Giarda, taglia i fondi alla cultura. Tutti.

Quando Tremonti, per difendere la timida politica di tagli del suo Governo, disse che “con la cultura non si mangia” venne sommerso di critiche. Per la ragione sbagliata, però: con i soldi pubblici alla cultura, in Italia, mangiano tante, forse troppe persone.
La genesi dell’intervento pubblico nel settore, infatti, è sostanzialmente dovuta ad esigenze di natura occupazionale. Con tutte le conseguenze del caso.

La storia del cinema italiano, giusto per prenderne una semplice, offre esempi illuminanti. E’ il 1965 quando viene varata la legge Corona, che intende affrontare la crisi del settore. I cinefili faranno un salto dalla sedia: crisi? Nei quindici anni precedenti sono stati girati i capolavori di Antonioni, Fellini, Rossellini, Visconti. Senza una lira di fondi pubblici, peraltro. Ma la progressiva sindacalizzazione delle maestranze, insieme alla concorrenza delle produzioni estere e della tv, mette in discussione la possibilità di produrre in loco. Per salvaguardare l’occupazione arriva quindi l’intervento pubblico, che pone però limiti stringenti anche sulle scelte artistiche (non solo le maestranze, ma anche i professionisti che lavorano al film, oltre ovviamente al cast, devono essere italiani), e introduce elementi di discrezionalità nella scelta che, negli anni, porteranno a esiti comici. Tra gli altri, il costante finanziamento delle opere di Martinelli, di cui si chiacchiera la vicinanza con la Lega. Sapevate cosa votavano Bergman o Bunuel? No, ma sapete cosa vota Martinelli, prima che quali film abbia girato. O, meno recenti, i sette finanziamenti accordati al regista Giampaolo Santini per un totale di zero film usciti in sala.

Nel 1985 la disciplina dei fondi pubblici alla cultura viene riorganizzata secondo il provvedimento noto come “Nuova disciplina degli interventi dello Stato a favore dello spettacolo“: è l’istituzione del Fondo Unico per lo Spettacolo. Con l’introduzione delle Fondazioni Liriche nel 1992, l’assetto rimane inalterato, con un 40% circa assegnato a queste, il 25% assegnato al cinema e un 16% al teatro di prosa. Si tratta di una dotazione che, dall’istituzione ad oggi, è stata lentamente erosa dall’inflazione: la disponibilità reale è così diminuita ogni anno, anche se è inesatto dire che si siano fatti dei veri e propri, consapevoli e deliberati, tagli. Si veda qui (pagina 15) e qui per avere un’idea. Di sicuro, non c’è mai stata la volontà di riorganizzare il settore secondo criteri diversi da quelli consolidati nel tempo, basati sulla droga dei fondi pubblici. La mancanza di una mentalità aziendale nel comparto cultura, in Italia, si fa sentire in maniera drammatica. Il drogato si lamenta ma, spesso, non fa altro che protestare, occupare, rivendicare i fasti di un passato riverniciato ma inutile, o avanzare retoriche petizioni di principio. E si può dire, penso, che la risposta bocconiana al problema (il CLEACC) ha da questo punto di vista fallito clamorosamente.

Cos’è, oggi, il mondo della cultura, al netto di qualche centinaia di wannabe come gli occupanti della Torre Galfa che lamentano la scarsità di fondi e strutture? Di certo la loro logica non manca di appoggi nella realtà: la Francia spende otto volte tanto. La contrarietà a una politica culturale dirigista, insomma, deve reggere in principio, o non reggerà mai. Non basteranno gli esempi, innumerevoli, di sprechi e regalie. Menzionare i finanziamenti infiniti a chi invece di fare cinema conduce un’intensa vita di relazione di certo supponente sottobosco romano, ridicolizzato in Boris: ti diranno che è una distorsione di un principio sano, non la naturale conseguenza di un modello sbagliato. Eppure Faenza i soldi li prende sempre, mannaggia. Dire che il rischio è parte della vita, e allora anche chi sperimenta deve poter fallire: insulto. Però il risultato è che su 212 film finanziati tra il 2005 e il 2009, 150 non sono mai usciti in sala, e come al solito paga Pantalone. Insinuare che non ha senso che l’abbonamento alla Scala delle sciure che van lì per far presenza – e potrebbero serenamente pagare il doppio –  sia finanziato con le tasse di tutti: eresia.  Confrontarsi col mercato, pare, è una proposta lunare, irrealizzabile: c’è poca domanda, la gente vuole le tette.

E invece no. Perché qui c’è una bella storia che – speriamo – farà venire il dubbio a tanti alfieri della teoria della sottodomanda culturale, dello Stato etico ed educatore di popoli. Poco più di un anno fa, Linkiesta pubblicava un articolo sull’orchestra del Teatro Regio di Parma: l’unica formazione musicale in Italia concepita come un’azienda. Continua l’articolo: “«Mica come fanno nelle formazioni stabili – dicono al Regio – che negli enti lirici ricevono una pioggia di finanziamenti dallo Stato godendo di privilegi in termini di orari ridotti di lavoro, indennità, tutele, rimborsi spese d’ogni genere». (…) «nel 2005 per esempio le 14 fondazioni hanno ricevuto 243 milioni di euro dallo Stato per una media di 17 milioni a testa, mentre i 26 teatri di tradizione hanno ottenuto nel complesso 16 milioni». Ecco allora la risposta dell’orchestra più liberista d’Italia, l’unica del nostro Paese («ma all’estero il modello è ormai affermato»): diventare un’azienda, far da sé”.

Bene, allora visto che Giarda è in vena di tagli in questo periodo, gli darei un suggerimento: si parli anche di questo. Un exit plan dello Stato dalla cultura, in Italia, gestito in modo non traumatico per i soggetti coinvolti, è un regalo che facciamo alle future generazioni, sfrondando il panorama culturale da parassiti attaccati alle mammelle della politica romana e liberando energie veramente rivoluzionarie dei giovani di domani. Pensiamoci.

Luca Mazzone

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