I professionisti dell’anti-discriminazione

Racconto l’antefatto, in modo da compensare con un po’ di pubblicità quello che sto per dire: una delle associazioni studentesche di maggior seguito (Bocconi Equal STudents) decide di lanciare una petizione per chiedere che alla specialistica venga introdotto un corso di gender studies. La petizione è qui.

Innanzitutto, di cosa stiamo parlando? Stando a Wikipedia,

“i gender studies rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Nati in Nord America a cavallo tra gli anni 70 e 80 nell’ambito degli studi culturali, si sviluppano a partire da un filone del pensiero femminista e trovano spunti nel poststrutturalismo e decostruzionismo francese (soprattutto Foucault e Derrida), e negli studi che uniscono psicologia e linguaggio (Lacan). Di importanza specifica per gli studi di genere sono anche gli studi gay e lesbici e il postmodernismo.”

Mecojoni, direte voi. E infatti i nostri non si fanno cogliere in fallo e decidono di prendere un’altra strada, apparentemente meno perigliosa. Ossia, scelgono la via “tecnica”: invece di proporre una serie di considerazioni con un taglio che ricorda la sociologia, la filosofia o la politologia, propongono un syllabus che si accompagnerebbe bene a un “The economics of”. Una cortina inattaccabile, perché mascherata con le sacre vesti della scienza economica. Per la precisione, una proposta al riparo da critiche perché sicuramente “non ideologica”. Beh, in realtà di questo atteggiamento – per la verità frequentissimo negli studenti di DES ed ESS – si è già parlato qui.

Proprio perché dell’onestà intellettuale e delle sue latitanze si è già parlato, cercherei piuttosto di spiegare perché credo che una proposta simile, anche se fatta in modo intellettualmente onesto, non sia condivisibile. Per la precisione, è il caso di chiedersi se questa proposta sia o meno da accogliere, possibilmente cercando di allontanare da sé le accuse di essere mosche cocchiere della conservazione e della discriminazione. Deve essere chiaro che qui si sta proponendo un insieme di contenuti tutti già presenti in altri insegnamenti, e messi insieme allo scopo di evidenziarne una chiave di lettura e ribadire l’importanza di un punto di vista. Perché non si tratta di questioni da poco: per chi si occupa di demografia, di economia del lavoro, di politologia e political economics, molte delle questioni sollevate sono già note e superdibattute. Solo che in questo caso si forza l’interdisciplinarietà per veicolare un messaggio. Ne vale la pena? Sono sicuro che l’esperimento si possa tentare con decine di altre possibilità, e a quel punto sarebbe pure il caso di provare a vedere come sarebbe, un’università in cui fossero offerti corsi di questo tipo a decine. 

I gender studies, infatti, ma anche le loro derivazioni economiche, sono diventate nell’accademia internazionale un esempio tra gli altri di una balcanizzazione in atto in più settori. Difficile, in questa sede, riflettere in maniera appropriata sui processi di auto-segregazione di certe minoranze (siano privilegiate o disagiate) come sulla creazione di vocabolari assolutamente incompatibili caratterizzanti i vari gruppi che compongono la società. Però provo a dire una cosa.

La tendenza verso la formazione di correnti di pensiero, negli studi delle cose umane, credo sia qualcosa di inevitabile: per questo motivo è opportuno esercitare un buon grado di tolleranza anche verso teorie che appaiano strampalate a prima vista, quando competono per descrivere il mondo secondo il loro linguaggio. Il problema di molte cose che sono emerse negli ultimi decenni, tuttavia, è che, sulla scorta di una serie di retroterra ideologici più o meno consapevoli, si sono andate creando piccole aree di rendita intellettuale. Non c’è alcun tentativo di competere nelle grandi praterie del dibattito scientifico, che può fermarsi sul singolo problema all’interno di un quadro generale di problemi affrontati in maniera confrontabile. Piuttosto, si postula l’esistenza di un problema all’interno di un perimetro descrittivo condiviso da tutti gli appartenenti al dato campo, e da lì in poi si iniziano carriere accademiche, politiche, internazionali, burocratiche, e tutto quello che ne segue.

Non è un caso unico, quello del womenomics: ci sono tutta una serie di problemi simili per gli studi sui neri, sui gay, sui gruppi religiosi, finanche su certe branche dell’economia, più “blasonate”, che è lecito sospettare di avere molta popolarità solo per la quantità di soldi che riescono ad aggregare su progetti, dipartimenti e istituzioni dedicate. L’inconsapevole tendenza all’autoperpetuazione porta allo stanco ripetere delle stesse soluzioni (“più quote rosa”, “più leggi anti-discriminazione”, “più aiuti internazionali ai paesi poveri”, “più affirmative actions”), seguito dalla constatazione che “non se ne è fatto abbastanza, e quindi non hanno funzionato”. Che siano soluzioni sbagliate in sé nessuno può dirlo, ovviamente: altrimenti il circo chiuderebbe il giorno dopo.

In realtà aprire troppi corsi che soddisfino le varie istanze settarie (spalmando, in ogni caso, il costo su tutti gli altri) è impossibile perché prima o poi si andrebbe in conflitto con gli insegnamenti “core” di ogni corso. Per adesso, però, c’è ancora la possibilità di rosicchiare qualche spazio qua e là, senza disturbare troppo altri gruppi già di successo nell’instaurare posizioni simili – si veda il caso Business Ethics. Quello che lascia perplessi è la passiva accettazione del pubblico per questa progressiva occupazione di spazi didattici originariamente pensati per servire allo sviluppo di strumenti critici e di analisi il più possibile aperti e neutrali. 

Si ha il timore – mi saprete dire se legittimo o meno – che questo scardinamento operi indisturbato anche e sopratutto per un fenomeno molto simile a quello che indignò Leonardo Sciascia nel 1987 quando scrisse il suo editoriale forse più controverso (qui). E qui ci lasciamo:

“Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima di spiegare.” 

Luca Mazzone

Addendum: c’è, ovviamente, un modo per fare la stessa cosa senza cadere nei problemi sopra evidenziati. Lo dico perché, come Studenti Bocconiani Liberali, abbiamo affrontato un problema simile. Pensavamo, infatti, che ci fosse una lacuna nell’insegnamento della storia del pensiero economico: ossia, che venisse posta più attenzione ad alcuni aspetti piuttosto che ad altri che a noi stavano a cuore. Non abbiamo fatto una petizione per chiedere all’università di riconoscere, con risorse di tutti e crediti e voti che fanno media, la nostra idea. Abbiamo semplicemente organizzato un corso extra-curriculare, chiamando professori non solo bocconiani, senza alcun ostacolo. Certo, è un esperimento e come tutti gli esperimenti è fallibile. Sicuramente sarebbe venuto meglio se avessero organizzato tutto dei professori, full-time. Però è così, credo, che si debba cercare di cambiare le cose: lavorando in mezzo agli altri, con libere iniziative, e non cercando di assaltare il fortino della spesa. Che altrove è la spesa pubblica, la legge e i regolamenti, e qui è  il bilancio dell’università, i crediti e le medie.

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3 thoughts on “I professionisti dell’anti-discriminazione

  1. Ma sono l’unico che pensa che studiare “Il contributo delle Donne nel Business” (argomento fisso di svariati capitoli in certi manuali anglosassoni) sia come e forse più razzista de “Il contributo dei Neri nel Business” ?

    Il mio pensiero, che trovo perfettamente razionale ed in linea con il pensiero liberale è che in un sistema-mercato concorrenziale, se dividi un gruppo in due parti ed assumi un atteggiamento preferenziale o accondiscendente verso una di queste due parti (indipendentemente dal merito effettivo di entrambe), inevitabilmente ne abbassi il rendimento relativo.
    Questo è ovvio: la concorrenza diminuisce e ti carichi “elementi” marginalmente meno efficenti!

    Basterebbe capire questo meccanismo per prendere in antipatia ogni tipo di “quota” imposta dall’alto.
    Ai privati, ovviamente, invece, conviene non fare favoritismi/discriminazione ma oh, siamo pur sempre nella sfera privata: se ritengo mio cugino con la licenza elementare un ottimo elemento come manager della mia azienda, il problema credo che sia soprattutto mio…

    In merito alla deriva radical-chic dei ceti intellettuali, condivido l’analisi. Fuffa, tanta fuffa, che comunque è li soprattutto per la necessità generale di “darsi un tono”, o puro conformismo.

    Nonostante tutto questo, sono assolutamente convinto che un etica nel business è necessaria e conveniente, ma per il semplice fatto che una troppo prolungata assenza di principi etici più o meno condivisi -pur in concorrenzialità- generi fenomeni non dissimili a quelli della critica di Lucas sulle politiche economiche istituzionali.
    In definitiva gli stessi “affari” diventano troppo caotici ed il “costo” di reperimento di informazioni attendibili nel tempo sulle controparti diventa significativo.

    Assumere un etica standard credo che abbassi i costi economici e crei clima favorevole agli investimenti in generale.

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