Monti è un lattaio? I Bocconiani e i chierici della mungitura

Gli opinionisti, i politici e i giornalisti hanno molte difficolta’ a capire chi sia davvero Mario Monti. Alcuni, come Bortolussi della CGIA di Mestre, lo accusano di essere un “monetarista di Chicago”, altri lo accusano di essere un’oscuro emissario della “finanza speculativa”, altri ancora un fascista berlusconiano mascherato da riformatore.

Queste difficolta’ nascono innanzitutto dall’inadeguatezza delle etichette politiche che si sono usate negli ultimi ventanni. Destra, sinistra, centro, fascisti, comunisti sono tutte etichette che non riescono a catturare la vera logica che sta dietro alla spartizione del potere in Italia. La verita’ e’ che esiste una minoranza di persone, circa due o tre milioni di persone, che e’ riuscita, non senza anni di sacrifici e non necessariamente senza avere del talento, a ritagliarsi una posizione di rendita all’interno dello Stato. L’obiettivo di questa minoranza e’ semplice: estrarre la maggior rendita dalla loro posizione e non mollare mai. E’ un’obiettivo perfettamente razionale in un sistema pubblico che protegge e ricopre d’oro gli insiders a scapito degli outsiders. Da chi e’ composta questa minoranza? Primi tra tutti i politici di ogni livello – statale, regionale, provinciale e comunale – ma poi, e sopratutto, professori universitari, magistrati, medici, notai, dirigenti di Ministero, responsabili di enti pubblici, alte cariche militari e diplomatiche, consulenti esterni e managers pubblici. 

Voglio subito far notare due cose. La prima e’ che non sto parlando del dipendente pubblico del comune che timbra i passaporti. Sto parlando di professionisti, dotati mediamente di una buona educazione. La seconda e’ che questi professionisti non sono necessariamente dei corrotti o dei cooptati dal sistema di potere. Ci sono molte eccellenze in questa minoranza e molti di loro si sono sudati il posto che oggi occupano.

Qual è il problema,  con questa minoranza? Sono tutte persone molto valide ma hanno come obiettivo di vita quello di trovarsi una posizione e mungerla fino alla pensione. Non accettano di doversi rimettere in gioco e competere con nuovi entranti: loro la gavetta l’hanno gia’ fatta e non hanno nessuna intenzione di tornare indietro – sopratutto, non considerano l’ipotesi di uscire dal perimetro del pubblico, anzi reclamano dai contribuenti ogni nuovo aumento di reddito per sé o i familiari . Questo ingessa il Paese, impedisce il ricambio generazionale e anestetizza qualsiasi processo di premiazione del “merito”.

Vi starete chiedendo: ma se questi mungono, da dove arriva il latte? Il latte arriva dagli altri comparti della societa’ italiana, una societa’ non necessariamente piu’ aperta della nostra minoranza ma che e’ costretta a dover sopportare dei livelli di competizione mediamente maggiori; non necessariamente il Far West del liberismo, ma sicuramente livelli di competizione maggiori rispetto al notaio di paese. La tassazione fluisce da questi comparti verso la nostra minoranza di irriducibili e la alimenta.

Veniamo alla storia recente: la crisi stava rischiando di minare alle fondamenta questo equilibrio di poteri. La minoranza di irriducibili aveva paura che il latte smettesse di affluire alla tetta. Il che avrebbe forzato il sistema verso nuovi equilibri. Per evitare questo rischio, bisognava trovare una soluzione. Bisognava trovare qualcuno che “congelasse” la situazione per qualche anno, qualcuno che riuscisse a dare una parvenza di cambiamento, di riforma, senza turbare troppo gli equilibri di potere nel Paese. Passata la bufera, ognuno sperava di riuscire a risistemarsi in qualche modo per tornare a mungere.

Mario Monti risponde alla chiamata. Molti professori universitari passeggiano nel sottobosco della politica, in quell’area grigia dei Ministeri in cui il politico incontra il “tecnico”. Un lavoro poco visibile, spesso noioso, ma che permette di sviluppare contatti con tutti quelli che contano nella PA. D’altronde, i politici cambiano ma i dirigenti pubblici sopravvivono a qualunque rinnovamento elettorale. Monti non è estraneo a questi ambienti. Negli anni ’70 e ’80 fa parte di numerose commissioni parlamentari. Fu nientepocodimenoche Silvio Berlusconi a proporre Mario Monti come commissario europeo nel 1994, incarico che gli verra’ poi rinnovato da D’Alema nel 1998

Cosa dire dei suoi colleghi ministri? Vengono tutti dalla stessa supercasta di burocrati o amministratori parapolitici. Corrado Passera e’ un ex-manager pubblico vicino alla politica da sempre (fu il primo a tirar su una lista democristiana in Bocconi, poi amministratore di Poste Italiane ed Intesa San Paolo), Elsa Fornero e’ docente in un’universita’ pubblica nonche’ advisor di Intesa San Paolo. Lo stesso vale per tutti gli altri ministri: Cancellieri, Giarda, Gnudi, Barca, Patroni Griffi, Moavero Milanesi, Profumo e Ornaghi. Fatevi un giro su Wikipedia per avere le conferme, e taciamo, per pietà, sulla dynasty Martone.

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Il Governo Monti e’ dunque l’anticorpo prodotto dalla minoranza di insiders per riuscire a guadagnare tempo. Per riuscire a cambiare tutto per non cambiare nulla. Se si capisce questo, si capisce quanto fossero velleitarie le speranze di chi vedeva in Monti il grande riformatore, il grande liberalizzatore che avrebbe fatto “tutto quello che i politici non sono riusciti a fare per motivi elettorali”.

In questa categoria sono costretto a inserire il 99% dei bocconiani. L’entusiasmo dei ‘Monti boys’ per il nuovo premier si basava su un’errata analisi dei problemi italiani, purtroppo dominante in università. L’inadeguatezza in termini di competenze del precedente premier, nonché della sua maggioranza, si sommava ad enormi problemi culturali ed economici presenti da quasi quarant’anni. Convinti, tutti, che bastino le competenze tecniche a risolvere i problemi, e non serva una visione. Tutti troppo occupati a rifinire l’ultimo dettaglio del lavoro di gruppo per elaborare idee indipendenti con la propria testa, leggere cose nuove, proporre alternative. Ignorare questo per focalizzarsi solo sul primo problema denota una preoccupante superficialita’ nella capacita’ di analisi della “futura classe dirigente del Paese”

Lo stesso Berlusconi venne percepito come un outsider nel 1994. Contro Berlusconi ci fu una levata di scudi mai vista prima da parte dell’establishment. Poi si capì che non voleva interrompere il flusso di latte, voleva solo mungere un po’ anche lui, e non avrebbe impedito agli altri di continuare a farlo. Ecco: in Italia serve qualcuno che metta in discussione l’intero sistema di equilibri su cui si regge il patto sociale tra mungitori e munti. Limitarsi a gestire il processo di mungitura, gestire l’esistente, non basta piu’, non possiamo piu’ permettercelo.

Gabriele Giovanni Vecchio
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