WES: bene ma non benissimo

Tra venerdì e domenica scorsi si è tenuto il Warwick Economic Summit, uno dei più grandi eventi di economia organizzati da studenti: tre giorni di conferenze a ritmo serrato, a cui hanno partecipato speaker e studenti da tutto il mondo, tra i quali una delegazione di Studenti Bocconiani Liberali.

Tornati a Milano, pensiamo che ci sia qualche considerazione da fare.

Il WES è frutto di un anno intero del lavoro di un vasto gruppo di studenti, che collabora a stretto contatto con l’università per creare un evento dai buoni contenuti, ma che colpisce sopratutto per lo sforzo logistico che richiede.

Al WES, infatti, partecipano circa 200 studenti esterni, che vengono accolti nell’hotel (sì, un hotel vero e proprio) del campus, dei quali gli organizzatori si prendono cura con notevole efficienza.

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Non solo l’organizzazione ha permesso che il campus sostenesse la presenza di 200 persone in più del solito, ma ha anche fornito diversi momenti di svago, tra colazioni, pause caffè e rinfreschi, fino al Ballo finale (che non è al livello del nostro Galà, ma non è stato affatto male).

Insomma, sotto l’aspetto organizzativo non ci sono critiche da fare e per noi che abbiamo partecipato è stato confortevole come essere in vacanza.

Tuttavia, l’aspetto più interessante del WES sono stati ovviamente gli interventi degli ospiti, che si sono distribuiti tra il pomeriggio e la sera di venerdì, tutto sabato e la mattina di domenica.

Abbiamo ascoltato Letta, il nostro ex primo ministro, parlare del futuro dell’euro, Jean-Francois Copè parlare delle soluzioni economiche e politiche al populismo dilagante, poi il premio Nobel Sir James Mirrlees commentare con tono molto pacato la “problematica” della crescente disuguaglianza e le sue cause, e ancora molti altri tra ricercatori ed economisti.

Gli interventi che abbiamo ascoltato erano fondamentalmente di due tipi.

I più interessanti e istruttivi erano le relazioni dei vari ricercatori che raccontavano dei loro ultimi lavori: abbiamo ascoltato degli ultimi progressi nello studio delle emozioni applicata alla teoria dei giochi, e abbiamo assistito alla presentazione di una nuova tecnica per misurare la felicità dei nostri antenati grazie ai libri che scrivevano.

Abbiamo anche ascoltato un divertentissimo intervento sulle caratteristiche che un leader deve avere in un mondo incerto come il nostro.

Gli interventi più controversi sono stati invece quelli sui problemi economici contemporanei, che a nostro parere sono stati interessanti, ma anche straordinariamente parziali e poco approfonditi.

Letta, ad esempio, ha parlato della crisi dell’euro, ma non ha accennato mezza volta all’insostenibilità del debito di molti dei paesi dell’eurozona; Copè si è lamentato del populismo, ma molto più di questo non ha fatto e non ha fornito grandi soluzioni; Dambisa Moyo, con il suo videomessaggio, ci ha lanciato un confuso segnale di pericolo in merito alla crescente disuguaglianza e alle conseguenze del cambiamento climatico; Sir Mirrlees, ugualmente, è stato deludente, a partire dall’introduzione del suo intervento, che si basava sulla famigerata ricerca Oxfam (che sfoggiava tecniche di misurazione fuorvianti e di cui si è molto discusso) sulla disuguaglianza della ricchezza.

Income inequality, social justice, accountability e climate change sono stati i temi più ricorrenti, nessuno particolarmente approfondito, nè discusso, ma tutti gettati nel mucchio delle preoccupazioni dell’establishment accademico e del suo pessimismo cosmico.

A esser sinceri, non ci aspettavamo altro.

I summit come questo (e Davos ci insegna) non sono fatti per mettere in discussione l’establishment, bensì per educare i giovani a nutrire le stesse preoccupazioni e lo stesso (giusto) senso di responsabilità dei nostri leader attuali.

Non è questa la sede per discutere del fatto che quegli stessi leader che sputano sentenze potrebbero essere i responsabili dei pericoli di cui ora ci avvertono corrucciando la fronte.

Ad ogni modo, abbiamo passato una divertentissima vacanza a Warwick e abbiamo anche imparato molto.

Per questo, consigliamo a tutti di partecipare l’anno prossimo.

Tuttavia, speriamo che in altre sedi ci sarà spazio per interrogarsi sulle opinioni più diffuse e per metterle in discussione, perchè non c’è avanzamento del pensiero senza uno sguardo critico sul mondo, in particolare in una disciplina così inquinata da interessi esterni come l’economia.

Se un’idea è abbracciata dall’establishment non è certo garanzia che sia corretta e come è stato giustamente detto al WES, sta a noi studenti interrogarci sul futuro.

Studenti Bocconiani Liberali

#IowaCaucus

Se siete degli schifosi  individualisti – e, se leggete questo blog, lo siete –  non potete non essere ultra-eccitati per le elezioni del paese che più significa per gli schifosi individualisti.
Tuttavia, se siete veramente degli schifosi individualisti, stanotte avete dormito beatamente, sicuri del fatto che qualcuno avrebbe fatto after al posto vostro, pronto a parlarvi dei primi cento metri della lunghissima maratona nota anche come primarie per le presidenziali USA, quelle che ci porteranno alle elezioni di Novembre, quelle  che sceglieranno il 45° Presidente americano.
Ebbene, avevate ragione.
Se siete su questo blog sarete senz’altro in fissa con concetti quali “libero mercato”, “small govt”, “libertà di scelta” etc etc. Avete fatto bene a dormire sereni? Nì. Ora vediamo perché.
Visto che, se riconosco l’uomo nella foto in testa alla homepage, sarete tutti una manica di repubblicani  incalliti, sbarazziamoci subito dei Democratici, così poi passiamo alle cose serie.
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I Dem che stanotte si son presentati ai caucus non son stati più di quelli che si son presentati nel 2008. Chiamati a scegliere tra Clinton e Sanders, impossibile non capirli.
Battute a parte, l’affluenza non eccezionale avrebbe dovuto avvantaggiare il candidato con la macchina più grossa, e invece…
Quelli che han sfidato la neve per chiudersi dentro una scuola, una palestra, una chiesa o un altro postaccio simile, si son spaccati a metà. Tolto lo zerovirgolaniente del troppo affascinante O’Malley – che si è ritirato dalla corsa -, la gara è stata un ansioso testa a testa tra Clinton e Sanders, rispettivamente fermi a 49,8 e 49,6% mentre scrivo.
Riconteggi e verifiche a parte per l’assegnazione dei (pochi) delegati in ballo, questo è un duro colpo per Hillary. Il pareggio infatti indebolisce chi appariva insormontabile e regala uno slancio enorme, sia per entusiasmo degli elettori, sia per attenzione mediatica, al senatore socialista ed alla sua campagna.
Ecco. Ho usato proprio quella parola. Proprio su questo blog.
Dovreste già aver compreso perché stanotte non era la notte adatta per dormir tranquilli.
Gli staff dei due candidati hanno già iniziato il lavoro di spinning: quello di Hillary si chiede se il risultato di Bernie possa essere considerato una vittoria nonostante un elettorato così congeniale (bianco e sensibile alle posizioni estremiste). La risposta dello staff di Sanders – scontata – butta tutto sempre su Davide e Golia.
Non tutto è perduto però. Nel 2008 l’ex first lady si trovò ad affrontare una situazione simile: Iowa in obamania. Non si perse d’animo e sbancò in NewHampshire. Ok, alla fine la nomination la vinse Obama, ma cerchiamo di non focalizzarci sulle cose macro (= incrociate le dita che non vinca il fuori di testa del Vermont).
E i Repubblicani invece? Che hanno combinato?
Hanno ferito The Donald e l’hanno ferito così brutalmente (i caucus si son svolti con un’affluenza record) che forse, stamattina, ci sta perfino un poco simpatico.
Tranquilli comunque, niente di serio. Noi reaganiani tifiamo per gli attori bellissimi dal sorriso smagliante, non per i fuori di testa.
Sul gradino più alto del podio, col 27 e rotti per cento dei voti, ci è salito Ted Cruz, senatore texano molto di destra, in difetto di phisique du role per la presidenza, odiato da tutta Washington, ma estremamente abile nel conquistare il miglior risultato mai raggiunto da un repubblicano durante i caucus in Iowa.
Un candidato-predicatore che ha occupato la lane dei conservatori evangelisti (vedi posizioni anti-aborto e anti-matrimoni-gay), ha saputo dialogare con i teapartisti e i repubblicani liberisti (vedi crociata contro i sussidi statali all’industria dell’etanolo) e, in generale, ha saputo dire cose molto molto molto di destra in maniera tutto sommato istituzionale.
Bonus: nel discorso della vittoria, attaccando il socialista di cui sopra, ha detto “Eventually you run out of other people’s money.” Che ve lo dico a fare?
Del secondo posto abbiamo già detto. Un deludente 24% per un Trump accreditato come tsunami inarrestabile. Appena la temperatura sarà scesa un po’, appena l’analisi sarà un po’ più affidabile, scopriremo cosa ha realmente danneggiato Trump. Forse i sondaggi basati su americani non davvero interessati alla politica, forse l’assenza dal dibattito dell’altra notte. Chi lo sa.
Il capolavoro comunque sta nel gradino più basso.
Marco Rubio, il candidato repubblicano più “presidenziabile” di tutti ha quasi raggiunto Trump, tallonandolo con un 23% che a momenti pareva potersi trasformare perfino in un secondo posto.
Marco è giovane, reaganiano, ottimista, convinto dell’eccezionalismo americano, arriva da uno degli swing states, la Florida, è amato dal partito, dagli elettori e pure da qualche democratico del Congresso. Nipote di immigrati cubani,  può sfondare nell’elettorato ispanico, unico modo per conquistare la presidenza. E l’ho già detto che arriva da uno degli swing states, la Florida?
La sua strategia, neppure troppo segreta, era ed è quella di arrivare 3° in Iowa, 2° in NewHampshire e 1° in South Carolina e/o Nevada.
Che dire: per ora sta lavorando davvero bene.
Il quarto posto è del neurochirurgo nero più famoso d’America: Ben Carson. L’altra notte, durante il dibattito organizzato da Fox e Google a Des Moines ha recitato il Prologue della Costituzione durante il final statement. Bellissimo.
Quindi ok, Ben è in gamba, un brav’uomo, educato e gentile. Qualche volta è fuori dalle righe, ma non è questo il problema: i dati economico-finanziari della sua campagna ci dicono che la sua corsa non è quella della presidenza, quindi speriamo che faccia un buon uso degli 8 delegati vinti stanotte e grazie e arrivederci.
Il quinto posto è una di quelle cose che ti scalda il cuore e che crea una piccola storia nella storia. Subito dietro il 9% di Ben Carson troviamo Rand Paul con un sorprendente 5%.
Sappiamo tutti che la lane dei libertarians non è sufficientemente larga per portare il son of Liberty alla nomination, però che dire: ha conquistato un delegato e noi libertarians e conservatarians non possiamo che essere felicissimi.
Rand è il vero came-back kid.
Da qui in poi invece è una valle di lacrime.
Jeb Bush, il povero Jeb Bush, che pure aveva dato ottima prova di se durante il dibattito dell’altra sera, s’è fermato al 2,8%. Forse ha sbagliato ciclo politico, forse ha sbagliato l’impostazione dell’intera campagna sin dall’inizio. Difficilmente si riprenderà.
Giusto per infierire: facendo due calcoli sulle spese di “Right to Rise”, il super PAC vicino a Bush, ogni voto ottenuto stanotte è costato una roba come 25 mila dollari.
There ain’t no such thing as a free vote, praticamente.
Carly Fiorina, ex CEO della HP, ha fatto peggio ancora: 1,9%.
Idem John Kasich, ex governatore dell’Ohio. Repubblicano ultra-moderato.
Mike Huckabee, lo zio strano del gruppo, ha preso l’1,8% delle preferenze ed ha interrotto la corsa.
Anche Chris Christie, il RINO per eccellenza, governatore del New Jersey, 1,8%.
Rick Santorum 1%.
Jim Gilmore, non pervenuto.
Ora tirate un sospiro di sollievo e ricordate che la corsa dura diversi mesi e che nel 2008, in Iowa vinse Huckabee; nel 2012, Rick Santorum.
Detto questo, la corsa è ufficialmente cominciata.
Alessandro Cocco

Colpa delle statue

Il gesto, alquanto singolare, di nascondere i nudi di epoca Classica custoditi nei Musei Capitolini segna un ennesimo atto di genuflessione da parte dell’Italia (e se vogliamo, dell’Occidente tutto) alla potenza dell’Iran.

E così si scatena il putiferio: da una parte troviamo i partiti di destra, in prima battuta la Lega Nord, i quali non perdono occasione di denunciare le contrapposte forze politiche, per “un ennesimo atto di sottomissione ad un cultura che non è la nostra”; dall’altra, invece, abbiamo un Governo che definiremmo, per utilizzare un’espressione manzoniana, azzeccagarbugli, fra le smentite del Ministro della Cultura Dario Franceschini (è stata “una decisione incomprensibile”, “Non ne sapevamo nulla”), l’ira del premier Renzi (“Qualcuno pagherà!”, della serie “statevi attenti”) e l’accusa al capo del cerimoniale.
Dal canto suo, il presidente Rohani ha dichiarato, con gran spirito diplomatico, di non aver espresso alcun desiderio al riguardo, ringraziando poi “gli ospitali italiani che cercano di rendere il soggiorno dei loro ospiti il più piacevole possibile”.

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Comune denominatore caratterizzante l’intera faccenda è, ancora una volta, la volontà di concentrarsi soltanto sulla ricerca del potenziale “colpevole” piuttosto che riflettere in maniera critica e consapevole sull’accaduto.

Mi permetto quindi di tirare in gioco un padre secolare della filosofia politica come John Stuart Mill, liberale radicale le cui idee e il cui approccio, nonostante non abbiano trovato soluzioni al terrorismo dell’età moderna o al multiculturalismo, ci forniscono il giusto spunto per riflettere sui problemi della nostra società e sulle possibili soluzioni a questi ultimi.

Egli, nel suo più celebre saggio On Liberty, ci fa pensare di più e in maniera più critica circa l’idea che ci sia qualche elenco dei beni o diritti irrinunciabili che si applicano in ogni società. Allo stesso tempo, sostiene una rappresentazione dei criteri etici fondamentali che devono entrare nella nostra valutazione quotidiana su ciò che si può e deve essere fatto, qui e ora, in relazione alla nostra era.

Ed ecco allora, che il complesso gioco di compromessi con l’Iran non giustifica in alcun modo questo eccessivo compiacimento motivato solamente dal mero desiderio di condurre affari miliardari con la potenza mediorientale. E’ eticamente vietato mettere da parte i nostri più profondi valori al fine di salvaguardare i rapporti politici fra due nazioni.

Maneggiare in maniera così opportunistica la libertà artistica, simbolo imprescindibile della libertà in senso lato, non dimostra altro che un nostro ennesimo “deporre le armi” in questa battaglia intellettuale (e badate bene, mica nucleare), quasi a voler rinnegare le nostre radici.

La pavidità intellettuale e il servilismo culturale, non possono essere giustificati in alcun modo: questa non è tolleranza, questa è sottomissione ideologica, punto.

Luigi Falasconi

Pillole Blu (19/01/2016)

Settimana che comincia per il verso errato fra la pseudo recessione della Cina, il tracollo del prezzo del petrolio e le nuove manovre della BCE in ambito di tassi e sistema bancario. Dal canto suo, l’Italia di Matteo Renzi manda un forte appello di critica all’Unione Europea. Come sottofondo a tutto ciò, la vicenda degli istituti di credito e del fantomatico bail-in, seguiti a ruota da mormorii su una crescita ancora dello “0 virgola” a cui si cerca di addurre ormai le più disparate cause.

Buona proseguo da IlBocconianoLiberale!

Matrix

China GDP Slows to Weakest Since 2009 on Manufacturing Slide

19.01.2016
Bloomberg News

All’alba del nuovo anno sembrano prospettarsi scenari da incubo per la Cina e per l’economia globale. Saranno soltanto le solite turbolenze del mese di Gennaio o c’è qualcos’altro?

Il lato negativo del crollo dei prezzi del petrolio

19.01.2016
LaVoce
Jacopo Brilli

Nonostante le frizioni diplomatiche fra Iran e Arabia Saudita, la scarsa domanda di greggio continua a trascinare in basso il prezzo del petrolio. Attenta analisi su cause e conseguenze del fenomeno: ripresa a breve o a lungo termine?

Il mercato punta su un altro taglio del tasso Bce sui depositi. Che cosa cambia per i risparmiatori e per chi ha un mutuo

08.01.2016
IlSole24Ore
Vito Lops

Oltre a svalutazioni, Borsa e prezzo del petrolio, non dimentichiamoci dell’ennesimo taglio da parte di Francoforte sul tasso dei depositi (già di per se negativi). A sfavorire i risparmiatori e confermare le tendenze deflazionistiche, come se non bastasse, anche l’Euribor a 9 mesi e i tassi mensili e trimestrali mostrano dati da mettersi le mani nei capelli.

Matteo Renzi sharpens his rhetorical barbs at Brussels

18.01.2016
Financial Times
James Politi

Il Governo italiano agli occhi del FT e uno scapestrato Premier che aggredisce l’Europa su immigrazione, politiche fiscali e integrazione. Sarà forse che cominci a sentirsi il fiato sul collo di una sempre più forte opposizione?

Pa: inefficienze e corruzione costano più dell’evasione, oltre 100 miliardi

09.01.2016
La Repubblica
Sempre per rimanere in tema Italia, a rispondere ai difensori dell’evasione arrivano i dati: la pubblica amministrazione del nostro paese rimane attanagliata da una scarsa produttività e una facile corruzione.

Se il “bail-in” è il vero prezzo per l’Unione bancaria

08.01.2016
Istituto Bruno Leoni
Franco Debenedetti

Aspre critiche e dilemmi irrisolti sulla nuova direttiva bancaria BRRD sull’utilizzo del bail-in. Sempre più potere nelle mani dell’Autorità di risoluzione europea è ciò che presuppone una solida Unione Bancaria e il funzionamento di un mercato unico. L’Italia, nostro malgrado, rimane sempre un passo indietro.

COULD ITALY’S ECONOMIC STAGNATION ALSO BE DUE TO A FAILURE TO PROTECT PROPERTY RIGHTS?

08.01.2016
EpicenterBlog
Giacomo Lev Mannheimer

Concludo con un’analisi “liberale”, a mio avviso quanto mai interessante, sul ruolo giocato dalla protezione della proprietà privata fra le cause della stagnazione che caratterizza il nostro paese.

a cura di Luigi Falasconi

I <3 Bocconi #escile: una prospettiva hegeliana

Molti sarebbero tentati dallo spiegare il fenomeno “tette e culi per la tua università” con un noto adagio de “Il cavaliere Oscuro” per incasellare il fenomeno Joker: “Certi uomini (donne in questo caso) vogliono solo vedere bruciare il mondo”. Senza alcun fine, senza alcun motivo apparente: solo per il gusto di attizzare un’umanità varia e a tratti bestiale.
Ma nessuna interpretazione del fenomeno può essere più sbagliata di questa: qui non si tratta di voler vedere bruciare il mondo ma di una tappa fondamentale per pervenire ad una maggiore consapevolezza del ruolo che hanno le università nel formare classe dirigente. Dobbiamo perciò rinunciare alla spiegazione individuale del perché alcune ragazze “le escono”, perché la motivazione è la stessa che spinge altre ragazze “più caste” a pubblicare i loro selfie 15 volte al giorno con altrettanti filtri diversi: la voglia di ricordare agli altri e a se stessi di esistere.
A prima vista il mio potrebbe apparire un discorso paradossale, ma facciamoci aiutare da Hegel per comprendere il fenomeno e riportarlo nell’alveo della razionalità.

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Il mantra (il frame per usare un gergo più tecnico) che si va ripetendo, soprattutto nella nostra università, è il seguente: la vita è un percorso lineare. Se ti impegni prenderai bei voti. Se prendi bei voti avrai un buon lavoro. Se avrai un buon lavoro sarai felice. Questo è quello che ogni bocconiano si sente ripetere dal primo giorno in Università. Sia chiaro, se fosse vero che la vita è un percorso lineare il resto del problema sarebbe, almeno in una buona parte, vero. Questo modo di intendere la vita si riflette poi in un istinto di repulsione verso le novità che non siano accettate dalla maggioranza, e nell’incapacità di fare scelte coraggiose e di rottura. Chi bazzica l’ambiente associativo sa benissimo quanto la nostra Università sia ossessionata dalla sua immagine e come si prodighi costantemente per bloccare qualsiasi iniziativa che possa infastidire qualcuno. E questo è una variante della mentalità precedente: università fa solo cose nel mainstream, perciò non infastidirà nessuno, perciò la sua reputazione migliorerà. Ma questo non è assolutamente in linea con quello che dovrebbe essere un’università, come ho scritto qui: è solo un tentativo di mediare in quello che è uno scontro tra fazioni non ben identificate e questo non ha ovviamente nulla a che fare con la volontà di espandere la nostra conoscenza e di formare classe dirigente (che è fatta di persone con una visione indipendente rispetto a quella proposta dai vari editorialisti dei quotidiani). Questo ci introduce al fatto che molti interpretano il fenomeno “tette” nel senso “come è caduta in basso la nostra università”. Questi sono quelli che più hanno interiorizzato il discorso della nostra università, per cui, coerentemente, associare il nome Bocconi ad un paio di tette è al limite del sacrilego perché fuori da quello che è il branding pulito e rassicurante che viene proposto. E questa è la nostra tesi, in senso hegeliano.

L’antitesi è la comparsa del fenomeno tette: un paio di tette non è rassicurante e rompe lo schema precedente. Lo dimostra il fatto che la gente si spacca immediatamente in due fazioni che possiamo chiamare per comodità “allupati” e “bigotti”.
Le tette dividono, creano discussione e alimentano una gara a chi fa la battuta più divertente. Tutto questo urta la sensibilità di alcuni ed esalta la creatività di altri, in una spirale che termina per esaurimento più che per superamento.

Ma se questo articolo si propone di fare un’opera di interpretazione di stampo hegeliano, il suo compito è anche quello di preparare il terreno per il superamento di tesi e antitesi cosicché si pervenga alla sintesi vera e propria. Se la tesi è un’impostazione chiusa e bigotta rispetto alla vita e alla realtà, mentre l’antitesi è la negazione di questo per una spensierata distruzione di ogni ordine prestabilito, la sintesi deve essere, per usare un linguaggio più friendly, un mix di entrambe. E allora ecco che il fenomeno tette ci ricorda che dobbiamo prenderci un po’ meno sul serio e soprattutto che la consapevolezza di sé stessi e l’accumulazione della conoscenza non seguono sempre un percorso lineare. Quando la cappa di perbenismo e bigottismo (che in alcuni momenti possono svolgere un ruolo inconsciamente salvifico) diventa insopportabile si creano naturalmente le condizioni per la rottura. E rispetto a quello che è l’establishment di questo paese una rottura è necessaria ed è doveroso che arrivi proprio da quelle università che si propongono, per ragioni storiche, di sfornare classe dirigente.
Su una cosa, infatti, possiamo stare assolutamente tranquilli: se la classe dirigente del futuro sarà peggiore di quella attuale, non lo sarà perché ci sono gli allupati e le tipe che “escono” le tette.

Nicolò Bragazza

Pillole Blu (07/01/2016)

Dopo una breve ma intensa pausa, ripartiamo tutti ancor più carichi (o quasi, povero Presidente!) per questo 2016 che ci aspetta.Il governo e i media provano a farci dimenticare dei problemi di un Italia ancora in trappola con gli ultimi dati, apparentemente incoraggianti, sulla disoccupazione mentre le Borse di tutto il mondo pagano di nuovo il pegno per la sfiducia nei confronti dello Stato cinese. Ennesimo allarme suona poi alle porte dell’Europa per l’emergenza immigrati, ancora in ballo le sorti di un progetto che appare più confuso che mai. Un ricordo va, infine, alle vittime che un anno fa persero la vita nell’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo.
Un buon anno a tutti da IlBocconianoLiberale!

Matrix

Noi e le tasse

03.01.2016
IlFoglio
Giuliano Ferrara

Come concludere l’anno con una gaffe che definiremmo “all’italiana”, il Presidente Mattarella tocca il tasto dolente dell’eterna e ridondante indisciplina fiscale, caratteristica del nostro popolo. Sarà lo scarso senso dello stato, la nostra mirabile “arte di arrangiarsi” o cos’altro a renderci così speciali?

La classe politica è determinata a difendere lo status quo e tenere in vita un disastro basato su alta tassazione e spesa fuori controllo

02.01.2016
Il Giornale
Carlo Lottieri

“L’Italia non è in crisi perché gli italiani versano poche tasse, ma semmai perché lo Stato sottrae troppa ricchezza a quanti la producono.” La voce dell’Istituto Bruno Leoni e il punto di vista a noi più caro sulla faccenda espressi in maniera impeccabile da Carlo Lottieri.

Why global economic disaster is an unlikely event

05.01.2016
Financial Times
Martin Wolf

Imperdibili le previsioni su questo anno che ci aspetta a cura di Martin Wolf: l’economia globale alle prese contro le numerose pessimistiche previsioni; ma la situazione è davvero delle più disastrose? Della serie “barcollo ma non mollo”.

Charlie Hebdo anniversary: Paris police shoot man dead

07.01.2016
BBC News

Ad un anno dall’attentato che ha messo la Francia e l’Europa in ginocchio, a Parigi viene sventato un altro probabile massacro. Non siamo ancora sufficientemente stanchi di sentir urlare “Allah Akbar!” ?!

La Cina sospende il blocco automatico degli scambi, le Borse limitano i danni

07.01.2016
IlSole24Ore
Stefano Carrer

Borse europee in forte calo, investitori infastiditi dal blocco del meccanismo di “circuit breaker” da parte della Cina, prezzo del petrolio ancora debole, Iran e Arabia Saudita alle strette e l’aumento dei tassi di interesse. Buon 2016!

Declino di Schengen, declino dell’Ue

07.01.2016
East Online
Irene Giuntella

Il processo di integrazione ad opera dell’Unione Europea, già di per se lungo e tortuoso, sembra prendere nuovamente la piega sbagliata. Tuttavia, molti sono quelli che continuano a salvaguardare le decisioni di Schengen.

Il 2015 dell’occupazione

23.12.2015
La Voce
Bruno Anastasia

Occupazione in aumento ma ancora troppo ampio il divario fra la crescita nell’area del lavoro dipendente e quello indipendente, ancora con le mani legate. Secondo i dati Istat essa sembra dovuta ad un incremento dei rapporti a termine rispetto al tempo indeterminato. Da ricordare che non è sempre tutto oro quel che luccica.

US dollar will dictate broad market performance in 2016

06.01.16
Financial Times
John Bilton

Potenziali scenari per un Dollaro ancora troppo forte in seguito alla mossa apparentemente restrittiva della Fed. La necessità di una stabilizzazione apre la strada ad una ripresa in questo 2016, in particolare per i mercati emergenti.

A cura di Luigi Falasconi

 

Natale alla Mecca

Nel paese che non riesce a non buttare in caciara qualunque cosa, all’improvviso si è cominciato a porsi il problema della celebrazione del Natale.

Complice l’indelicata (e politicamente imbecille) mossa del preside della scuola di Rozzano, all’improvviso la priorità assoluta della discussione politica di uno Stato arrivato al settimo anno consecutivo di crisi economica è diventata quella di discutere di quali canti debbano o non debbano essere messi all’Indice questo 25 dicembre (“Ma le canzoni che parlano di neve e non di Gesù si possono cantare?”).

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Il Natale è guerra di religione, dimenticando che Gesù sia il secondo più grande profeta dell’Islam, oltre che ovviamente il Figlio di Dio per tutte le religioni cristiane che siano sopravvissute alla Pace di Vestfalia.

Il Natale è guerra di partiti, fra gli eredi dei partiti estremisti che una volta all’anno rivendicano le radici giudaico-cristiane, e gli eredi dei partiti democristiani che dicono che in fondo basta ricordarsene quando ci si trova nella cabina elettorale, ma il resto dell’anno meglio non dirlo troppo forte, anche se ci tengono a precisare che loro l’albero lo fanno tutti gli anni.

Ma a guardar bene ci si accorge che il Natale, più che altro, è guerra di poveri imbecilli, spesso troppo grotteschi per essere in malafede, spesso troppo in malafede per essere lombrosianamente decenti. Imbecilli che confondono la religione e la tradizione, che confondono la laicità e la storia, che confondono il rispetto con la censura, che confondono il coinvolgimento con il senso di vergogna.

Le lamentele per la celebrazione delle “feste cristiane” non sono mai venute da appartenenti ad altre religioni in Italia, ma sempre e soltanto da qualche peones dell’amministrazione pubblica (presidi, giudici, insegnanti, procuratori) in cerca di una improbabile carriera politica, o con l’aspirazione ad apparire sulla prima pagina del numero settimanale de L’Espresso o magari addirittura nella sezione “cultura” di Repubblica. Queste lamentele non sono mai venute da ebrei o musulmani o shintoisti o pastafariani, e cercare l’indomani delle stragi di Parigi di creare e aggiungere tensioni gettando altra benzina sul fuoco del fanatismo religioso, è solo una criminale operazione demagogica di politici terroristi, nel senso letterale di “coloro che fanno del terrore”.

Concludo: nel Natale del 1914, durante la Prima guerra mondiale, sul fronte occidentale le truppe tedesche, inglesi e francesi deposero le armi, lasciarono le trincee, e si scambiarono auguri, alcool e regali. Per pochi giorni, in un conflitto che ha lasciato 15 milioni di morti, senza che nessun generale o governo avesse organizzato alcunché, truppe nemiche interruppero la guerra, si trovarono a festeggiare, e giocarono a calcio. Non so se fra le truppe indiane-inglesi o nordafricane-francesi e quelle tedesche vi fossero indù, islamici o cristiani, ma il 25 dicembre 1914 tutti i soldati impegnati in guerra fecero una tregua per celebrare il Natale. E 100 anni dopo dichiararsi (metaforicamente) una guerra attorno a quella stessa giornata vuol dire non avere imparato nulla.

Andrea Inversini

Pillole Blu (15/12/2015)

Una settimana particolarmente calda, o forse non tanto (1.5° o 2°, questo è il dilemma), all’insegna del neo-fascismo di Donald Trump e dell’ennesima figura fatta dall’Italia agli occhi dei suoi cittadini, oltre che dell’Europa.

Una porta dopo un’altra il Giubileo procede e Papa Francesco è ormai ospite fisso sui nostri televisori.

A consolarci arriva almeno la notizia fresca dell’inaspettata sconfitta del Fronte Nazionale alle regionali in Francia.

Buona giornata a tutti!

Matrix

What if Donald Trump becomes president?

07.12.2015
Vox
Lee Drutman

Tre scenari divertenti su come la presidenza di Mr. Trump possa “rivoluzionare” (in negativo, ovviamente) gli USA. In questo caso più che di “Sogno Americano” potremo cominciare a parlare de “La Grande Fuga”.

COP21: Paris climate deal is ‘best chance to save planet’

13.12.2015
BBC News

A conclusione della Conferenza di Parigi, tanti obiettivi ma poche soluzioni e ampia fiducia agli Stati: ridurre il riscaldamento globale fino ad 1.5° non sarà mica troppo ambizioso?

La surreale vicenda della bancarotta delle banche

11.12.2015
NoiseFromAmerika

Alla luce del suicidio avvenuto a Civitavecchia lo scorso 28 Novembre, chiarissime considerazioni sulla “telenovelas” dello Stato italiano (Governo, Banca d’Italia, Consob e ABI) alle prese con il fallimento delle quattro banche.

Banche e Bail In: La prova delle colpe di Bankit e Consob

11.12.2015
LeoniBlog
Oscar Giannino

Tagliente critica nei confronti di un’Italia (quanto mai disonesta) ancora incapace di risolvere in maniera chiara e sistematica i suoi problemi interni. L’idea di un’Europa quale capro espiatorio dei nostri strafalcioni non dimostra altro che l’incompetenza di una classe politica confusa e di una finanza corrotta.

Il titolo sul Giubileo che non si può fare

08.12.2015
Il Foglio
Giuliano Ferrara

Nonostante il perenne timore per un potenziale attentato, la Porta Santa è stata aperta e i nostri amati media non fanno altro che bombardarci con immagini del Santo Pontefice. Avranno mica scambiato il Giubileo della Misericordia per “Expo Milano2015”?!

Fed, quattro buone ragioni per non alzare i tassi a dicembre

09.12.2015
IlSole24Ore
Martin Wolf

Una possibile divergenza fra le politiche monetarie in USA e EU potrebbe avere effetti davvero così disastrosi sull’economia globale? In attesa della prossima (oramai prevedibile) mossa della Fed, Martin Wolf ci suggerisce qualche spunto di riflessione al riguardo.

Shale Doesn’t Swing Oil Prices—OPEC Does

09.12.2015
Bloomberg
Peter Coy

Spaventati dalla caduta libera dei prezzi del petrolio, i mercati stentano a decollare. Coy smantella abilmente le argomentazioni di coloro che vedono nelle “shale companies” statunitensi il principale driver della volatilità dei prezzi dell’oro nero.

French elections: Front National makes no gains in final round

14.12.15
The Guardian
Angelique Chrisafis

Proprio quando tutto sembrava ormai fatto, ecco che Marine Le Pen inciampa nuovamente perdendo l’ennesima occasione.Potremmo dire: “Pericolo scansato”, forse.

A cura di Luigi Falasconi

Pillole Blu (5/12/2015)

Le notizie sono spesso troppe e troppo confuse perché riusciamo a seguirle.
Capita allora che ci disinteressiamo dall’attualità e nonostante l’abbondanza di informazioni finiamo per essere poco aggiornai sui fatti.
Il Bocconiano Liberale per questo vi propone una breve rassegna stampa, che verrà pubblicata ogni dieci giorni.
Useremo diverse fonti: quotidiani, periodici, persino altri blog.
Non sarà del tutto esaustiva, ma speriamo servirà almeno a darvi il polso dello strano, ma senz’altro bel mondo in cui viviamo.

Buona giornata!

Matrix

Mercato, l’Italia si apre (poco) E anche la Spagna ci sorpassaMercato, l’Italia si apre (poco) E anche la Spagna ci sorpassa
26.11.15
Corriere della Sera
Alessandra Puato

Out l’Indice delle liberalizzazioni 2014 elaborato dall’Istituto Bruno Leoni (Ibl), apertura del mercato alla concorrenza identificato quale mezzo imprescindibile per una sostanziosa crescita economica.

Ora che le 4 banche sono salve vi spieghiamo che significa e chi paga veramente
26.11.15
IlSole24Ore

Il controverso salvataggio delle 4 banche Italiane nelle sue cause e conseguenze analizzato in maniera efficace nella rubrica Econopoly.

«Sulle pensioni aprire il dossier della flessibilità in uscita»
01.12.15
IlSole24Ore
Dino Pesole

Riforme asservite al consenso politico e poca importanza data alla riduzione della spesa pubblica per alleggerire la pressione fiscale: è questa la strada giusta per una reale fuoriuscita dalla crisi?!

Ecco perché (forse) non ci sarà nessuna guerra tra Russia e Turchia
27.11.15
East
Danilo Elia

L’affacciarsi di una terza guerra mondiale non lascia assolutamente indifferenti ma Putin e Erdogan non sembrano essere realmente disposti a perdere quanto costruito in questi anni.

COP21: Paris conference could be climate turning point, says Obama
30.11.15
BBC News

Il servizio pubblico radiotelevisivo britannico sintetizza quelli che sono i punti chiave discussi durante la Conferenza sul Clima di Parigi, spiegandone poi con estrema chiarezza i tratti caratterizzanti.

Le conseguenze economiche di un attentato
24.11.15
LaVoce
Andrea Goldstein

Approfondimento sui potenziali effetti economici generati dall’attentato di Parigi dello scorso 13 novembre, questa volta consumi e investimenti non rimarranno indifferenti.

La risposta al terrorismo islamico non è nello statalismo onnipotente
28.11.15
IlFoglio
Carlo Lottieri

L’Europa non deve reagire al terrorismo statizzando gli affari pubblici e l’economia ma riabbracciando valori quali la libertà e la protezione dei diritti individuali: difenderci in maniera efficace vuol dire conoscere le proprie radici.

Draghi prepares for further monetary easing
24.11.15
Financial Times

Le prospettive di crescita e inflazione altamente deludenti lanciano un segnale alla BCE incoraggiando l’utilizzo di un secondo QE senza naturalmente lasciare indifferente l’opinione pubblica.

 

Delocalize Polonia

E la Polonia?” “Boh, tanta birra ,fa freddo, belle donne, uno di quei paesi dell’est dove farsi un giro e non tornare.”

Davvero?

La Polonia , si certo, è birra (Piwo), freddo, belle donne, ma vediamo cos’è di più.

E’ innanzitutto un paese che è stato martoriato dalle vicende storiche, per cent’anni il popolo polacco è stato sottoposto ad un tentativo di cancellazione delle sue radici culturali . Nonostante ciò i polacchi hanno oggi una fortissima identità, si riconoscono nel proprio paese, a mio giudizio sicuramente più di certi popoli mediterranei.

birra

Per strada ci imbattiamo nella persona media: sorride, è disponibile e quando vede che sei straniero cerca subito di farti capire che ti aiuterebbe, spiccica qualche parola in inglese, ma passa presto ai gesti per farsi capire. (L’inglese è conosciuto solo tra le generazioni più giovani, sempre con moderazione).

Gli studenti a Cracovia , si trovano fanno festa a base di Piwo e shot di “Wodka” (rigorosamente polacca, fruttata all’olfatto e dal sapore intenso, da non confondere con la Vodka, russa, la sola che arriva in Italia).

Le persone sono semplici, vedono un futuro di crescita, libertà economica e prosperità. I giovani sono dinamici e scambiano idee e in molti fondano aziende di trasporto merci o servizi di IT. Gli studenti sono motivati, sanno che una volta laureati, qualcosa da fare ci sarà di sicuro per loro.

…I magici anni del boom economico italiano insomma.

Ma cosa centra tutto questo con la delocalizzazione del nostro titolo?

Quella descritta è l’atmosfera che si respira. E gli stranieri che fanno?

Lo stato polacco è ben disposto ad accogliere gli stranieri, purché portino soldi, e gli italiani si spostano. Vittorio Merloni, presidente di Indesit, c’è andato nel 2007. “La scelta è dovuta esclusivamente a criteri di competitività sui mercati internazionali”, è il commento di Indesit per la stampa, quando viene annunciata la chiusura dello stabilimento storico di None, nel 2009, a favore dell’investimento in Polonia.

Cosa spinge le aziende italiane (e gli italiani stessi) a “delocalizzar(si)” in Polonia?

Wodka e Piwo sono un bell’incentivo, ma non sono da soli.

  • Stabilità politica, gli ultimi 8 anni di governo sono stati determinati da solide (ed efficaci) politiche per la crescita. Che ritornino sui propri passi, sembra improbabile.
  • Basso costo energia, la maggiore fonte è il carbone.
  • Alto livello formazione, i trentenni polacchi laureati erano quanti gli italiani nel 2000, dati del 2011 mostrano un netto sorpasso nei nostri confronti.formazione.jpg
  • Poche regole per l’impiego, e costo del lavoro del 30-35% in meno rispetto alle economie evolute dell’Europa occidentale. Tasso di occupazione elevato.
  • Pressione fiscale ridotta, moltissimi i vantaggi fiscali, primo tra tutto la deducibilità pressoché totale delle spese, per non parlare degli aiuti fiscali ed esenzioni d’imposta garantite nelle “zone economiche speciali”.

Interessante è il discorso sulle Zone a statuto speciale (SEZ), “ambienti protetti” dove installare centri di produzione e di ricerca con forti agevolazioni.

Il risultato? Gli FDI (investimenti diretti di capitale straniero) in dieci anni sono aumentati del +183%. L’economia ha imboccato una spirale positiva, che pare sostenibile a tutti, per primi a tutti quegli investitori inglesi, tedeschi e, soprattutto, italiani che spostano lì le loro fabbriche.

“Io un giro in Polonia me lo vado a fare, e magari ci ritorno”

E la cara Italia? Aspettiamo la ripresa.

Sperando.

 

Fabio Aprà

Quando evitare festoni a porte aperte

Tra le questioni più controverse del momento c’è senza dubbio l’immigrazione. Colpa della politica che tende a veicolare sempre più spesso messaggi semplicisti, e di un sistema di informazione che non fa nulla per spiegare alla gente un fenomeno difficile da inquadrare, l’immigrazione viene comunemente affrontata di pancia. Proveremo dunque in seguito a dare una lettura più razionale per cercare di inquadrare meglio il fenomeno.

Iniziamo dunque con qualche dato per capire di cosa stiamo parlando. Se nel 2014 le richieste d’asilo a livello europeo sono state 630mila, nei primi sei mesi del 2015 ne sono pervenute 420mila, con un’evidente trend positivo. La situazione complessiva però è distinta da quella italiana, che con 30mila richieste dei primi sei mesi dell’anno corrente sembra rimanere in linea con i numeri dell’anno precedente. Appare dunque evidente che i maggiori arrivi a livello europeo sono relativi alla rotta balcanica, che comprende i migranti provenienti prevalentemente dai Paesi mediorientali in guerra.

Il problema italiano però, ed è qui che il dibattito politico si anima, riguarda il totale degli sbarchi, comprendente quindi anche i “migranti economici”, che l’anno passato sono stati 170mila, e che quest’anno secondo le proiezioni dovrebbero rimanere costanti.

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Proviamo dunque a inquadrare il fenomeno e coglierne le cause, quanto meno quelle più recenti. Come piuttosto noto, il motivo dell’impennata degli arrivi in Europa negli ultimi due o tre anni è causato dall’instabilità politica che coinvolge molteplici aree, a partire dalla situazione del Medio Oriente (in cui la guerra civile siriana sta lacerando il paese e l’avvento dello Stato Islamico sta contribuendo a creare disordini e guerre, di cui si fatica pesantemente a cogliere le sfumature) passando per la situazione di fermento del Nord Africa, in cui a partire dalle primavere arabe si è faticato, per usare un eufemismo, a creare un equilibrio nella regione, per finire all’Africa sub-sahariana, territorio nel quale stanno avanzando gruppi terroristici quali Boko-Haram, cui va unito un progressivo inaridimento delle terre a complicare una situazione già esplosiva.

Ci sono però ragioni ulteriori, esclusivamente politiche, per le quali nell’ultimo periodo i flussi si sono intensificati. Esse riguardano la Turchia e la sua politica nei confronti dei migranti. Come evidenziato brillantemente da Limes, perché fino ad un paio di anni fa i migranti siriani venivano accolti in Turchia e qui si fermavano, mentre ora il governo turco lascia i migranti liberi di confluire a migliaia in Europa, i particolare sulle coste greche? È assolutamente ipotizzabile che dietro questo cambio di strategia ci sia la volontà di Ankara di esercitare una pressione sull’Europa, per fare in modo che prendano posizione in favore del rovesciamento del regime di al-Asad, e dell’affermazione di un “Islam politico” in Siria.

La medesima dinamica pare essere presente anche in Libia. Sebbene sia ricorrente sentir dire che è impossibile dialogare col governo libico per il semplice fatto che non esiste ma ne esistono due, e che quindi non si può fermare l’esodo dei migranti con accordi politici come si faceva ai tempi di Gheddafi, la verità è che il mercato illegale dei migranti sta dilagando grazie anche al consenso del governo di Tripoli (quello non riconosciuto dalla comunità internazionale), il quale usa l’arma dei flussi migratori come risposta all’atteggiamento francese e saudita, ma anche italiano, di riconoscere come governo legittimo quello di Tobruk.

Alla luce di tutto ciò risulta forse più chiaro come il fenomeno migratorio non sia qualcosa di semplice da arginare, ma è il risultato di una situazione di fermento che coinvolge un numero enorme di Stati, e che sarà veramente complicato sistemare nell’arco di anni, figuriamoci con soluzioni che i politicanti dichiarano di poter varare “domani mattina”.

Se è vero che siamo davanti ad un processo storico molto delicato, è anche vero però che l’Italia e l’Europa tutta stanno affrontando la questione in maniera del tutto inadeguata.

Non esiste ad oggi, dopo anni che è in atto il fenomeno in questione, una politica migratoria comunitaria, ma è lasciato ai singoli Stati il potere di prendere decisioni in materia. Il risultato è una frammentazione pazzesca, con Stati, vedi l’Ungheria, che ergono muri entro cui barricarsi, altri, vedi l’Italia e la Grecia, che sfavoriti dalla propria posizione geografica sono costretti a sobbarcarsi il peso di accogliere coloro che arrivano dal mare e trarli in salvo, e dopo aver fatto ciò, in nome del trattato di Dublino, di identificarli obbligando chi è stato registrato in Italia a rimanerci. Da qui la pratica tutta italiana (ma forse non solo) di “non vedere” molti immigrati per fare in modo che essi escano dalla penisola senza essere registrati, in modo che siano altri Stati a doverli accogliere e trattenere. Altri Stati infine a parole sono disposti ad aiutare i Paesi mediterranei a far fronte al problema, ma guai a parlar di quote di distribuzione.

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Quello che dovrebbe essere naturale fare nel breve termine sarebbe la creazione dei fantomatici hotspot, ovvero centri di riconoscimento dei profughi dislocati prevalentemente nei Paesi dove i migranti arrivano, ovvero Italia, Grecia e Ungheria ma non solo. Essi dovrebbero essere funzionali al rapido riconoscimento dei richiedenti asilo in modo da considerare l’accettabilità o meno della domanda, cosa che in Italia comporta tempistiche bibliche e conseguenti costi di gestione enormi. Manca però un dibattito sul tema più importante, ovvero chi vogliamo ospitare. La retorica di sinistra dell’accettare tutti è forse peggiore di quella nazional-populista. Paragonare la situazione attuale con quella degli italiani emigrati negli Stati Uniti nel secondo dopo guerra non è solo frutto di un’ignoranza spaventosa, ma di un’idiozia che fa incazzare. Al tempo gli Stati Uniti erano un Paese con prospettive di sviluppo enormi e largamente sottopopolato, quindi felice di accogliere braccia disposte a lavorare. L’Europa di oggi è invece un Paese (e già ho dei dubbi) provato da una crisi che stenta a passare, con prospettive di stagnazione economica, e con un mercato del lavoro così bloccato che in molti Stati, tra cui il nostro, quasi la metà dei giovani non ha un’occupazione. È quindi ovvio che non ci sono le condizioni per accogliere indiscriminatamente, ma bisogna creare dei distinguo. Pare che oggi si vada nella direzione in cui coloro che scappano dalla guerra debbano essere accolti, mentre chi scappa dalla fame e basta (i migranti economici) no. Posto che personalmente ho delle riserve sul fatto che il criterio dell’accettiamo quelli che scappano dalla guerra sia giusto, ma sarò io in torto, penso che vadano stabiliti altri parametri. Probabilmente ne ignoro di più significativi, ma credo che il patrimonio e il grado di istruzione debbano essere due elementi fondamentali. Come si può pensare di accogliere persone non istruite e senza una lira senza che questo vada a creare una situazione di disagio sociale? Ciò che è necessario è stabilire criteri che permettano di accogliere persone che siano in grado di inserirsi nel mondo del lavoro integrandosi così nella società, in modo tale da portare due benefici di cui abbiamo certamente bisogno, ovvero per prima cosa l’apporto di giovani lavoratori che contrastino il progressivo invecchiamento della popolazione, e in secondo luogo la creazione di un ambiente animato da una diversità culturale, da sempre vettore di idee e sviluppo.

Naturalmente queste sono idee, e sappiamo che tra questo e l’adozione di politiche che veramente affrontino la situazione ci passano decine di summit e incontri tra capi di Stato e ministri degli esteri, molti dei quali di nessuna utilità.

A proposito di summit, proprio nei giorni scorsi ce ne è stato uno a Malta tra i vertici europei e africani in cui si è andati nella direzione di costruire gli hotspot di cui sopra abbiamo parlato nei paesi africani dove i migranti transitano, in cambio di aiuti economici e dell’impegno ad accogliere coloro che verranno riconosciuti come profughi.

L’auspicio è che le idee proposte vengano rapidamente implementate, anche se come sappiamo i tempi della politica, soprattutto quando si cercano accordo internazionali, sono lunghi se non biblici.

Federico Castelli

Dove finisce la libertà

Giusto e sbagliato non esistono. Esistono le maggioranze e le minoranze. Esiste l’unanimità, quasi mai, o un’approssimazione di essa. Il pluralismo funziona attraverso maggioranze e minoranze, fissa regole che vanno rispettate non perché giuste, ma perché unico mezzo per garantire il vivere civile. Il conflitto esiste, perché è intrinseco all’idea di pluralismo, ma attraverso l’esercizio democratico resta un conflitto concettuale e (quasi) mai materiale

Per la verità giusto e sbagliato esistono, ma sono idiosincratici. E ogni aggregazione e generalizzazione sono impossibili. L’unica via pacifica è quella delle maggioranze e delle minoranze, delle regole e del pluralismo. Tuttavia, il sistema regge fintanto che tutti accettano la soggettività di giusto e sbagliato, finché tutti sono pronti a fissare per sé i canoni etici che ritengono migliori, ma non pretendono di imporre i medesimi canoni ad altri. A meno che questi non siano previsti dalle regole. Ha un valore la libertà? Se sì, l’unica via per preservarla è il pluralismo. La libertà è tutelata dalle regole, che sono decise dalla maggioranza e accettate dalla minoranza, che le rispetta in nome della libertà stessa e nella speranza di diventare domani maggioranza.

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Quando però un gruppo di individui rifiutano l’idiosincrasia del giusto e dello sbagliato, quando rigettano il pluralismo, l’unica via da seguire è schierarsi. Il pluralismo è fragile e quando viene messo in discussione deve essere protetto da coloro che, soggettivamente, ritengono sia migliore della dittatura del pensiero che viene contrapposta ad esso. Anche in questo caso non è questione di giusto o sbagliato, è questione di maggioranze e minoranze. Se la maggioranza pluralista è capace di vedere il problema, non sottovalutarlo, comprenderlo in tempo, allora la maggioranza prevale. Ma se questo non avviene, allora anche una minoranza può prevalere e imporre il proprio regime. Opposto a quello democratico pluralista. E può fare ciò proprio perché rifiuta le regole decise attraverso il pluralismo. Solo la comprensione e la reazione sono la soluzione. Il pluralismo ammette mediazioni su tutto, ma non ammette mediazioni, tergiversazioni, compromessi sul pluralismo stesso.

Il punto è che il Corano, e con esso l’Islam, è totalmente incompatibile con la società pluralista, perché nega la libertà e impone il pensiero unico. E non fa ciò a livello teologico o filosofico, come fanno altri testi sacri delle religioni monoteistiche, ma lo fa a livello pratico. La legge coranica è legge dello Stato, pensata per essere legge che regola la vita quotidiana della società. Ed é una legge in cui il pluralismo non trova spazio. L’Islam cosiddetto moderato è una particolare interpretazione del Corano in chiave pluralista, (per fortuna) utile per coloro che già integrati nella società pluralista, vogliono mantenere la loro tradizione musulmana. Ma quanto l’interpretazione è moderata ed escluse la Guerra Santa, l’accettazione del pluralismo è già avvenuta da parte dell’individuo. Ma questa è l’eccezione, la forzatura, non la regola e la normalità. Se non vogliamo che il nostro pluralismo soccomba, allora dobbiamo schierarci. Non è un problema di giusto o sbagliato in senso assoluto, ma di giusto e sbagliato relativo alla nostra morale. Ciò che dobbiamo chiederci è quanto valore diamo alla nostra libertà e alla nostra democrazia pluralista, al nostro vivere civile e alla nostra coesistenza pacifica. Se riteniamo che queste cose siano preziose e siano preferibili all’alternativa di una società monocratica governata dalla legge religiosa mussulmana, allora è necessario reagire e schierarsi. E il problema non si può risolvere con il dialogo, in modo pluralista o democratico, proprio perché la controparte rifiuta il pluralismo e ha come scopo la sua eliminazione.

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Pazienza e tolleranza sono stati i principi applicati con cura nella gestione delle primavere arabe e nell’inerzia applicata fino a ieri nel combattere l’Isis. I risultati di questa strategia sono stati di fortificare la belva, di renderla meno controllabile, più efficace e più pericolosa. Questo atteggiamento è stato molto comodo e conveniente per i governi occidentali negli ultimi anni. La cultura della comprensione e della differenziazione a tutti i costi sono state pervasive, cosicché l’elettorato sarebbe stato molto poco comprensivo rispetto a interventi diretti e incisivi contro un pericolo non imminente. Penso che la strategia, da parte dei terroristi musulmani, di creare terrore, guerra, fame e povertà nei territori mediorientali sia stata precisamente mirata a creare l’ondata migratoria che si è verificata negli ultimi mesi. E l’obiettivo di questa strategia era di creare tensioni, asti, paralisi decisionale tra coloro che, unici, potevano decidere di intervenire contro l’espansione terroristica, ovvero gli stati occidentali. Il fatto che musulmani siano stati vittime di questa strategia militare, e sottolineo militare, non significa che altri musulmani e la legge islamica non siano la causa del problema.

Nessuno si augura di dover usare le bombe. Sappiamo tutti quanto la pace sia preferibile alla guerra, al sangue, alla perdita delle persone care, alla fame. Ma la reazione che dovevamo mettere in atto da ieri e che dobbiamo mettere in atto da domani è necessaria proprio per non arrivare alle bombe. Perché l’alternativa alla pace che ci garantisce il pluralismo è quella delle bombe, della dittatura e dell’assenza di libertà. E, ripeto, la ragione per cui questa contrapposizione, questa aggregazione maggioritaria, deve essere tanto eccezionale e forte è che il pluralismo è fragile, sopravvive fintantoché ogni attore interno ne accetta le regole autoimposte, ma soccombe non appena qualcuno dalla minoranza se ne frega delle regole e ribalta il tavolo delle trattative. Se pensiamo che la nostra libertà abbia qualche valore, dobbiamo cominciare presto a difenderla.

                                                                                                                 Fabio Zanardi

 

Saluti a pugno…sui denti

Non so come eravamo rimasti, ma mi pare di ricordare che, l’ultima volta che ho controllato, i simboli avessero ancora un significato.

Cioè, se io andassi in giro facendo il saluto romano, per esempio, suppongo qualcuno mi direbbe qualcosa.

Specialmente se io fossi il commissario unico di EXPO e neo proclamato alumnus bocconi dell’anno Giuseppe Sala.

Se io fossi Giuseppe Sala e andassi in giro a fare il saluto romano, sono sicuro che qualcuno si incazzerebbe.

Dopotutto, come potrei biasimarli.

jhb

Sfoggiare sorridendo un simbolo di morte e oppressione, di un’ideologia che ha schiacciato la libertà individuale di milioni di persone per decenni e decenni non è un comportamento per il quale puoi sperare di passarla liscia, giusto?

Suppongo che almeno qualche spiegazione dovrei darla, tipo: ci credo davvero, era per ridere, dovevo farlo perché se no il Capo di Stato che l’ha fatto per primo si offendeva, e così via.

Eppure, ho la sensazione che comunque non la farei franca, a fare un saluto romano così, sorridendo tronfio.

Ovviamente ognuno deve essere libero di fare i saluti che vuole: pugni, marameo e tutto il resto, intendiamoci eh.

Però, se io rappresentassi qualcosa, se fossi l’amato prodotto di un sistema con certi valori, forse avrei degli obblighi nei confronti di quel sistema. Ancora di più, forse dovrei difendere quei valori e se incontrassi il leader di un movimento politico che mi saluta con il suo gesto consueto, che entrambi sappiamo significare un insieme di cose ben precise, beh forse dovrei avere il coraggio di difendere quello in cui credo, accettare che lui può fare ciò che vuole, ma non seguirlo. Perché nel mio mondo, quello è un gesto inaccettabile.

Il pugno che vedete sopra in foto è il simbolo di una brutalità storica che abbiamo il dovere di ripudiare, noi che diciamo di amare la libertà e la democrazia. Non può essere sfoggiato col sorriso e senza conseguenze, perché è una schifezza.

Ciò che però senz’altro deve farci riflettere è la reazione della nostra università di fronte al gesto di Sala. Una reazione di calma indifferenza, per un gesto che all’occhio dell’osservatore più clemente sarebbe considerato almeno una pagliacciata.

A che pro cospargersi il capo di cenere per interventi di personaggi controversi, ma non vergognosi, come ce ne sono stati in università in passato, proteggere il proprio nome a ogni costo e conservarlo come una reliquia, se poi in seguito a questi episodi non si solleva neanche un indizio di vergogna?

O per loro quel gesto non ha il significato che dovrebbe avere, oppure io mi sto perdendo qualche grosso dettaglio.

Ad ogni modo, noi, che siamo i figli di un mondo che ha respinto quel simbolo, prosperando, e siamo grati di averlo ripudiato, non possiamo restare indifferenti e soprattutto non possiamo accettarlo col sorriso.

Non c’è davvero niente da ridere.

Alessandro D’Amico