Ma cosa ne sappiamo noi di certe realtà

La madre malata, i trasporti pessimi, gli esaurimenti nervosi. Robert Nozick, parlando di tutt’altro, si scusava in anticipo di dovere difendere le sue tesi quando per i suoi avversari era già sufficiente obbiettare attraverso toccanti testimonianze di ingiustizie e rinunce. Le esperienze personali sono il controesempio preferito di chi si fa scudo del politicamente corretto: se c’è una cosa su cui il dibattito pubblico non può interferire, questa è la zona in cui chi non è privilegiato crede (si illude) di manifestare un interesse opposto a quello del suo collega ricco; su questo principio, inossidabile ai decenni, è inchiodata l’ossessione di non belligeranza di cui ci si fa evangelicamente protettori. E pazienza che solo la “policy” debba umilmente castigarsi nell’aulico, sprezzante gergo di chi colpevolmente si concede il buon senso mentre c’è chi muore di fame; a tutti gli altri è concessa l’astiosa aneddotica di rabbia e vita vissuta cui nulla possono dati e argomentazioni.
Uno dice, chissene, governiamo con la pancia?
Del resto, anche ad affermare logicamente che nella quasi totalità dei casi i fuori corso vadano fuori perchè sono i genitori disposti a pagare, che la cultura dello studente lavoratore è davvero un fenomeno effimero rispetto a Germania, Uk e USA, che la mole di studio delle nostre università non è superiore a quella delle altre (sì, esiste anche questo mito), c’è chi risponde che ragionare sul valore atteso è già un lusso, che la scelta razionale non vale se non vale per tutti, che se è impossibile pesare gli scarti, allora lo status quo diventi come minimo un gesto di pietà per noi sfruttati.

                                                                                                                                      Dario Novello

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7 thoughts on “Ma cosa ne sappiamo noi di certe realtà

  1. “la cultura dello studente lavoratore è davvero un fenomeno effimero rispetto a Germania, Uk e USA”. Si possono avere dati a riguardo? Grazie.

  2. in italia la percentuale di studenti lavoratori la trovi qui
    http://www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2011/premessa/pdf-file/sezione03.pdf (pag 91)
    per uk e usa i report che avevo trovato non sono recentissimi, ma suppongo che le percentuali non siano diminuite:
    http://www.universitiesuk.ac.uk/Publications/Documents/parttime_strand1.pdf
    http://www.acenet.edu/AM/CM/ContentDisplay.cfm?ContentFileID=1618

    su germania faccio ammenda, non ero riuscito a trovare documenti ufficiali. molti siti di orientamento in inglese ne fanno riferimento come cosa comune, ma non ho avuto la premura di andare a cercare i documenti ufficiali. grazie comunque per l’appunto
    🙂

    DN

  3. Mi sembra che le percentuali di studenti che lavorano o hanno lavorato tra US (pag7, 77%) e Italia (pag 88, 64%) non siano a distanze abissali. Va detto che nella percentuale italiana è incluso tutti i lavoratori, da mezz’ora al mese a 40 ore a settimana. Se invece si prende la ricerca ISTAT, dove la percentuale è al 25%, allora la situazione cambia. http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20091112_00/testointegrale20091112.pdf

    Sull’UK non mi esprimo, troppe pagine e troppo poco tempo 🙂

  4. infatti, l’avevo notato anche io. però almalaurea distingue tra lavoratori studenti e studenti lavoratori. i secondi, stando alla nota piè di pagina, sono quelli che hanno lavorato almeno una volta durante il percorso di studi, e in maniera non continuata.
    questo escluderebbe anche i lavori nel we.

    DN

  5. (in questo caso la percentuale corretta sarebbe 9%). In uk e usa credo sia più difficile annacquare queste cose, visto che da anni si sono inventati i part time degree che ti classificano subito senza bisogno del sondaggio.

    DN

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