La Passione del fisco. Una storia di sudditanza fiscale

“Chi sa ridere è padrone del mondo” [Giacomo Leopardi]

 Sono bastate poche settimane dall’uscita, naturalmente sobria, del presidente Monti, in cui si accennava quasi con sdegno a “strane e arbitrarie compensazioni crediti/debiti”. E’ arrivata infatti pochi giorni fa la procedura di certificazione dei crediti delle imprese verso la Pubblica Amministrazione. Per pagare quel 7% di PIL che deve alle imprese italiane, tra Iva, imposta societarie e debiti commerciali. Di seguito l’iter del procedimento contenuto nel decreto.


1. Domanda di certificazione dell’imprenditore (in attesa del modulo su piattaforma online della Consip). Vanno allegate tutte le fatture non pagate o estremi del credito. L’imprenditore può scegliere la compensazione o l’incasso diretto, ma in ogni caso si spoglia di esercitare il ricorso in tribunale nei confronti del debitore inadempiente (che naturalmente cade dal pero e non sa nulla delle fatture in questione)

2. Dopodichè, la pubblica amministrazione verifica se non ci sono esposizioni fiscali in capo al richiedente o, a sua volta, debiti nei confronti della PA per somme maggiori di 10000 euro. Nel caso, prima pagate poi se ne parla. QUALUNQUE SIA LA CIFRA PENDENTE e qualunque strada l’imprenditore scelga. 
Terminati questi passi, l’imprenditore richiedente può scegliere due strade: per quanto riguarda la certificazione necessaria all’incasso diretto, la PA:

3a. Si tiene 60 giorni per riconoscere in tutto o in parte la pretesa in questione
4a. Si tiene altri 60 giorni per emettere un documento che possa fungere da garanzia nei confronti di una banca
5a. Terminati i quali, può chiedere l’intervento alla ragioneria generale dello stato(e qui, scusate, scappa la risata), la quale ha: 

6a. 60 giorni di tempo per nominare un commissario che si occuperà in prima persona della questione che avrà altri 60 giorni per ultimare la certificazione.
7a. Infine, il creditore potrà adottare con la banca una formula “pro soluto” o una “pro solvendo” per la cessione del credito. (omettiamo il fatto che la seconda non è degna di uno stato di diritto). Il fondo di garanzia interviene e copre solo il 70% della cifra.

Per quanto riguarda la compensazione, la procedura dopo i punti 1 e 2 è la seguente: 
3b. Presentato all’agente delle riscossione per la verifica della domanda di certificazione effettuata
4b. L’agente verifica entro 2 settimane
5b. Entro 12 mesi dall’inizio della pratica, l’ente debitore dovrà pagare all’agente che anticipa dopo (soli) 6 mesi al creditore originario.

Solo l’impegno coeso di tutte le associazioni d’impresa ha potuto far venire meno la norma iniziale per cui il richiedente certificazione perdeva automaticamente la possibilità di fare valere un titolo esecutivo contro l’amministrazione. Ma poco importa, perché da anni ormai l’andazzo è questo. 
A fronte di una pressione fiscale record, quel che preme forse ancora di più è la sproporzione assolutamente ingiustificata nei rapporti stato-cittadino (suddito, come ben definito dai nostri amici dell’IBL), informati ad una asimmetria di obblighi e tempi nell’accertamento e nella riscossione assoluta e discriminante, sempre a favore di una burocrazia che si autoalimenta, e legittimata ulteriormente nella sua azione da tutti coloro che ci guardano come evasori appestati. 
In linea con la tutela assolutamente impari finora emersa, rimane l’obbligo di fideiussione che il suddito deve accollarsi,  una volta accordato il proprio rimborso. Caso mai Equitalia si fosse sbagliata, tu fossi andato (come ogni buon evasore) al Casinò e non avessi più un euro da restituire. Tu intanto la paghi, la fideiussione, e recuperi meno di quel che lo Stato ti doveva. Al solito, son robe da matti.

 Alberto Manassero

*Si ricorda al lettore che persino il superministro Corrado Passera passa gran parte del suo impiego a “contrattare” (letteralmente) con il suddetto organo.

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