Hayek, Che Guevara, John Galt

Guardate le immagini qui sotto:


Credo che nessuno possa dire di non aver mai visto la prima. Tutti conoscono la maglietta del Che e molti la conservano ancora, chi per nostalgia della giovinezza e chi invece per atteggiarsi da rivoluzionario.
Ma scommetto che nessuno ha mai visto la seconda, a meno che non bazzichi frequentemente in ambienti liberali o sul sito del Ludwig von Mises Institute nella sezione dedicata allo shopping. E non è un caso.

Ok, viviamo in Italia e quindi è già tanto se si conosce Hayek per le sue idee, figuriamoci come volto pop da stampare sulle magliette. Negli USA sarà forse più frequente trovarsi di fronte alla seconda maglietta rispetto ad ogni altro paese del mondo. Ma diciamocelo: la prima maglietta raffigura un mito, un rivoluzionario che ha ispirato almeno due generazioni di giovani, nonostante fosse un assassino della peggior specie. La seconda un grande pensatore che è sconosciuto ai più e che non appartiene minimamente all’immaginario collettivo. Probabilmente Hayek non avrebbe nemmeno chiesto di diventare un’icona cui trarre ispirazione: preferiva certamente, e con successo, stimolare l’intelletto piuttosto che la pancia dei suoi interlocutori.
Ma la pancia, spesso sottovalutata da molti liberali, è importante.

Ah, il mito della rivoluzione! Se non fosse per questo nessuno avrebbe la maglietta di Che Guevara: tutti si limiterebbero a considerarlo un criminale alla pari di Al Capone. Ma creare dei miti, stimolare e incanalare l’immaginazione in modo da creare delle corrispondenze con un messaggio politico è vitale per ogni movimento di massa.
Proprio per questo i comunisti hanno sempre cercato di ottenere il monopolio dell’immaginazione: un’okkupazione attentamente studiata, che  ha conquistato la critica letteraria passando per il cinema per giungere trionfalmente sulle cattedre universitarie. Di qui i professori proponevano più manifesti politici e slogan che non vere e proprie proposte culturali o di lettura.

Questa si chiama strategia politica, cioè quella che i liberali non hanno o non vogliono avere. Di Hayek e Friedman ne abbiamo avuti e ne avremo in futuro per difendere e diffondere le idee liberali. Ma sul versante artistico-letterario, quello che forma la nostra immaginazione e crea i nostri valori estetici di riferimento, i liberali faticano a guadagnarsi uno spazio. Potremmo dire che un liberale come Vargas Llosa ha vinto il Nobel per la Letteratura un paio di anni fa, ma rimane il fatto che il suo impatto nell’immaginario collettivo, soprattutto in Italia, è praticamente nullo. E anche in Sudamerica, pur avendo rivestito un ruolo di primo piano qualche anno fa, la sua popolarità appare marginale rispetto a quello di altri rivoluzionari socialisti.

Negli Usa, invece, la situazione è molto diversa: lì hanno avuto Ayn Rand.
Si può, giustamente, dire che i suoi romanzi hanno trovato un terreno già di per sè accogliente per determinati ideali, ma, indipendentemente da questo, molti riconoscono alle sue opere il merito di aver ispirato milioni di giovani e c’è chi sostiene che ” Atlas Shrugged” sia il secondo libro più influente dopo la Bibbia, negli Usa.
La Rand è stata capace di creare degli eroi sfacciatamente liberali, delle icone che stimolano da oltre 60 anni l’immaginazione di milioni di giovani americani che, come John Galt, sono alla ricerca di una vita indipendente, libera dalle costrizione dello stato e in cui il successo si misura senza imbarazzi anche sulla base della propria ascesa economica.
Se esistessero le magliette di John Galt, negli Usa ve ne sarebbero certamente più di quelle di Che Guevara.

                                                                                                                                                                                                                                                  Nicolò Bragazza

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