Ecco. Ho usato proprio quella parola. Proprio su questo blog.
Dovreste già aver compreso perché stanotte non era la notte adatta per dormir tranquilli.
Gli staff dei due candidati hanno già iniziato il lavoro di spinning: quello di Hillary si chiede se il risultato di Bernie possa essere considerato una vittoria nonostante un elettorato così congeniale (bianco e sensibile alle posizioni estremiste). La risposta dello staff di Sanders – scontata – butta tutto sempre su Davide e Golia.
Non tutto è perduto però. Nel 2008 l’ex first lady si trovò ad affrontare una situazione simile: Iowa in obamania. Non si perse d’animo e sbancò in NewHampshire. Ok, alla fine la nomination la vinse Obama, ma cerchiamo di non focalizzarci sulle cose macro (= incrociate le dita che non vinca il fuori di testa del Vermont).
E i Repubblicani invece? Che hanno combinato?
Hanno ferito The Donald e l’hanno ferito così brutalmente (i caucus si son svolti con un’affluenza record) che forse, stamattina, ci sta perfino un poco simpatico.
Tranquilli comunque, niente di serio. Noi reaganiani tifiamo per gli attori bellissimi dal sorriso smagliante, non per i fuori di testa.
Sul gradino più alto del podio, col 27 e rotti per cento dei voti, ci è salito Ted Cruz, senatore texano molto di destra, in difetto di phisique du role per la presidenza, odiato da tutta Washington, ma estremamente abile nel conquistare il miglior risultato mai raggiunto da un repubblicano durante i caucus in Iowa.
Un candidato-predicatore che ha occupato la lane dei conservatori evangelisti (vedi posizioni anti-aborto e anti-matrimoni-gay), ha saputo dialogare con i teapartisti e i repubblicani liberisti (vedi crociata contro i sussidi statali all’industria dell’etanolo) e, in generale, ha saputo dire cose molto molto molto di destra in maniera tutto sommato istituzionale.
Bonus: nel discorso della vittoria, attaccando il socialista di cui sopra, ha detto “Eventually you run out of other people’s money.” Che ve lo dico a fare?
Del secondo posto abbiamo già detto. Un deludente 24% per un Trump accreditato come tsunami inarrestabile. Appena la temperatura sarà scesa un po’, appena l’analisi sarà un po’ più affidabile, scopriremo cosa ha realmente danneggiato Trump. Forse i sondaggi basati su americani non davvero interessati alla politica, forse l’assenza dal dibattito dell’altra notte. Chi lo sa.
Il capolavoro comunque sta nel gradino più basso.
Marco Rubio, il candidato repubblicano più “presidenziabile” di tutti ha quasi raggiunto Trump, tallonandolo con un 23% che a momenti pareva potersi trasformare perfino in un secondo posto.
Marco è giovane, reaganiano, ottimista, convinto dell’eccezionalismo americano, arriva da uno degli swing states, la Florida, è amato dal partito, dagli elettori e pure da qualche democratico del Congresso. Nipote di immigrati cubani,  può sfondare nell’elettorato ispanico, unico modo per conquistare la presidenza. E l’ho già detto che arriva da uno degli swing states, la Florida?
La sua strategia, neppure troppo segreta, era ed è quella di arrivare 3° in Iowa, 2° in NewHampshire e 1° in South Carolina e/o Nevada.
Che dire: per ora sta lavorando davvero bene.
Il quarto posto è del neurochirurgo nero più famoso d’America: Ben Carson. L’altra notte, durante il dibattito organizzato da Fox e Google a Des Moines ha recitato il Prologue della Costituzione durante il final statement. Bellissimo.
Quindi ok, Ben è in gamba, un brav’uomo, educato e gentile. Qualche volta è fuori dalle righe, ma non è questo il problema: i dati economico-finanziari della sua campagna ci dicono che la sua corsa non è quella della presidenza, quindi speriamo che faccia un buon uso degli 8 delegati vinti stanotte e grazie e arrivederci.
Il quinto posto è una di quelle cose che ti scalda il cuore e che crea una piccola storia nella storia. Subito dietro il 9% di Ben Carson troviamo Rand Paul con un sorprendente 5%.
Sappiamo tutti che la lane dei libertarians non è sufficientemente larga per portare il son of Liberty alla nomination, però che dire: ha conquistato un delegato e noi libertarians e conservatarians non possiamo che essere felicissimi.
Rand è il vero came-back kid.
Da qui in poi invece è una valle di lacrime.
Jeb Bush, il povero Jeb Bush, che pure aveva dato ottima prova di se durante il dibattito dell’altra sera, s’è fermato al 2,8%. Forse ha sbagliato ciclo politico, forse ha sbagliato l’impostazione dell’intera campagna sin dall’inizio. Difficilmente si riprenderà.
Giusto per infierire: facendo due calcoli sulle spese di “Right to Rise”, il super PAC vicino a Bush, ogni voto ottenuto stanotte è costato una roba come 25 mila dollari.
There ain’t no such thing as a free vote, praticamente.
Carly Fiorina, ex CEO della HP, ha fatto peggio ancora: 1,9%.
Idem John Kasich, ex governatore dell’Ohio. Repubblicano ultra-moderato.
Mike Huckabee, lo zio strano del gruppo, ha preso l’1,8% delle preferenze ed ha interrotto la corsa.
Anche Chris Christie, il RINO per eccellenza, governatore del New Jersey, 1,8%.
Rick Santorum 1%.
Jim Gilmore, non pervenuto.
Ora tirate un sospiro di sollievo e ricordate che la corsa dura diversi mesi e che nel 2008, in Iowa vinse Huckabee; nel 2012, Rick Santorum.
Detto questo, la corsa è ufficialmente cominciata.
Alessandro Cocco

Colpa delle statue

Il gesto, alquanto singolare, di nascondere i nudi di epoca Classica custoditi nei Musei Capitolini segna un ennesimo atto di genuflessione da parte dell’Italia (e se vogliamo, dell’Occidente tutto) alla potenza dell’Iran.

E così si scatena il putiferio: da una parte troviamo i partiti di destra, in prima battuta la Lega Nord, i quali non perdono occasione di denunciare le contrapposte forze politiche, per “un ennesimo atto di sottomissione ad un cultura che non è la nostra”; dall’altra, invece, abbiamo un Governo che definiremmo, per utilizzare un’espressione manzoniana, azzeccagarbugli, fra le smentite del Ministro della Cultura Dario Franceschini (è stata “una decisione incomprensibile”, “Non ne sapevamo nulla”), l’ira del premier Renzi (“Qualcuno pagherà!”, della serie “statevi attenti”) e l’accusa al capo del cerimoniale.
Dal canto suo, il presidente Rohani ha dichiarato, con gran spirito diplomatico, di non aver espresso alcun desiderio al riguardo, ringraziando poi “gli ospitali italiani che cercano di rendere il soggiorno dei loro ospiti il più piacevole possibile”.

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Comune denominatore caratterizzante l’intera faccenda è, ancora una volta, la volontà di concentrarsi soltanto sulla ricerca del potenziale “colpevole” piuttosto che riflettere in maniera critica e consapevole sull’accaduto.

Mi permetto quindi di tirare in gioco un padre secolare della filosofia politica come John Stuart Mill, liberale radicale le cui idee e il cui approccio, nonostante non abbiano trovato soluzioni al terrorismo dell’età moderna o al multiculturalismo, ci forniscono il giusto spunto per riflettere sui problemi della nostra società e sulle possibili soluzioni a questi ultimi.

Egli, nel suo più celebre saggio On Liberty, ci fa pensare di più e in maniera più critica circa l’idea che ci sia qualche elenco dei beni o diritti irrinunciabili che si applicano in ogni società. Allo stesso tempo, sostiene una rappresentazione dei criteri etici fondamentali che devono entrare nella nostra valutazione quotidiana su ciò che si può e deve essere fatto, qui e ora, in relazione alla nostra era.

Ed ecco allora, che il complesso gioco di compromessi con l’Iran non giustifica in alcun modo questo eccessivo compiacimento motivato solamente dal mero desiderio di condurre affari miliardari con la potenza mediorientale. E’ eticamente vietato mettere da parte i nostri più profondi valori al fine di salvaguardare i rapporti politici fra due nazioni.

Maneggiare in maniera così opportunistica la libertà artistica, simbolo imprescindibile della libertà in senso lato, non dimostra altro che un nostro ennesimo “deporre le armi” in questa battaglia intellettuale (e badate bene, mica nucleare), quasi a voler rinnegare le nostre radici.

La pavidità intellettuale e il servilismo culturale, non possono essere giustificati in alcun modo: questa non è tolleranza, questa è sottomissione ideologica, punto.

Luigi Falasconi

Pillole Blu (19/01/2016)

Settimana che comincia per il verso errato fra la pseudo recessione della Cina, il tracollo del prezzo del petrolio e le nuove manovre della BCE in ambito di tassi e sistema bancario. Dal canto suo, l’Italia di Matteo Renzi manda un forte appello di critica all’Unione Europea. Come sottofondo a tutto ciò, la vicenda degli istituti di credito e del fantomatico bail-in, seguiti a ruota da mormorii su una crescita ancora dello “0 virgola” a cui si cerca di addurre ormai le più disparate cause.

Buona proseguo da IlBocconianoLiberale!

Matrix

China GDP Slows to Weakest Since 2009 on Manufacturing Slide

19.01.2016
Bloomberg News

All’alba del nuovo anno sembrano prospettarsi scenari da incubo per la Cina e per l’economia globale. Saranno soltanto le solite turbolenze del mese di Gennaio o c’è qualcos’altro?

Il lato negativo del crollo dei prezzi del petrolio

19.01.2016
LaVoce
Jacopo Brilli

Nonostante le frizioni diplomatiche fra Iran e Arabia Saudita, la scarsa domanda di greggio continua a trascinare in basso il prezzo del petrolio. Attenta analisi su cause e conseguenze del fenomeno: ripresa a breve o a lungo termine?

Il mercato punta su un altro taglio del tasso Bce sui depositi. Che cosa cambia per i risparmiatori e per chi ha un mutuo

08.01.2016
IlSole24Ore
Vito Lops

Oltre a svalutazioni, Borsa e prezzo del petrolio, non dimentichiamoci dell’ennesimo taglio da parte di Francoforte sul tasso dei depositi (già di per se negativi). A sfavorire i risparmiatori e confermare le tendenze deflazionistiche, come se non bastasse, anche l’Euribor a 9 mesi e i tassi mensili e trimestrali mostrano dati da mettersi le mani nei capelli.

Matteo Renzi sharpens his rhetorical barbs at Brussels

18.01.2016
Financial Times
James Politi

Il Governo italiano agli occhi del FT e uno scapestrato Premier che aggredisce l’Europa su immigrazione, politiche fiscali e integrazione. Sarà forse che cominci a sentirsi il fiato sul collo di una sempre più forte opposizione?

Pa: inefficienze e corruzione costano più dell’evasione, oltre 100 miliardi

09.01.2016
La Repubblica
Sempre per rimanere in tema Italia, a rispondere ai difensori dell’evasione arrivano i dati: la pubblica amministrazione del nostro paese rimane attanagliata da una scarsa produttività e una facile corruzione.

Se il “bail-in” è il vero prezzo per l’Unione bancaria

08.01.2016
Istituto Bruno Leoni
Franco Debenedetti

Aspre critiche e dilemmi irrisolti sulla nuova direttiva bancaria BRRD sull’utilizzo del bail-in. Sempre più potere nelle mani dell’Autorità di risoluzione europea è ciò che presuppone una solida Unione Bancaria e il funzionamento di un mercato unico. L’Italia, nostro malgrado, rimane sempre un passo indietro.

COULD ITALY’S ECONOMIC STAGNATION ALSO BE DUE TO A FAILURE TO PROTECT PROPERTY RIGHTS?

08.01.2016
EpicenterBlog
Giacomo Lev Mannheimer

Concludo con un’analisi “liberale”, a mio avviso quanto mai interessante, sul ruolo giocato dalla protezione della proprietà privata fra le cause della stagnazione che caratterizza il nostro paese.

a cura di Luigi Falasconi

I <3 Bocconi #escile: una prospettiva hegeliana

Molti sarebbero tentati dallo spiegare il fenomeno “tette e culi per la tua università” con un noto adagio de “Il cavaliere Oscuro” per incasellare il fenomeno Joker: “Certi uomini (donne in questo caso) vogliono solo vedere bruciare il mondo”. Senza alcun fine, senza alcun motivo apparente: solo per il gusto di attizzare un’umanità varia e a tratti bestiale.
Ma nessuna interpretazione del fenomeno può essere più sbagliata di questa: qui non si tratta di voler vedere bruciare il mondo ma di una tappa fondamentale per pervenire ad una maggiore consapevolezza del ruolo che hanno le università nel formare classe dirigente. Dobbiamo perciò rinunciare alla spiegazione individuale del perché alcune ragazze “le escono”, perché la motivazione è la stessa che spinge altre ragazze “più caste” a pubblicare i loro selfie 15 volte al giorno con altrettanti filtri diversi: la voglia di ricordare agli altri e a se stessi di esistere.
A prima vista il mio potrebbe apparire un discorso paradossale, ma facciamoci aiutare da Hegel per comprendere il fenomeno e riportarlo nell’alveo della razionalità.

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Il mantra (il frame per usare un gergo più tecnico) che si va ripetendo, soprattutto nella nostra università, è il seguente: la vita è un percorso lineare. Se ti impegni prenderai bei voti. Se prendi bei voti avrai un buon lavoro. Se avrai un buon lavoro sarai felice. Questo è quello che ogni bocconiano si sente ripetere dal primo giorno in Università. Sia chiaro, se fosse vero che la vita è un percorso lineare il resto del problema sarebbe, almeno in una buona parte, vero. Questo modo di intendere la vita si riflette poi in un istinto di repulsione verso le novità che non siano accettate dalla maggioranza, e nell’incapacità di fare scelte coraggiose e di rottura. Chi bazzica l’ambiente associativo sa benissimo quanto la nostra Università sia ossessionata dalla sua immagine e come si prodighi costantemente per bloccare qualsiasi iniziativa che possa infastidire qualcuno. E questo è una variante della mentalità precedente: università fa solo cose nel mainstream, perciò non infastidirà nessuno, perciò la sua reputazione migliorerà. Ma questo non è assolutamente in linea con quello che dovrebbe essere un’università, come ho scritto qui: è solo un tentativo di mediare in quello che è uno scontro tra fazioni non ben identificate e questo non ha ovviamente nulla a che fare con la volontà di espandere la nostra conoscenza e di formare classe dirigente (che è fatta di persone con una visione indipendente rispetto a quella proposta dai vari editorialisti dei quotidiani). Questo ci introduce al fatto che molti interpretano il fenomeno “tette” nel senso “come è caduta in basso la nostra università”. Questi sono quelli che più hanno interiorizzato il discorso della nostra università, per cui, coerentemente, associare il nome Bocconi ad un paio di tette è al limite del sacrilego perché fuori da quello che è il branding pulito e rassicurante che viene proposto. E questa è la nostra tesi, in senso hegeliano.

L’antitesi è la comparsa del fenomeno tette: un paio di tette non è rassicurante e rompe lo schema precedente. Lo dimostra il fatto che la gente si spacca immediatamente in due fazioni che possiamo chiamare per comodità “allupati” e “bigotti”.
Le tette dividono, creano discussione e alimentano una gara a chi fa la battuta più divertente. Tutto questo urta la sensibilità di alcuni ed esalta la creatività di altri, in una spirale che termina per esaurimento più che per superamento.

Ma se questo articolo si propone di fare un’opera di interpretazione di stampo hegeliano, il suo compito è anche quello di preparare il terreno per il superamento di tesi e antitesi cosicché si pervenga alla sintesi vera e propria. Se la tesi è un’impostazione chiusa e bigotta rispetto alla vita e alla realtà, mentre l’antitesi è la negazione di questo per una spensierata distruzione di ogni ordine prestabilito, la sintesi deve essere, per usare un linguaggio più friendly, un mix di entrambe. E allora ecco che il fenomeno tette ci ricorda che dobbiamo prenderci un po’ meno sul serio e soprattutto che la consapevolezza di sé stessi e l’accumulazione della conoscenza non seguono sempre un percorso lineare. Quando la cappa di perbenismo e bigottismo (che in alcuni momenti possono svolgere un ruolo inconsciamente salvifico) diventa insopportabile si creano naturalmente le condizioni per la rottura. E rispetto a quello che è l’establishment di questo paese una rottura è necessaria ed è doveroso che arrivi proprio da quelle università che si propongono, per ragioni storiche, di sfornare classe dirigente.
Su una cosa, infatti, possiamo stare assolutamente tranquilli: se la classe dirigente del futuro sarà peggiore di quella attuale, non lo sarà perché ci sono gli allupati e le tipe che “escono” le tette.

Nicolò Bragazza

Pillole Blu (07/01/2016)

Dopo una breve ma intensa pausa, ripartiamo tutti ancor più carichi (o quasi, povero Presidente!) per questo 2016 che ci aspetta.Il governo e i media provano a farci dimenticare dei problemi di un Italia ancora in trappola con gli ultimi dati, apparentemente incoraggianti, sulla disoccupazione mentre le Borse di tutto il mondo pagano di nuovo il pegno per la sfiducia nei confronti dello Stato cinese. Ennesimo allarme suona poi alle porte dell’Europa per l’emergenza immigrati, ancora in ballo le sorti di un progetto che appare più confuso che mai. Un ricordo va, infine, alle vittime che un anno fa persero la vita nell’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo.
Un buon anno a tutti da IlBocconianoLiberale!

Matrix

Noi e le tasse

03.01.2016
IlFoglio
Giuliano Ferrara

Come concludere l’anno con una gaffe che definiremmo “all’italiana”, il Presidente Mattarella tocca il tasto dolente dell’eterna e ridondante indisciplina fiscale, caratteristica del nostro popolo. Sarà lo scarso senso dello stato, la nostra mirabile “arte di arrangiarsi” o cos’altro a renderci così speciali?

La classe politica è determinata a difendere lo status quo e tenere in vita un disastro basato su alta tassazione e spesa fuori controllo

02.01.2016
Il Giornale
Carlo Lottieri

“L’Italia non è in crisi perché gli italiani versano poche tasse, ma semmai perché lo Stato sottrae troppa ricchezza a quanti la producono.” La voce dell’Istituto Bruno Leoni e il punto di vista a noi più caro sulla faccenda espressi in maniera impeccabile da Carlo Lottieri.

Why global economic disaster is an unlikely event

05.01.2016
Financial Times
Martin Wolf

Imperdibili le previsioni su questo anno che ci aspetta a cura di Martin Wolf: l’economia globale alle prese contro le numerose pessimistiche previsioni; ma la situazione è davvero delle più disastrose? Della serie “barcollo ma non mollo”.

Charlie Hebdo anniversary: Paris police shoot man dead

07.01.2016
BBC News

Ad un anno dall’attentato che ha messo la Francia e l’Europa in ginocchio, a Parigi viene sventato un altro probabile massacro. Non siamo ancora sufficientemente stanchi di sentir urlare “Allah Akbar!” ?!

La Cina sospende il blocco automatico degli scambi, le Borse limitano i danni

07.01.2016
IlSole24Ore
Stefano Carrer

Borse europee in forte calo, investitori infastiditi dal blocco del meccanismo di “circuit breaker” da parte della Cina, prezzo del petrolio ancora debole, Iran e Arabia Saudita alle strette e l’aumento dei tassi di interesse. Buon 2016!

Declino di Schengen, declino dell’Ue

07.01.2016
East Online
Irene Giuntella

Il processo di integrazione ad opera dell’Unione Europea, già di per se lungo e tortuoso, sembra prendere nuovamente la piega sbagliata. Tuttavia, molti sono quelli che continuano a salvaguardare le decisioni di Schengen.

Il 2015 dell’occupazione

23.12.2015
La Voce
Bruno Anastasia

Occupazione in aumento ma ancora troppo ampio il divario fra la crescita nell’area del lavoro dipendente e quello indipendente, ancora con le mani legate. Secondo i dati Istat essa sembra dovuta ad un incremento dei rapporti a termine rispetto al tempo indeterminato. Da ricordare che non è sempre tutto oro quel che luccica.

US dollar will dictate broad market performance in 2016

06.01.16
Financial Times
John Bilton

Potenziali scenari per un Dollaro ancora troppo forte in seguito alla mossa apparentemente restrittiva della Fed. La necessità di una stabilizzazione apre la strada ad una ripresa in questo 2016, in particolare per i mercati emergenti.

A cura di Luigi Falasconi

 

Natale alla Mecca

Nel paese che non riesce a non buttare in caciara qualunque cosa, all’improvviso si è cominciato a porsi il problema della celebrazione del Natale.

Complice l’indelicata (e politicamente imbecille) mossa del preside della scuola di Rozzano, all’improvviso la priorità assoluta della discussione politica di uno Stato arrivato al settimo anno consecutivo di crisi economica è diventata quella di discutere di quali canti debbano o non debbano essere messi all’Indice questo 25 dicembre (“Ma le canzoni che parlano di neve e non di Gesù si possono cantare?”).

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Il Natale è guerra di religione, dimenticando che Gesù sia il secondo più grande profeta dell’Islam, oltre che ovviamente il Figlio di Dio per tutte le religioni cristiane che siano sopravvissute alla Pace di Vestfalia.

Il Natale è guerra di partiti, fra gli eredi dei partiti estremisti che una volta all’anno rivendicano le radici giudaico-cristiane, e gli eredi dei partiti democristiani che dicono che in fondo basta ricordarsene quando ci si trova nella cabina elettorale, ma il resto dell’anno meglio non dirlo troppo forte, anche se ci tengono a precisare che loro l’albero lo fanno tutti gli anni.

Ma a guardar bene ci si accorge che il Natale, più che altro, è guerra di poveri imbecilli, spesso troppo grotteschi per essere in malafede, spesso troppo in malafede per essere lombrosianamente decenti. Imbecilli che confondono la religione e la tradizione, che confondono la laicità e la storia, che confondono il rispetto con la censura, che confondono il coinvolgimento con il senso di vergogna.

Le lamentele per la celebrazione delle “feste cristiane” non sono mai venute da appartenenti ad altre religioni in Italia, ma sempre e soltanto da qualche peones dell’amministrazione pubblica (presidi, giudici, insegnanti, procuratori) in cerca di una improbabile carriera politica, o con l’aspirazione ad apparire sulla prima pagina del numero settimanale de L’Espresso o magari addirittura nella sezione “cultura” di Repubblica. Queste lamentele non sono mai venute da ebrei o musulmani o shintoisti o pastafariani, e cercare l’indomani delle stragi di Parigi di creare e aggiungere tensioni gettando altra benzina sul fuoco del fanatismo religioso, è solo una criminale operazione demagogica di politici terroristi, nel senso letterale di “coloro che fanno del terrore”.

Concludo: nel Natale del 1914, durante la Prima guerra mondiale, sul fronte occidentale le truppe tedesche, inglesi e francesi deposero le armi, lasciarono le trincee, e si scambiarono auguri, alcool e regali. Per pochi giorni, in un conflitto che ha lasciato 15 milioni di morti, senza che nessun generale o governo avesse organizzato alcunché, truppe nemiche interruppero la guerra, si trovarono a festeggiare, e giocarono a calcio. Non so se fra le truppe indiane-inglesi o nordafricane-francesi e quelle tedesche vi fossero indù, islamici o cristiani, ma il 25 dicembre 1914 tutti i soldati impegnati in guerra fecero una tregua per celebrare il Natale. E 100 anni dopo dichiararsi (metaforicamente) una guerra attorno a quella stessa giornata vuol dire non avere imparato nulla.

Andrea Inversini

Pillole Blu (15/12/2015)

Una settimana particolarmente calda, o forse non tanto (1.5° o 2°, questo è il dilemma), all’insegna del neo-fascismo di Donald Trump e dell’ennesima figura fatta dall’Italia agli occhi dei suoi cittadini, oltre che dell’Europa.

Una porta dopo un’altra il Giubileo procede e Papa Francesco è ormai ospite fisso sui nostri televisori.

A consolarci arriva almeno la notizia fresca dell’inaspettata sconfitta del Fronte Nazionale alle regionali in Francia.

Buona giornata a tutti!

Matrix

What if Donald Trump becomes president?

07.12.2015
Vox
Lee Drutman

Tre scenari divertenti su come la presidenza di Mr. Trump possa “rivoluzionare” (in negativo, ovviamente) gli USA. In questo caso più che di “Sogno Americano” potremo cominciare a parlare de “La Grande Fuga”.

COP21: Paris climate deal is ‘best chance to save planet’

13.12.2015
BBC News

A conclusione della Conferenza di Parigi, tanti obiettivi ma poche soluzioni e ampia fiducia agli Stati: ridurre il riscaldamento globale fino ad 1.5° non sarà mica troppo ambizioso?

La surreale vicenda della bancarotta delle banche

11.12.2015
NoiseFromAmerika

Alla luce del suicidio avvenuto a Civitavecchia lo scorso 28 Novembre, chiarissime considerazioni sulla “telenovelas” dello Stato italiano (Governo, Banca d’Italia, Consob e ABI) alle prese con il fallimento delle quattro banche.

Banche e Bail In: La prova delle colpe di Bankit e Consob

11.12.2015
LeoniBlog
Oscar Giannino

Tagliente critica nei confronti di un’Italia (quanto mai disonesta) ancora incapace di risolvere in maniera chiara e sistematica i suoi problemi interni. L’idea di un’Europa quale capro espiatorio dei nostri strafalcioni non dimostra altro che l’incompetenza di una classe politica confusa e di una finanza corrotta.

Il titolo sul Giubileo che non si può fare

08.12.2015
Il Foglio
Giuliano Ferrara

Nonostante il perenne timore per un potenziale attentato, la Porta Santa è stata aperta e i nostri amati media non fanno altro che bombardarci con immagini del Santo Pontefice. Avranno mica scambiato il Giubileo della Misericordia per “Expo Milano2015”?!

Fed, quattro buone ragioni per non alzare i tassi a dicembre

09.12.2015
IlSole24Ore
Martin Wolf

Una possibile divergenza fra le politiche monetarie in USA e EU potrebbe avere effetti davvero così disastrosi sull’economia globale? In attesa della prossima (oramai prevedibile) mossa della Fed, Martin Wolf ci suggerisce qualche spunto di riflessione al riguardo.

Shale Doesn’t Swing Oil Prices—OPEC Does

09.12.2015
Bloomberg
Peter Coy

Spaventati dalla caduta libera dei prezzi del petrolio, i mercati stentano a decollare. Coy smantella abilmente le argomentazioni di coloro che vedono nelle “shale companies” statunitensi il principale driver della volatilità dei prezzi dell’oro nero.

French elections: Front National makes no gains in final round

14.12.15
The Guardian
Angelique Chrisafis

Proprio quando tutto sembrava ormai fatto, ecco che Marine Le Pen inciampa nuovamente perdendo l’ennesima occasione.Potremmo dire: “Pericolo scansato”, forse.

A cura di Luigi Falasconi