Il dilemma morale degli evasori fiscali

Mario Monti ha recentemente sottolineato come l’evasione fiscale costituisca uno dei principali problemi italiani con riferimento a: tensioni sociali e reputazione internazionale. In questo articolo cerco di occuparmi di evasione in termini di teoria della giustizia.

In particolare, propongo un semplice argomento morale che va nella seguente direzione: a. L’evasione fiscale è in massima parte una pratica moralmente reprensibile, b. Vi sono circostanze in cui evadere può essere considerato legittimo, c. Vi sono circostanze in cui evadere è l’unica scelta moralmente corretta.

Un punto di vista molto diffuso tra i liberali/libertari nel liquidare la questione tasse è il seguente: il mio corpo è mia proprietà, il mio lavoro non è altro che il frutto delle attività del mio corpo, il frutto del mio lavoro è mia proprietà e sono l’unico a poter scegliere come disporne.

Se scegliessimo questa soluzione ‘thin’ non vi sarebbe nulla di veramente problematico nel ragionamento morale; avremmo una proxy per risolvere tutte le questioni concernenti la (non) produzione di beni pubblici. Sfortunatamente, questo approccio ha una serie di problemi irrisolti, e tendenzialmente irrisolvibili: a. Non si capisce quale sia l’origine di un eventuale diritto ‘naturale’ di proprietà sul corpo (da cristiano, ad esempio, farei davvero fatica a concepirlo), b. Non si preoccupa di considerare gli agenti come liberi ed eguali, c. Produce outputs tendenzialmente sub-ottimali.

Un punto di partenza diverso potrebbe derivare, seguendo Rawls, dall’idea di agenti liberi ed eguali che in condizione di parziale ignoranza devono definire i caratteri istituzionali di un ordine politico. Tutti gli agenti hanno convinzioni di natura morale differente circa la definizione di giusta distribuzione delle risorse, ma tutti sono perfettamente ignoranti riguardo al ruolo che ricopriranno all’interno dell’ordine politico.

L’approccio rawlsiano al problema dell’ordine politico risolve parecchi dei problemi concettuali dell’approccio ‘thin’: a. la proprietà del corpo è irrilevante nel determinare la scelta delle norme generali ed astratte che governano un ordine politico, b. Elimina le asimmetrie informative e le posizioni di potere che altrimenti influenzerebbero un ipotetico contratto sociale.

Quali norme sceglieremmo sotto velo d’ignoranza? Quale livello di tassazione? Quale tolleranza per gli evasori?

Contrariamente a quanto hanno creduto in passato tanti rawlsiani, la soluzione non è unica. Vi è piu di una struttura di base che può emergere da decisioni prese sotto velo d’ignoranza da individui liberi ed eguali. Ciò che è certamente ragionevole sostenere, con riferimento a tasse ed evasione, è che, individui eguali, con convinzioni morali differenti, e totale ignoranza rispetto ai talenti che svilupperanno e alle posizioni che ricopriranno all’interno di una società, si accorderebbero per: a. rinunciare ad una definizione preistituzionale di merito secondo la quale distribuire le risorse, b. una struttura di base che garantisca una allocazione ottimale delle risorse attraverso il libero mercato, c. la produzione pubblica di quei beni che non possono essere ottimamente prodotti dal mercato, tenendo però conto dei meccanismi spontanei che generano sub-ottimalità di lungo periodo (i.e. può essere conveniente rinunciare alla produzione di alcuni beni pubblici se ciò conferisce troppo potere allo stato), d. una safety-net in ragione del fatto che i talenti sviluppati dagli individui sono semplice frutto della fortuna. In questo senso, se è comunque ragionevole affidarsi al mercato libero per una allocazione efficiente delle risorse, abbandonando l’idea di una distribuzione fondata su definizioni pre-istituzionali di merito, è certamente ragionevole sostenere che, individui sotto velo d’ignoranza, si accorderebbero per una rete di salvataggio cui tutti devono/vogliono contribuire.

Abbiamo trovato una giustificazione morale per l’esistenza dello stato e di un meccanismo di tassazione e redistribuzione. Secondo quanto abbiamo detto, pagare le tasse è nient’altro che un impegno preso da un individuo sotto velo d’ignoranza, in ragione del fatto che egli stesso trova conveniente stipulare l’accordo. In

questo senso, chi non paga le tasse tratta l’individuo come mezzo e non come fine, non rispettando i patti precedentemente contratti.

Abbiamo, dunque, definito uno stato di cose in cui l’evasore non è solo moralmente reprensibile, ma, con tutta probabilità, penalmente condannabile. E’, infatti, ragionevole supporre che individui sotto velo di ignoranza prenderebbero in seria considerazione l’idea di punire fisicamente comportamenti da ‘defector’ di questa gravità, sia per ragioni retributive sia per il buon funzionamento dell’ordine nel lungo periodo (può darsi che il costo reputazionale per il defector sia irrilevante considerato il guadagno che ricava dalla sua condotta).

Nel contesto appena descritto non vi è alcuna ragione morale che possa supportare l’evasione fiscale.

La situazione cambia quando: a. lo stato, attraverso il prelievo fiscale, produce beni che potrebbero essere prodotti in maniera piu efficiente sul mercato, b. lo stato non produce i beni che dovrebbe produrre, c. lo stato regola la vita associata attraverso norme che, manifestamente, non verrebbero scelte sotto velo d’ignoranza.

In questo caso, come valutare l’opportunità di pagare o meno le tasse?

Due scenari possibili: a. lo stato viola il contratto sociale nelle modalità sopra descritte, e i contribuenti, non influenzano gli equilibri istituzionali scegliendo di contribuire o evadere; b. Il contribuente, contribuendo, favorisce le dinamiche spontanee che conducono lo stato a mantenere o incrementare il proprio potere continuando a perpetrare violazioni del contratto sociale.

Questi due casi configurano due riflessioni morali estremamente differenti: nel primo caso la condotta di evasore è da meramente considerarsi ‘legittima’, nel secondo è da considerarsi ‘giusta’.

Ovviamente si tratta di un argomento abbozzato, che potrebbe essere raffinato in corso d’opera. In particolar modo, volendo indirizzare i commenti, cosa cambiereste dei punti che ho supposto essere scelti dagli individui sotto velo d’ignoranza?

Carlo Cordasco

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7 thoughts on “Il dilemma morale degli evasori fiscali

  1. Lo stato redistributivo non è necessariamente scelto sotto un velo d’ignoranza (anzi). Visto che però uno si becca il whole package (stato minimo+redistributivo) ogni scelta rispetto a cosa contribuire o meno diventa quanto meno opinabile, quindi la legittimazione all’evasione è, sempre, opinabile. In questo senso risulta dotata di maggiore legittimità la disobbedienza civile (evasione aperta), pro cambiamento, dal puro free riding (evasione nascosta), meramente opportunistico, quindi “ingiusto”. Secondo me lì è possibile tracciare l’unica linea possibile.

  2. Niccolò,
    non capisco cosa vuoi dire. Che vuol dire quell’ “anzi”? La scelta non è opinabile nella misura in cui se io ti dico a t1 che ti aiuterò a pulire il giardino a t2 se tu adesso mi aiuti a lavare la macchina, non posso negarti il mio aiuto a t2 senza violare l’imperativo categorico. Allo stesso modo, se il tuo aiuto non avviene nei termini concordati, dovrei avere il diritto di sfancularti senza problemi right? Io invece non vedo la linea di confine che tracci tu. Il problema, in questo caso, non è tanto il come, ma il perchè.

    • Anzi nel senso che uno stato redistributivo è il risultato del velo di ignoranza se si assumono individui piuttosto avversi al rischio, che può essere un’ipotesi valida ma comunque piuttosto forte e non “auto-evidente”: dietro al velo di ignoranza, come minimo, gli individui conoscono le proprie attitudini al rischio (come notava Nozick il velo di ignoranza di Rawls è di ignoranza piuttosto selettiva).
      Pertanto lo stato più che minimo può essere derivato senza difficoltà da individui piuttosto consapevoli della loro posizione nella gerarchia sociale. E i problemi sulla moralità relativa dell’evasione restano gli stessi.
      La linea netta la vedo non perchè lo stato non sia ladrone e si rimangi i propri impegni, ma perchè qualsiasi evasione implica due componenti, cioè quella relativa ai servizi che il soggetto utilizza (a esempio ordine pubblico) e quella relativa a quelli che non utilizza (a esempio un’infornata di assunzioni di forestali). L’evasore totale, seppur moralmente “legittimo” rispetto alla seconda componente, resta portoghese rispetto alla prima. Ergo difficoltà estrema dare patenti di legittimità.
      Del resto se accettiamo che l’evasione è moralmente giustificata dalla necessità di “sopravvivenza” introduciamo un argomento più generale (che può essere applicato ad altre fattispecie criminose: omicidio, furto, …), non specifico al problema dell’evasione, e quindi poco attinente a mio parere.

      • Non voglio divagare, ma all’omicidio già si applicano delle situazioni che lo rendono ammissibile, e.g. la legittima difesa. O.T. chiuso qui l’appunto. La mia domanda sull’avversione al rischio rimane. 🙂

  3. A mio avviso, il quid del problema sta a monte. MI spiego: la scelta di non pagare le tasse puo’ essere, a mio avviso, moralmente giustificata, soprattutto per quelle categorie che vedono volatilizzarsi il frutto del loro lavoro ed ingegno in favore di una eterogenea e spesso nociva ragion di stato. Chi, consapevole dell’utillizzo sconsiderato dei nostri tributi, non si sentirebbe autorizzato a pagarne un poco di meno?
    Ma non pagare le tasse è una violazione della legge, e per questo punibile; il che esula dalla morale. La scelta pertanto appartiene all’individuo, che con riferimento alle proprie ‘Tavole della Legge’, puo’ decidere se evadere o meno: sapendo comunque di correre il rischio di essere punito.
    Per questo trovo inopportune le critiche al governo quando cerca di arginare l’evasione. Sta facendo nient’altro che il suo dovere, cosa che non è stata fatta in precedenza, tra i principali motivi per cui ci troviamo nella situazione odierna.

  4. Se assumiamo uguaglianza degli individui assumiamo anche uguaglianza nell’attitudine al rischio. Come cambierebbe la dinamica della scelta con il velo d’ignoranza se non assumessimo più l’uguaglianza degli individui nell’attitudine al rischio?

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