L’Italia peggiore, convinta di essere la migliore, festeggia la fine del Billionaire

Notizia relativamente fresca: Briatore chiude il Billionaire e dice che investirà all’estero. Peccato per i toni astiosi: da uno abituato a irridere i suoi critici con lo sfacciato cafonismo che l’ha fatto odiare, uno sfogo  simile suona come una soddisfazione immeritata concessa agli snob che l’hanno sempre disprezzato.

Perché poi, diciamocelo, il Billionaire è più di un locale, è un simbolo. Non tanto per me o per quelli che la pensano come me, che la ricchezza si può ostentare e non ostentare, e che ci sono cose più rilevanti nella vita di cui occuparsi che non il desiderio di mostrarsi di chi ha accumulato denaro.
Questo, al di là delle disponibilità economiche, fa sì che il Billionaire non sia il locale ideale dove passerei le mie serate durante una vacanza: è pur sempre un posto dove per avvicinare una ragazza la strategia migliore è fingersi “il terzino del Sassuolo”. Ma io non faccio testo, dato che anche le discoteche milanesi le conosco poco e frequento pochissimo, e magari al Billionaire ci entrerei solo per prendere in giro un po’ me, un po’ quelli di cui parlerò.

Quelli per i quali il Billionaire è un simbolo. Un simbolo, nelle loro parole, della ricchezza ostentata e cafona, del rifiuto della sobrietà e del buon gusto. Ora: non c’è dubbio che il locale di Briatore (e della Santanché) sia tutto questo, anche se l’autoproclamata Italia migliore vorrebbe attribuirgli molto di più: i frequentatori del Billionaire sarebbero dunque maleducati, arroganti, probabilmente ladri e sicuramente, ma questo non può mancare, evasori fiscali. Una incarnazione del Male,  il bersaglio perfetto per l’odio di classe, o più semplicemente la versione trash del ritratto fascista del plutocrate giudeo.

Qual è il motivo per cui si è arrivati a una demonizzazione del genere, al netto del bisogno di spacciare la propria noiosità per snobismo? Provo a dire la mia, senza prendermi troppo sul serio.

La prima: le èlite in grisaglia. In una straordinaria intervista di Fulvio Abbate ad Oscar Giannino, quest’ultimo rende conto dell’eccentricità del suo abbigliamento. Spiega, Giannino, che le èlite italiane del dopoguerra (parla della Prima Repubblica) hanno vestito e vissuto il grigiore come maschera di una finta appartenenza popolare, mentre costruivano il fortino a difesa della propria perpetuazione. L’eccentricità nei modi e nello stile è quindi una denuncia costante di questa ipocrisia. Gol di Oscar, palla al centro.

La seconda: la caratterizzazione sostanzialmente religiosa (nel senso di promettere ricompense più o meno extra-mondane ai suoi aderenti) delle due culture dominanti, cioè quelle che hanno costruito l’identità nazionale e le istituzioni del Paese negli stessi anni. Due culture nemiche dell’edonismo, dell’individualismo, del consumismo. Non perché animate da un senso del dovere sobrio di tipo protestante, però: più semplicemente perché devote ad un pauperismo solidarista e un po’ menzognero. Quel tratto khomeinista che condanna i vizi perché pubblici, ma in fondo se li concede spesso e volentieri nel privato, salvo cadere in preda ad attacchi di morbosità avvilente, come insegnano almeno due storie ambientate ad Arcore (una avete capito subito qual è, l’altra è meno ovvia ma più colorita).

Oggi DC, PCI e il primo PSI non ci sono più, ma rimane un’area di consenso abbastanza estesa, convinta che il problema da affrontare sia la “moralizzazione dei costumi”. Le tare moralistiche degli intellettuali d’area e delle figure carismatiche di quei partiti si sono fuse al perbenismo piccolo borghese. Il piccolo borghese fantozziano che avrà avuto molti limiti, per carità, ma almeno non tentava l’assalto al cielo, ha trovato in questa riedizione moralistica una nuova ragion d’essere che lo fa sentire in sintonia con gli uomini colti.

Si è creato, insomma, il mito dell’Italia migliore: quelli che, Ça va sans dire, non partecipano del decadimento morale e intellettuale – anche se il libro di Gramellini ai primi posti nelle classifiche di vendita dovete spiegarmi voi cos’altro sarebbe – e conducono una vita sobria e retta. Quanti di questi individui sono eroi, che mai si sono piegati alle esigenze di un Paese in cui tutto è vita di relazione, raccomandazione e favoritismo, è difficile da dire, considerando che si parla di una fetta consistente degli italiani, che spesso peraltro lavora nel settore pubblico. E che le ragioni del pubblico sostiene, non si sa quanto animata da falsa coscienza.

Per questa, ripeto: autoproclamata, Italia migliore, si può dire, parafrasando una famosa battuta, che la cultura della grisaglia è l’anticamera della civiltà. Per noi, come disse Falcone replicando alla battuta originale, rimarrà sempre e comunque soltanto l’anticamera del khomeinismo.

Luca Mazzone

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14 thoughts on “L’Italia peggiore, convinta di essere la migliore, festeggia la fine del Billionaire

  1. Luca, sottolinei la diversità (culturale, politica, economica) dei frequentatori del Billionaire, distanti dai grigiumi della politica moralizzante, moralizzatrice e dall’humus sociale che l’accompagna e la esalta. Invece sono gli stessi volti, gli stessi costumi.

    Citi i (ne)fasti primorepubblicani fatti di èlite in grisaglia, che (giustamente) stigmatizzi.
    Ma l’insofferenza della gente (non al Billionaire, che non ne ravvedo tanta se non in discorsi gauche caviar di -altra- èlite o tra i benpensanti turbocattolici) non si riversa il più delle volte sui festini trimalcionici in quanto tali. Bensì sulla loro perpetrazione proprio ad opera di quegli apostati del: sesso libero e promiscuo, ostentazione della ricchezza, drogati puttane papponi e via discorrendo.
    La gente, superata l’invidia del ricco e potente e dopo aver bollato distrattamente le sue attività come anticamera di una non precisata malvagità, si scandalizza per i buoni visi a cattivo gioco. Punta il convinto dito a chi è operaio di giorno e miliardario di sera, a chi sveste la sottana da prete per indossare quella del peccatore e così via.
    E poi, scusami, ma queste presunte èlite sono fatte di gente che sceglie il “”vizio”” (con due paia di virgolette, perché il vizio non è toccare il culo alla Fabiani o tirare un po’ di coca) perché non ha scelta. Perché è gente gretta e dozzinale che vive con ideali piccolo borghesi da Italia post-bellica. Che non ha valori perché non trova un valore nemmeno nel vizio (che invece lo sarebbe).
    Nella prima Repubblica i festini li facevano meglio, comunque.

    • Aspetta, c’è un’imprecisione. Culturalmente il Billionaire non è nulla e non vuole essere nulla. Ed è giusto che non sia nulla. Quello che trovo sbagliato è il modo in cui le persone di cui parlo lo ergono a simbolo di qualcosa, andando oltre ciò che il Billionaire, molto semplicemente, è: una discoteca non elegante per ricchi.

      • Allora non vedo il collegamento con la politica. Tranne per il fatto che la Santanché non è elegante (nonostante qualche parte delle destra la pensi diversamente).

        Un consiglio: quando commenti con il profilo dell’admin dovresti scrivere tra parentesi in basso che sei tu a commentare (salvo tu non sia l’unico con le credenziali).

  2. mi correggo: allora non vedo il collegamento con le “èlite”. Se il Billionaire è un coacervo e un ritrovo di elitarismi, è passibile di tutte le critiche che a quelle èlite vengono fatte.
    Ed è indubbio che lo sia o che lo voglia essere.

    • Il Billionaire non è un coacervo di niente. Chi ci va, quando ci va, non rappresenta nessun altro che se stesso. Non farti confondere dalla retorica dei pr quando scrivono “esclusivo”, “privé”, etc.: è solo un modo per venderti a un prezzo più alto la solita roba, tu lo sai, lui lo sa, è un gioco a cui state.
      Ma c’entra davvero poco con le élite italiane, da Cuccia a Nagel.

      (Luca)

  3. Sinceramente, non riesco a considerare la chiusura del Billionaire una notizia, o quanto meno una notizia importante. Di locali se ne aprono e chiudono in continuazione e per ogni tipologia di tasche: quelli che frequentavano il “posto” di Briatore ne troveranno sicuramente un altro dove andare. La Sardegna non sprofonderà a causa di questo (almeno me lo auguro). Per molti era forse un simbolo o un bersaglio su cui puntare le frecce (spesso dell’invidia), ma alla fine era una discoteca o poco più. Insomma una non-notizia.

    E poi altro che Italia migliore o peggiore. Il migliore, si sa, sono io! 🙂

  4. Chiude semplicemente perchè non faceva più affari. E’ inutile trovarci altre motivazioni. La pacchianeria rimane, magari se la portasse fuori dall’Italia. Comunque a me un faceva piacere l’esistenza di locale che spennava i ricchi coglioni.

  5. Personalmente condivido il punto di vista ….. Anche io che sono di Roma non amo il “cafonal”, per dirla con una battuta preferisco il rosso di Montefalco allo champagne.
    Detto ciò i grandi “puritani” che festeggiano sulla fine del Billionaire hanno la spocchia di chi si crede illuminato.
    Sono le stesse elite che ci hanno portato nel baratro europeo, che non ci hanno permesso di fare il referendum per l’adesione alla moneta unica perchè noi “comuni mortali” non siamo in grado (secondo loro) di decidere che cravatta mettere la mattina.
    Sono coloro che schifano quegli imprenditori che magari hanno cominciato con una bottega di finestre e oggi sono proprietari di imprese che fanno finestre.
    La parte sana dell’ Italia sono costoro (anche se magari un po’ cafoni), e non certo chi si è arricchiti nelle università con i denari pubblici.

  6. Rivendico il diritto di esternare la mia soddisfazione per la chiusura di un simile locale senza essere etichettato e soprattutto rivendico il diritto di oppormi all’idea berlusconiana secondo cui, in fondo in fondo, “siamo tutti uguali e facciamo tutti un po’schifo”

    • Rivendica quel che vuoi. Voglio solo precisare che al mondo ciascuno è il cafone di qualcun altro. E dal momento che il signor Briatore mai si è permesso di utilizzare giudizi personali su di te, o generali sulla categoria cui appartieni (qualunque sia), mentre tu hai deciso di prenderti questa libertà, tra lui e te il cafone sei tu. Ma non lo capirai mai, perché Michele Serra ti ha convinto di appartenere a una Razza Eletta. Contenti voi.

      (Luca)

      • Che c’azzecca Michele Serra non l’ho capito,e comunque io non do giudizi, mi limito a fotografare un modo di vivere che è stato orgogliosamente esibito per anni.

  7. “Quelli per i quali il Billionaire è un simbolo. Un simbolo, nelle loro parole, della ricchezza ostentata e cafona, del rifiuto della sobrietà e del buon gusto. Ora: non c’è dubbio che il locale di Briatore (e della Santanché) sia tutto questo, anche se l’autoproclamata Italia migliore vorrebbe attribuirgli molto di più: i frequentatori del Billionaire sarebbero dunque maleducati, arroganti, probabilmente ladri e sicuramente, ma questo non può mancare, evasori fiscali. ”
    MA PER L’EVASIONE FISCALE BASTA CHIEDERE DIRETTAMENTE A BRIATORE..
    Nel maggio 2010, Briatore è nuovamente assurto all’onore delle cronache per il sequestro del suo mega yacht Force Blue, avvenuto a largo di La Spezia, ad opera della Guardia di Finanza per frode fiscale[13]. A fine gennaio 2011 l’inchiesta subisce un ulteriore sviluppo con il sequestro da parte della Guardia di Finanza di Genova di un milione e mezzo di euro e un’ulteriore accusa per truffa ai danni dello Stato

  8. Una bella descrizione per quelli che, con una parola, mi piace chiamare i Radical-Chic (se poi definirli Radical Chic “di sinistra” o cattocomunisti”, lo lascio a voi…)

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