Gli uomini pratici, Keynes e Hayek

Uno dice Keynes e Hayek, e subito l’altro pensa alla contrapposizione frontale tra i due, non solo per via di quel paio di splendidi sceneggiati rap per la televisione americana. In realtà su una cosa, almeno una, erano apparentemente sulla stessa linea d’onda: l’avversione per il pragmatismo più deteriore. Contro questo principio ci siamo già espressi, brevemente, nella descrizione del nostro progetto. Ma è utile approfondire, specialmente visto che in università è un modo di ragionare che va per la maggiore, specialmente tra quelli che ambiscono a diventare economisti. 

Cosa pensasse Keynes di questi “uomini pratici” è cosa più che nota. Un utile ripasso, dalla Teoria Generale:

“The ideas of economists and political philosophers, both when they are right and when they are wrong, are more powerful than is commonly understood. Indeed the world is ruled by little else. Practical men, who believe themselves to be quite exempt from any intellectual influence, are usually the slaves of some defunct economist. Madmen in authority, who hear voices in the air, are distilling their frenzy from some academic scribbler of a few years back. I am sure that the power of vested interests is vastly exaggerated compared with the gradual encroachment of ideas”

Cosa aggiungeva Hayek? Speriamo che non se ne abbia a male se lo citiamo quasi integralmente. E’ un po’ lungo e ce lo perdonerete, ma merita. Buona lettura.

“La libertà può essere preservata solo seguendo dei princìpi, e viene distrutta se si seguono degli espedienti validi caso per caso. (…) Dal momento che il valore della libertà si basa sulle opportunità che essa fornisce per azioni non previste e impredicibili, raramente siamo in grado di apprezzare che cosa perdiamo in conseguenza di una particolare restrizione della libertà. Ogni restrizione di tal parere, ogni coercizione diversa dall’implementazione di regole generali, ha per scopo il raggiungimento di qualche particolare risultato prevedibile, ma di solito non è noto ciò che essa finisce per impedire. Non saremo, invece, mai consapevoli di tutti i costi che comporta il perseguimento di un particolare risultato attuato mediante tale interferenza. 

Pertanto, quando decidiamo su ciascuna soluzione soltanto in base a quelli che appaiono essere i suoi singoli meriti, finiamo sempre per sovrastimare i vantaggi della direzione centralizzata. La nostra scelta apparirà sempre vertere tra un guadagno certo e tangibile e la mera probabilità di impedire qualche ignota azione vantaggiosa attuata da persone anch’esse ignote. (…) Vi sono probabilmente ben poche restrizioni alla libertà che non potrebbero venire giustificate in base alla ragione che non conosciamo quali particolari perdite esse provocherebbero.

Il fatto che la libertà possa essere preservata solo se viene considerata come un principio supremo che non deve venir sacrificato per vantaggi particolari fu pienamente compreso dai principali pensatori liberali del XIX Secolo. Questo è infatti il punto centrale dei loro avvertimenti su ciò che è palese e ciò che è nascosto in economia politica (Bastiat) e sul pragmatismo che, contrariamente alle intenzioni dei suoi propugnatori, conduce inevitabilmente al socialismo (Menger).

La convinzione secondo cui si debbono abbandonare tutti i princìpi astratti o gli “ismi” per ottenere una maggiore capacità di dominare il nostro destino è ancor oggi presentata come la nuova saggezza del nostro tempo. Applicare a ciascun problema le tecniche sociali più appropriate alla sua soluzione, scevri da ogni credenza dogmatica, sembra a taluni l’unico modo di procedere segno di un’epoca scientifica e razionale. Le “ideologie”, cioè gli insiemi di princìpi, sono divenute altrettanto impopolari quanto lo sono sempre state presso gli aspiranti dittatori, come Napoleone I o Karl Marx, i due uomini che hanno dato a tale termine il suo significato negativo.

Se non sono in errore, questa moda del disprezzo dell’ideologia è un atteggiamento caratteristico dei socialisti disillusi, i quali, essendo stati costretti ad abbandonare la loro ideologia a causa delle sue contraddizioni interne, sono giunti alla conclusione che tutte le ideologie debbano essere errate, e se si vuole essere razionali bisogna farne a meno. Ma l’essere guidati solo da particolari propositi espliciti consciamente accettati, così come il rigettare tutti quei valori generali di cui non si può dimostrare il condurre a particolari risultati desiderabili, è in realtà del tutto impossibile.

Tali sedicenti “realisti” moderni nutrono soltanto del disprezzo per l’ammonimento old-style secondo cui se si comincia ad interferire a-sistematicamente nell’ordine spontaneo non vi è alcun punto sicuro a cui fermarsi, e che pertanto è necessario scegliere tra sistemi alternativi. Ad essi piace pensare che procedendo sperimentalmente, e pertanto “scientificamente”, si può avere successo nel mettere insieme pezzo per pezzo un ordine desiderabile scegliendo per ciascun particolare risultato desiderato ciò che secondo loro la scienza mostra essere il più appropriato mezzo per raggiungere il fine.

Preciso che ciò che intendevo sostenere in The Road to Serfdom non era certamente che ogniqualvolta ci allontaniamo da quelli che io reputo siano i principi di una società libera veniamo ineluttabilmente condotti fino in fondo verso un sistema totalitario. Che ciò sia stato spesso interpretato come se descrivesse un processo necessario, sul quale non abbiamo alcun potere una volta che ne siamo presi in mezzo, è semplicemente un’indicazione di come sia trascurato il fatto per cui mediante le nostre azioni politiche produciamo inintenzionalmente l’accettazione di princìpi che renderanno necessarie ulteriori azioni.

La concezione “realista” che per lungo tempo ha dominato la politica, invece di aver raggiunto una maggiore capacità di controllare il nostro fato, ci ha molto più spesso fatto incamminare per sentieri non deliberatamente scelti da noi: sempre più spesso siamo di fronte alla “inevitabile necessità” di intraprendere certe azioni, che, sebbene non siano mai volontariamente intraprese, sono il risultato di ciò che abbiamo o non abbiamo fatto in passato.”

(tratto da “Legge, Legislazione e Libertà”)

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