Deutschland über alles?

“la natura non conosce il concetto di rifiuti.
L’unica specie capace di realizzare qualcosa 
Che nessuno desidera ,è la specie umana.”
Gunter Pauli.

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Il bovino, “che al giogo inchinandoti contento l’agil opra de l’uom grave secondi”, è il più antico servitore dell’uomo. E’ possibile che abbia, dall’aratro alla digestione anerobica, ancora una volta un ruolo nella storia della produttività dell’uomo?

Il destino riserva ancora a questo animale un ruolo nobile, e ironico: da sfruttato a imitato. E’ ciò che avviene in Germania, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Belgio e nel resto d’Europa, seppur in maniera marginale.

In questi paesi si è deciso di sostituire le discariche, che sono altrove parcheggi per rifiuti, parco giochi per mafie, inferni terrestri per i cittadini, con delle più socialmente accettabili, efficienti e non odorigene “mucche”.
Mucche di cemento ,impianti di compostaggio con procedimento di digestione anaerobica, nelle quali viene replicato più volte il funzionamento del loro apparato digerente all’ interno di molti “abomasi”, ovvero ,fermentatori in cemento armato nei quali avviene il processo biodegradativo anaerobico, dove la biomassa staziona staticamente senza che vi siano movimentazioni, rimescolamenti, aggiunta o eliminazione di materiale e in cui sono concentrate le funzionalità del rumine, reticolato e omaso.
Infatti l’omogeneizzazione del materiale in fermentazione ed il mantenimento delle condizioni ottimali per la riproduzione e la crescita dei batteri responsabili del processo viene garantita mediante il ricircolo del percolato prodotto dal rifiuto che, attraverso appositi sistemi, viene prelevato dal fondo del fermentatore e irrorato sulla biomassa.
La dieta prescritta a questo animale, in barba al colesterolo, vede una buona fetta della razione giornaliera dei rifiuti urbani prodotti, portando questo animale a diventare onnivoro.
Dalla FORSU agli scarti di giardino, fino agli scarti di macellazione e colture dedicate, tutto amorevolmente condito con fanghi di depurazione e acque reflue. Il nostro bovino rumina diligentemente il suo piatto e ne fa una poltiglia nel suo stomaco dove vari batteri fanno digerire l’animale, che al termine produrrà metano e digestato, ossia niente altro  che compost – e se la dieta prescritta era corretta avrà anche un alto contenuto di carbonio.

La lenta transumanza di questo animale dalle regioni del nord al sud per l’ estate sembra lenta e non organizzata. In molti casi a ricoprire il ruolo del pastore, palesemente contro natura per un animale che di pastore non avrebbe bisogno – data la sua mole e l’ efficienza del suo stomaco non morirebbe certo di fame! – è lo Stato.
D’ altro canto, avviare un allevamento di questo animale è cosa ardua, visto il monopolio dei fattori (aziende municipali che gestiscono i rifiuti) della stessa estrazione dei pastori, per non parlare dei costi di avviamento e burocrazia.

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Cosi il fattore pubblico egoista e baldanzoso raccoglie grano dai contribuenti per coltivare i suoi diletti, che sono anche i nostri, e così facendo compie un delitto: si sostituisce all’ imprenditore nel suo delicato ruolo di innovatore, privandolo dei profitti con i quali poter fare nuovi investimenti in innovazione. In questo circolo vizioso si avviluppa la nostra economia, destinata ad attendere la prossima innovazione di Stato. Allora perché non alzare i forconi?

La potenzialità di questi allevamenti è stimata per 8 miliardi di metri cubi/anno, pari al 10% della domanda di gas in Italia, e la nascita di un ecosistema: autosufficiente, quindi sostenibile, che sia un ciclo continuo ed efficiente. Il modello di business naturale può imitare con profitto i meccanismi di funzionamento e sopravvivenza di piante animali, evitando inutili e criminogene derive stataliste.

Antonio Pavoni

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