Le menzogne sul New Deal

Gli statalisti nostrani sono a corto di argomenti. Viziati da decenni di mancato contraddittorio, vivono l’esistenza di una sempre meno flebile voce liberale/mercatista in Italia con un misto di sorpresa e spaesamento. Di fronte al venir meno del loro scontato monopolio, i Tremonti, gli Scalfari e i Fassina (per dirne tre, ma se ne potrebbero citare migliaia) hanno dovuto ricorrere alla piu’ classica delle armi retoriche: l’invenzione di una eta’ dell’oro cui e’ seguita l’epoca della “corruzione dei costumi”. L’eta’ dell’oro sono, ovviamente, gli anni dal 1930 al 1970: in particolare, costoro sviluppano un culto del New Deal e fanno di F.D. Roosevelt il loro santino identitario.

Al di la’ delle fantasiose interpretazioni di editoriali scritti in inglese sulle quali gli statalisti italiani basano le loro proposte (si veda una utile operazione di debunking qui), il loro argomento principale sono “le grandi politiche espansive messe in atto da Roosevelt durante il New Deal”. Bene: a fronte di una crisi iniziata nel 1929, questa e’ l’evoluzione del tasso di disoccupazione americano negli anni successivi.

Ora, se lo scopo del New Deal era “riportare gli americani al lavoro”, l’obiettivo non sembra riuscito granché: come riportato da Cole (economista a UPenn) e Ohanian (economista a UCLA) le ore totali lavorate per ogni adulto sono passate dall’essere 18% inferiori al livello del 1929 nel periodo 1930-1932 all’essere del 23% inferiori in media durante gli anni del New Deal (1933-1939). Ancora peggio se si tiene conto solo del settore privato: dal 18% di ore lavorate in meno nel periodo 1930-1932 al 27% in meno nel periodo 1933-1939. Un moltiplicatore che non c’è. Perché le ore lavorate crollano, mentre il tasso di disoccupazione sembra invertire il trend? In un articolo più recente, sempre Cole e Ohanian isolano l’effetto delle politiche di work sharing incluse nel New Deal, concludendo che queste, più degli shock alla domanda aggregata, spiegano il leggero calo della disoccupazione nel grafico – si noti che rimane comunque a livelli mai più raggiunti nella storia degli USA. I consumi privati narrano una storia simile, se non peggiore.

La depressione americana dura un decennio, come si vede dalla cronologia sopra. Ora: se c’è una cosa che la storia economica ci ha insegnato, è che raramente le deviazioni dal trend, nel ciclo economico, persistono molto a lungo in assenza di errori di policy. E’ lo stesso Roosevelt ad ammetterlo: nel 1938, in un discorso presidenziale, prende atto pubblicamente del fatto che alcune delle misure del New Deal stavano, al contrario, ritardando la ripresa.

Per capire di che pasta fosse fatta la massa di provvedimenti che costituivano il New Deal, che nella vulgata vengono descritti più o meno come una poco intelligente applicazione del concetto demand-side “metti gente a far strade che la gente non percorre, così aumenti i redditi”, diamo un’occhiata al provvedimento-cuore di tutto il progetto. Non che mancassero, i progetti di quel genere, anzi: esistono ancora, e forse spiegano la netta riconferma di FDR nelle elezioni successive, come la lunga persistenza di certi ottimi amministratori nel Sud del nostro paese. 

Il NIRA (National Industral Recovery Act) aveva l’obiettivo congiunto di permettere la creazione di cartelli tra grandi  imprese allo scopo di aumentare i profitti, tra l’altro depotenziando l’Antitrust. In cambio, obbligava le imprese a pagare salari decisamente più alti ai lavoratori, slegati dalla produttività. Questa misura ebbe purtroppo l’effetto di rallentare la ripresa dell’occupazione proprio nel settore interessato a una più rapida dinamica di crescita della produttività, cioè il settore manifatturiero. Fu, in sostanza, un forte ostacolo alla ripresa.

Il Governo forse pensava di creare domanda aggregata dal nulla, come se i lavoratori non fossero consumatori?  Si obietterà: cercava di incentivare gli investimenti, bloccati dall’incertezza tipica dei periodi di crisi. Come spiegare, allora, l’introduzione contestuale di una tassa sugli utili non distribuiti, poi rimossa a fine decennio?
In realtà, lo stesso Roosevelt aveva in mente l’obiettivo dichiarato di mettere a bada le dinamiche concorrenziali, a suo giudizio causa della recessione. Simile obiettivo aveva il Wagner Act, un provvedimento contenente una serie di disposizioni mirate ad aumentare il potere contrattuale dei sindacati, portando spesso all’occupazione delle fabbriche senza che questo venisse in alcun modo perseguito.

In generale, comunque, la spesa pubblica nel periodo del New Deal aumentò, anche se è difficile trovare, anche tra gli accesi sostenitori odierni del deficit spending, economisti disposti ad ammettere che gli aumenti di spesa del periodo 1930-1940 abbiano avuto effetti macroeconomici apprezzabili. Per fare un esempio, Christina Romer, attuale consulente di Obama, conclude che la politica fiscale non ha avuto alcun ruolo nel contenere l’avvitamento dell’economia statiunitense negli anni ’30, assegnando lo stesso ruolo a una politica monetaria “inconsapevole”, di gestione degli afflussi di capitale dall’Europa impaurita dai venti di guerra. Non solo: la Romer scrive degli effetti disastrosi dell’introduzione delle social security taxes nel 1937, dopo un anno (il 1936) in cui le pensioni ai veterani erano state pagate a debito. Avere un sistema pensionistico, e anche una rete di sicurezza contro la disoccupazione, possono essere cose desiderabili: ma è difficile sostenere che abbiano aiutato gli Stati Uniti ad uscire dalla Depressione. Se c’è evidenza, va nel senso contrario. Se si includono le analisi empiriche di Albrecht Ritschl, poi, diventa ancora più difficile assegnare un ruolo a qualsiasi politica discrezionale nell’accompagnare gli USA fuori dalla crisi: vale la pena di ribadire, d’altra parte, che se un’economia ci mette 13 anni a tornare ai suoi livelli di partenza parlare di grandi risultati è leggermente fuori posto. Specialmente se riparte DOPO che i provvedimenti più controversi (NIRA e Wagner Act) sono stati eliminati, rimossi o modificati in parti sostanziali.

Ci sono, comunque, degli statalisti che potrebbero apprezzare Roosevelt per qualche motivo. Quelli di destra. Ma destra-destra. Non tanto per le malcelate simpatie del Presidente verso Mussolini, personaggio abbastanza popolare tra i leader occidentali al suo tempo. Quanto per aver fatto fare ad Hitler una figura migliore della sua nel famoso episodio della vittoria di Jesse Owens a Berlino: aneddoto che, chissà per quale motivo, viene riportato raccontando di un Hitler stizzito che si rifiuta di rendere omaggio a un “negro”, quando il più imbarazzato era forse il suo collega americano. Ma sopratutto per aver dovuto cedere alla potentissima Women Organization for National Prohibition Reform di fronte alla palese disfunzionalità del proibizionismo sugli alcolici ad inizio mandato (nel 1933), mostrando di aver perfettamente compreso la lezione quattro anni dopo, quando inizierà il proibizionismo sulla marijuana. Anche la nostra adorata War on Drugs, insomma, non solo la social security, ha una paternità rooseveltiana.

Andatene fieri, statalisti di casa nostra!

Luca Mazzone

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