La commedia dopo la commedia

Lars von Trier (che solo a nominarlo così alla leggera bisognerebbe smettere di leggere questa pagina) sembra essersi messo in testa, fin dagli esordi, che il cinema è una sorta di gara di decathlon, in cui ogni filmografia (ma in parte anche ogni singolo lavoro) deve spingersi più intensamente possibile in varie direzioni stilistiche e di genere. Dopo un certo numero di prove di questa ipotetica corsa, nel 2006 compare Il Grande Capo, l’unico lavoro del regista danese senza dubbio inquadrabile nella categoria della commedia. Kristoffer, un sedicente attore d’avanguardia, deve interpretare la parte del proprietario di un’azienda per pochi minuti, giusto il tempo necessario al vero capo Ravn di vendere la società. In realtà l’attore dovrà portare avanti la finzione per un’intera settimana, attraverso equivoci continui, situazioni beckettiane e rapporti con i “colleghi” sempre più paradossali.Si è irresistibilmente tentati, in uno spazio liberale-liberista-libertario (ma anche liberatorio, liberato e così via), di adottare la proposta estetica di questa pellicola come un “manifesto”, il che avviene innanzitutto per i riferimenti sarcastici della voce fuori campo dell’incipit alla cultura con la C maiuscola e alla commedia come pura intimità. Questa operazione comporta però il rischio di sostituire alla vecchia ideologia della funzione sociale dell’arte e del senso a tutti i costi una nuova ideologia dell’arte per l’arte e del divieto di senso.
Il Grande Capo, piuttosto, stimola la ricerca di una pluralità di significati su un doppio livello. Da un lato si può proporre un discorso sulle tematiche nel film (ovvero nella sua narrazione) – la fallibilità della comunicazione, l’assurdità della rappresentazione artistica, ma anche la metafora sul potere (che si nasconde, che si delega all’infinito, che fa da capro espiatorio) – dall’altro urge anche una riflessione sul film – si sollecita anche su questo piano il problema estetico, ma soprattutto si mostra come il raccordo dell’intreccio avvenga interamente nell’opera stessa.
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Qui come altrove, il cinema provocatorio di Lars von Trier è orientato al rendere sempre più minuscola la c di “cultura”, e in questo film anche di “commedia”. Questa operazione è efficace se viene accolta senza feticismo: criticare la Cultura benpensante e impegnata non vuol dire negare la possibilità per l’arte di trasmettere qualcosa. In questo film i concetti dati in pasto al pubblico sono numerosissimi e dei più disparati, ma sono veicolati quasi involontariamente, con grande spontaneità e leggerezza. Evitare e criticare una pianificazione “statalista” della distribuzione di significati non vuol dire per forza piombare nella barbarie, ma può portare all’instaurazione, anche su questo livello, di un libero scambio.
Matteo Cattaneo
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