Impero: parlare all’Inghilterra perché l’America intenda.

Diciamolo subito: per chi negli anni del Liceo è stato sottoposto suo malgrado alla lettura de “Il Secolo Breve”, i libri di Nial Ferguson sono una ventata di freschezza. Intellettuale capace di provocazioni intelligenti e non banali, lo storico di Harvard possiede anche il pregio di una capacità di raccontare, inserendo i suoi ragionamenti in una sfilza di aneddoti, decisamente non comune.

Sto per introdurre un libro (“Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno”, 2003) che tratta uno dei problemi preferiti da Ferguson, riassumibile nel dilemma fondamentale tra il non-interventismo isolazionista (posizione più coerente per chi crede al libero mercato, al rispetto dei diritti individuali e dei principi di non-aggressione), e una politica estera che affermi gli stessi valori anche con l’uso della forza. Lo scopo di Impero è mettere in discussione la convinzione, radicata in secoli di pensiero liberale, che il non-interventismo sia la soluzione preferibile. La questione emerge attraverso l’interrogativo esplicitamente dichiarato, riassumibile nella domanda siamo sicuri che l’impero britannico non sia stato qualcosa senza il quale oggi vivremmo peggio?
Il lungo percorso attraverso il metodo controfattuale dello storico scozzese pone una serie infinita di interrogativi più o meno convincenti, più o meno capaci di mettere in dubbio le convinzioni di chi, da liberale, si trova maggiormente a suo agio su posizioni pacifiste.

Per trovare intrigante il viaggio attraverso l’Impero con le parole di Ferguson, bisogna ammetterlo, è necessario accettare qualche idea di base (che qui diremmo “di buon senso”) su cosa generi sviluppo economico: concedere cioè che siano le buone istituzioni, come un limitato potere arbitrario dello Stato, democrazia parlamentare , checks and balancesrispetto dei diritti di proprietà , certezza del diritto , poche barriere alla concorrenza ,  a creare le premesse per la Ricchezza delle Nazioni. Chi si trova più a suo agio con argomenti mercantilisti à la Tremonti, quelli che il problema sono le esportazioni tedesche, o confusamente “keynesiani” come quelli che senza investimenti pubblici non si cresce, non condividerà la premessa e quindi difficilmente si avventurerà oltre il primo capitolo. Ma, caro lettore, se sei qui, mi auguro di non dover procedere oltre sul punto.

Quindi, andando oltre la letteratura su cosa generi le buone istituzioni, Ferguson domanda se sia sensato chiedersi: è la cosa giusta provare ad imporle? O, più in generale, le buone istituzioni vanno promosse e difese con la forza, o è corretto pensare che si impongano per via della loro superiore efficienza e adattabilità? Da un lato si può obiettare che la persistenza delle istituzioni estrattive spesso è tale da farle permanere a dispetto della loro palese incapacità di generare ricchezza per la maggioranza della popolazione, o che istituzioni estrattive possono emergere come risultato di politiche, inizialmente efficaci, orientate allo sviluppo. D’altra parte, non è ovvio che il metodo ideale per ottenere una società aperta, sicura e pacifica sia in prima istanza un metodo che implichi l’aggressione, il mancato rispetto della sovranità e la violenza.

La questione, ovviamente, non si pone quando in gioco è la difesa di una democrazia liberale da un aggressore esterno. Si pone, invece, in merito all’opportunità di esportare questi valori. Se è sensato farlo – difficile asserire che siain qualche modo legittimo – allora, sostiene Ferguson, è necessario assumersene la responsabilità. Ossia governare la transizione in prima persona. In questo, il contributo di cui discutiamo si distacca dall’etichetta neo-con che facilmente gli si è attribuita: i neo-conservatori americani, per lo più ex-trozkysti, sembravano ingenuamente persuasi che bastasse mettere a disposizione le istituzioni “giuste” e poi ogni popolo avrebbe spontaneamente aderito al modello sociale proposto – in verità un modello imposto con la forza ma poi delegato, in gestione, ad inconsistenti èlites locali. Quel che oggi è nelle cose, ossia l’aggiungersi dell’Iraq alla lunga lista dei failed states, sembra, già al 2003, nella prospettiva di Ferguson, una conseguenza prevedibile.

Chi fosse arrivato fin qui avrà già capito il limite fondamentale della proposta di Impero: formulata così com’è è, sostanzialmente, impossibile da dimostrare. Per di più, la conseguenza politica delle conclusioni, che oggi riguarda gli USA, ha effetti ambigui: se la scelta è tra un vero e proprio colonialismo imperialista e il totale isolazionismo, chi preferisce il primo ha certamente l’obbligo di rivederne molti aspetti. Da decenni non è più, infatti, una soluzione politicamente praticabile: lo stesso Impero britannico, entrato nel XX Secolo, dichiarava di se stesso che il suo compito rispetto alle Colonie fosse quello di gestire la transizione verso l’autogoverno, non riconoscendo la costruzione imperiale come legittima. Pensare un modello coerente ed attuabile che preveda un ruolo attivo delle liberal-democrazie, quindi, è la precondizione per poter discutere delle due opzioni. La mia opinione, in fondo, è che l’occasione di ripensare il ruolo dell’Occidente, in un mondo sempre meno povero, ma non necessariamente più libero,vada colta. Sperando che la sollecitazione non arrivi troppo tardi per essere presa sul serio.

Luca Mazzone

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