Fiscal transfers, autonomie locali ed una lezione per l’Europa.

L’idea che per uscire dalla crisi sia necessario accelerare il processo di unificazione politica e fiscale a livello UE continua a dominare il dibattito sul futuro dell’Unione. Pur con i dovuti distinguo, pochi si sono accorti che l’Italia stessa puo’ fornire qualche utile riflessione su cosa succede quando si uniscono monetariamente e fiscalmente popolazioni con diverse culture.

L’Italia, infatti, nasce nel 1861 dall’unione di realta’ storicamente e culturalmente molto diverse, unite da un sentimento di appartenenza nazionale, peraltro non sempre condiviso. Nasce soprattutto, pero’, dallo slancio idealistico di alcuni che vedevano nell’Italia unita un traguardo “romantico” da perseguire ad ogni costo, anche a costo della propria vita. L’euro, a pensarci bene, e’ nato sull’onda di una spinta “romantica” molto simile: l’Europa deve essere unita “perche’ siamo tutti fratelli europei”. In entrambe le unificazioni, e’ mancata un’adeguata consapevolezza economica dei costi e dei benefici che l’unificazione avrebbe portato.

Questa mancata consapevolezza in Italia si e’ dimostrata particolarmente dannosa. Nel dopoguerra, era diffusa la convinzione che bastassero grossi “fiscal transfers” dalle regioni in boom del triangolo industriale verso le regioni depresse del Sud per ottenere la “convergenza”, ovvero un’aumento del benessere piu’ rapido nel Mezzogiorno che l’avrebbe portato ad eguagliare gli standard del Settentrione. 

Analizzare i motivi per cui la convergenza non e’ mai avvenuta esula dallo scopo dell’articolo. Gli italiani hanno pero’ dopo molti anni capito che i trasferimenti “a pioggia” sono solo spreco e che ci vuole ben altro per generare crescita. Se il trasferimento fiscale non e’ accompagnato da una seria policy proattiva di cambiamento, di riforma e di rimozione strutturale delle cause della poverta’, l’operazione si rivelera’ di breve durata e aggravera’ solo il problema, generando nella regione “aiutata” una forma di dipendenza malsana dall’aiuto esterno. Tra l’altro, quando le cause dell’arretratezza economica sono caratteristiche culturali particolarmente radicate, non e’ nemmeno garantito che esistano delle politiche capaci di azzerare il gap di produttivita’: spesso e’ necessario constatare l’inefficacia di qualunque iniziativa governativa nello stimolare la crescita.

Veniamo al presente. Questa settimana si sono diffusi sui mercati “rumors” di un default, nell’ ordine, della Comunita’ Autonoma della Catalonia, di Valencia, della Regione Sicilia e del Comune di Napoli.  

Persino al di la’ del reno alcuni Land tedeschi hanno chiesto e ottenuto dal governo centrale di Angela Merkel una sorta di collettivizzazione del loro debito. Quello che accomuna queste realta’ e’ una forma malsana di autonomia che si puo’ sintetizzare in “autonomia di uscite, dipendenza di entrate”. L’autonomia, cioe’, si e’ concretizzata nella sistematica acquisizione del consenso popolare tramite la spesa di soldi che non si hanno e contestuali richieste di ripianamento/finanziamento al Governo centrale o alle altre regioni.
Il punto che voglio fare e’ che questo atteggiamento irresponsabile da parte delle autonomie locali e’ perfettamente razionale in un sistema di “fiscal transfers” del tipo di cui parlavo sopra. Se il politico regionale puo’ chiedere ed ottenere un traferimento di ricchezza da altre regioni attraverso le leve fiscali senza sostanzialmente sopportare conseguenze in termini di riforme imposte o “austerity”, lo fara’.

L’autonomia non e’ un male, anzi. Ma e’ necessario che sia accompagnata dalla responsabilita’ fiscale. Il principio che deve essere sempre rispettato e’ quello della sostenibilita’ delle finanze pubbliche e del pareggio di bilancio. Limitare o eliminare i “fiscal “transfers” puo’ anche aiutare nel lungo termine nel raggiungimento di questi obiettivi.

Gabriele Giovanni Vecchio

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