La rivolta di Atlante

“Lei parla come se stesse combattendo per qualche sorta di principio, Mr. Rearden, ma ciò per cui sta realmente combattendo è la sua proprietà, non è vero? “
“Certo, senza dubbio. Sto combattendo per la mia proprietà. Capisce il tipo di principio che rappresenta?”
L’ economia è sull’ orlo del collasso, e l’ America, da ultimo baluardo di libertà in un mondo di stati socialisti, si sta trasformando in una nazione collettivista, dove i corrotti ed incompetenti burocrati di Washington, regolamento dopo regolamento – in nome di un superiore “bene comune” – mirano a porre sotto il proprio controllo l’ attività economica del paese. Nel contempo, mentre l’ Istituto Scientifico dello Stato professa l’ inconsistenza della ragione e del pensiero umano, i filosofi sostengono che “tutto è niente”, la classe intellettuale predica contro il denaro, “radice di tutti i mali”, e l’ opinione pubblica considera una grave colpa la ricchezza (altrui), gli inventori, i pensatori, gli imprenditori di successo – quelli che non si sono mai messi in fila per ottenere favori, sussidi e leggi straordinarie dallo Stato – iniziano a scomparire ad uno ad uno, piuttosto che finire costretti a sottostare ad un codice morale che obbliga all’ auto-immolazione dell’ individuo per servire i bisogni della società.
E’ questo lo scenario dipinto da Ayn Rand nel 1957 in Atlas Shrugged, tradotto in italiano come “La Rivolta di Atlante”, o meglio “Atlante ha scrollato le spalle” – con riferimento al titano che, nella mitologia greca, sorreggeva il peso del mondo sulla propria schiena.

La scrittrice – fuggita negli Stati Uniti dalla Russia sovietica – descrive nel suo romanzo una realtà distopica, in cui sono i produttori, i creatori, coloro che costituiscono “il motore del mondo”, a mettere in atto uno sciopero: uno sciopero contro il credo delle ricompense non guadagnate e dei meriti non ricompensati, contro il dogma che la ricerca della propria felicità è male, contro la dottrina che la vita è una colpa. John Galt, Hank Rearden, Francisco D’ Anconia, Ragnar Danneskjold, Dagny Taggart sono gli eroi del romanzo, campioni di libertà, paladini della razionalità; mossi da un profondo amore verso la vita e dalla consapevolezza della grandezza dell’ uomo.
Sono eroi spiccatamente americani, che credono nella premessa su cui l’ America stessa è stata fondata, la premessa che “l’ uomo è un fine in se stesso, e non un mezzo per i fini di altri, e la sua vita, la sua libertà e la sua felicità sono suoi diritti inalienabili”.
Sono eroi capitalisti, self-made men orgogliosi della ricchezza che possiedono, che hanno prodotto, che hanno guadagnato; uomini che trattano con i propri simili scambiando valore con valore – come commercianti, e non come “parassiti” o “pescecani” -; uomini che sanno che il denaro non è un fine, ma un mezzo di scambio, che non può esistere a meno che non vi siano beni prodotti e uomini capaci di produrli.
“Siamo l’unica aristocrazia rimasta nel mondo – l’aristocrazia del denaro. L’ unica vera aristocrazia, se la gente capisse cosa significa. E non lo fa.”

                                                                                                                                                                                                                                                    Alice Speranza

P.S. Per chi non voglia cimentarsi nella lettura di ” Atlas Shrugged” c’è sempre il film, di cui la prima parte è già uscita negli Usa. Qui sotto potete vedere il trailer del primo e del secondo episodio.
Enjoy!


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