Maometto eroe capitalista

Dopo le ondate antiterroristiche che hanno caratterizzato il post 11 settembre –dai libri di Oriana Fallaci ai fastidiosi controlli agli aeroporti- nella patria del kapitalismo e della koka kola è nato un diffuso risentimento antislamico, da certuni visto in contrapposizione al ben più occidentale credo giudaico-finanziario, come ci insegnano noti professori universitari del calibro di Beppe Grillo o economisti di fama internazionale come Mario Rossi. Non si può negare che nell’immaginario collettivo se l’Ebreo è il (perfido, ovviamente) finanziere perfetto, il Musulmano è “l’ultimo fra gli ultimi”. Tuttavia, se approfondiamo appena più l’argomento, scavalcando le lauree dei complottisti universitari e aprendo addirittura un libro di religione di scuola media, scopriamo qualcosa di un po’ più interessante.

Mentre nella Vecchia Europa le tribù barbare congelavano e stravolgevano gli antichi commerci latini, nell’antica Arabia Felix il commercio di spezie proseguiva ininterrotto, e fu precisamente in tale contesto che Maometto nacque e crebbe. Maometto, appartenente all’importante clan di mercanti dei Banu Hashim, venne quindi presto a contatto con culture fra sé molto differenti, ma unite sulle e dalle antiche vie carovaniere. Fu quindi spettatore degli insoliti traffici commerciali che giungevano a Gerusalemme, città importante di una zona certamente ricca, ma tuttavia non così importante da spiegare flussi ininterrotti di persone da ogni angolo del mondo. E fu così che ebbe la Rivelazione: quelle persone erano pellegrini, e più precisamente pellegrini religiosi. Pertanto, abile nel suo mestiere, seppe fare orecchie da mercante, e fu straordinariamente intelligente a precedere secoli di filosofia politica e teoria economica: capì che la religione poteva essere una fonte di arricchimento.

Assistendo al mercanteggiare nel tempio, anticipò il problema del costo sociale di Ronald Coase, e pensò bene di includere anche tutte le tribù arabe (all’epoca politeiste, o monoteiste in religioni non organizzate) nella grande borsa religiosa di Gerusalemme. Pertanto negli anni ebbe modo di approfondire la conoscenza delle fedi cristiane e giudaiche, da cui apprese e modificò culti, preghiere, usanze e rituali, prima di dar vita alla religione islamica. Naturalmente, come ad ogni ingresso sul mercato, trovò una forte ostilità da parte di tutti quei culti che non erano abbastanza grossi da non essere preoccupati e sufficientemente corporativistici da essere ostili a una nuova e più efficiente rivoluzione religiosa.Il fatto tuttavia che la religione islamica riuscì ad attecchire in così breve tempo per così grandi distanze, è la prova più lampante della fantastica intuizione che seppe avere Maometto, di poter offrire a tutte le tribù arabe (e non solo) una fede abbastanza forte da potersi contrapporre a quelle che dominavano totalmente il mercato interreligioso. Saranno poi i secoli successivi, quando agli scambi culturali economici subentreranno gli irrazionali rancori fideistici, anticipando i sentimenti “nazionalistici” che caratterizzeranno la fine dell’Ottocento, che porteranno il ricco commercio religioso di Gerusalemme a bruciarsi in scontri insensati di culto fra eserciti nemici, con la conseguente dilapidazione e distruzione di ricchezza.

Pertanto, mentre monarchi d’Europa e d’Asia faranno ingerenza nel commercio religioso, rovinandolo come accade ogni volta in cui lo Stato tenta di sovrapporsi al libero scambio fra uomini, Maometto dà invece la lezione importantissima che non c’è limite alla produzione di ricchezza, e perfino inventare una religione può massimizzare il benessere sociale di un’area sottovalutata, portando nuovi investimenti e nuovi capitali. Maometto è senz’altro un eroe capitalista.

 

Il Frate

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