La grande truffa della Tobin tax

Finalmente, dopo un biennio di sacrifici, di austerità e di tensioni sociali, i duri sforzi dei popoli europei avranno fine! Dopo mesi di tentennamenti, l’Unione Europea è pronta ad implementare la tanto dibattuta Tobin Tax, riequilibrando il peso del risanamento e facendo finalmente pagare quei maledetti oligarchi della Grande Finanza.
Perlomeno, così parrebbe. Chi ha infatti prestato attenzione al dibattito relativo alla crisi europea e alla moltitudine di proposte che, a dire della classe politica continentale, avrebbero potuto, come una bacchetta magica, riportare l’armonia nei paesi flagellati dalla crisi fiscale, sa che il principale cavallo di battaglia dei policy makers è stata rappresentata da questa famosa “tassa sulle transazioni finanziarie” (o ‘patrimoniale’ sulle ‘transazioni’, come definita poco tempo fa dal sindaco di un’importante città del sud Italia). 
Perché riformare il sistema pensionistico, quando si possono tassare i grandi patrimoni o, appunto, le rendite finanziarie? Un grande piano di investimenti pubblici è possibile, nonostante il debito: basta iniziare a tassare le rendite finanziarie. L’IMU sulla prima casa? Va sostituita con una tassa sulle “rendite finanziarie speculative”.
Questi sono solo alcuni degli slogan sui benefici miracolistici di questa nuova forma di imposizione, che certo, grazie ad una via via più diffusa (non sempre a torto) diffidenza nei confronti del sistema finanziario e bancario, non ha faticato a trovare consensi. Ora, finalmente, chi invocava questa svolta di “politica economica” sarà quasi certamente accontentato dalla nuova legge di stabilità elaborata dal governo, che prevede, a partire dal 2013 un’imposta sulle compravendite di azioni, bond e prodotti derivati dello 0,05%.

L’impatto in termini di entrate? Un abbondantissimo miliardo di euro l’anno. In altre parole, un quarto del gettito dell’IMU sulla prima casa. Un miliardo di euro stimato, ovviamente. Non è assolutamente garantito, infatti, che a seguito dell’introduzione della tassa i volumi di scambio degli strumenti coinvolti rimangano invariati. Non è un caso, ad esempio, che tra i paesi contrari alla tassa vi fossero non solo la perfida Albione, patria della City e dei “banksters”, ma anche l’insospettabile Svezia, che tra il 1984 e il 1986 sperimentò un sistema analogo a quello che ora la UE vorrebbe implementare. A fronte di entrate attese di un miliardo e mezzo di corone dall’imposizione sui titoli obbligazionari, il gettito effettivo fu di appena 80 milioni, accompagnato da un calo di gettito dalla tassa sui capital gains e da un crollo nei volumi di scambio. Tutto questo a fronte di un’aliquota sulle compravendite dello 0,002%. Gli effetti sui mercati azionari e dei derivati furono analoghi. 
Sì potrebbe obiettare che l’importante a questo punto è far ricadere almeno parte dei sacrifici sugli “speculatori”. Ammesso e non concesso che si tratti di una categoria univocamente definibile, supponiamo che il cittadino medio si rivolga con questo termine ai grandi intermediari finanziari, in primis le banche. Per queste entità, una tassa così formulata non costituisce altro che un costo ulteriore, che, come tutti sappiamo, verrà essenzialmente scaricato sulla clientela. Milton Friedman sottolineò in più di un’occasione che bisogna far attenzione a distinguere chi stacca l’assegno e chi effettivamente paga l’imposta. 
Appunto, quello di Friedman, che calza a pennello il caso in questione: secondo la stessa commissione europea, la nuova imposta potrebbe avere pesanti impatti in termini di prodotto e di occupazione all’interno della UE, con una perdita di posti di lavoro stimata in 500.000 unità e una contrazione del PIL del 3,5% a livello europeo. A pagare l’imposta, evidentemente, non è una ristretta cerchia di super-banchieri.

Queste considerazioni basterebbero già a sbugiardare la propaganda che i leader italiani ed europei hanno portato avanti in questi mesi, ma c’è una chicca finale che costituisce la pietra tombale definitiva di questa proposta. La financial transaction tax non colpirà i titoli di stato. Per un semplice motivo: essa tende ad aumentare, non a ridurre la volatilità sui mercati finanziari, in primis a causa dell’impatto sui volumi di scambio prima citato, per cui il presunto fine di disincentivare le operazioni finanziarie a breve termine, costituiva solamente un’ulteriore menzogna degli euro-burocrati, che, al contrario, erano ben consapevoli del fatto che assoggettare i titoli pubblici alla nuova tassa non avrebbe fatto altro che amplificare lo stress finanziario dei paesi che stanno attraversando una crisi fiscale.
Quelli elencati potrebbero sembrare semplicemente fredde considerazioni o aridi tecnicismi, ma in un momento in cui ogni singola scelta politica può avere impatti molto pesanti sul contesto economico e sociale, limitarsi a decantarne le “magnifiche sorti e progressive”, per quanto possa sembrare audace o affascinante, non è semplicemente sufficiente.

                                                                                                                                                                                                                                                   Nicolò De Salvo

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