PUBBLICO:DEL POPOLO,DEI POLITICI O DEL POPOLO AMICO DEI POLITICI?

Il 12-13 Giugno 2011 si è svolto il referendum abrogativo vertente le materie: legittimo impedimento, energia nucleare e liberalizzazione di alcuni servizi degli enti pubblici.

Il comitato promotore per il “Si all’acqua pubblica” tuttavia nella sua campagna referendaria ha posto volontariamente l’accento sul fatto che il quesito riguardante la liberalizzazione dei servizi pubblici riguardasse solamente la liberalizzazione del mercato dell’acqua, quando in realtà quest’ultimo è solo un settore di quel macro-insieme che sono le attività degli enti pubblici, e che tutte queste riguardavano il quesito referendario.

Quindi i cittadini hanno votato credendo che l’articolo da abrogare cioè l’art.23-bis del d.l.112/2008 convertito in l.133/2008  vertesse sulla liberalizzazione del mercato dell’acqua quando invece faceva riferimento ad un più grande disegno di liberalizzazioni. Sulla base di queste mistificazioni l’art.23-bis fu abrogato, vista la vittoria del “sì” al referendum del 2011.

Nell’agosto del 2011 il governo emana un nuovo decreto legge il n.138, che all’art.4 ricalca l’ormai abrogato art.23-bis; l’art. 4 fa parte del Titolo ll del decreto intitolato “liberalizzazioni, privatizzazioni e altre misure per favorire lo sviluppo” ed è a sua volta intitolato “adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al risultato referendario e alla normativa dell’UE”. Il problema di quest’articolo è che ricalca esattamente il vecchio 23-bis abrogato, al che dopo il ricorso presentato da alcune regioni alla Corte Costituzionale, questa si pronunziò con l’annullamento dell’art.4 perché violava quanto deciso con la consultazione referendaria di qualche mese prima (sent.199/2012).

La Corte ovviamente ha deciso sulla base di principi strettamente giuridici. Ciò che in questa situazione non è corretto riguarda l’atteggiamento estremamente mistificatorio del comitato pro acqua pubblica.

Il risultato della vittoria demagogica di questo referendum ha prodotto i risultati opposti a quelli che i sostenitori del no si aspettavano ( partendo dal presupposto che coloro che hanno votato avessero delle attese sul referendum) ovvero un aumento delle bollette di acqua, rifiuti e costo dei trasporti pubblici.

Considerando che la crescita delle utilities nel periodo 2008-2011 non è stata omogenea tra le imprese, non  avendo interessato tutti i comparti allo stesso modo, ma prevalentemente alcune  imprese di medio-grandi dimensioni che in questi anni hanno consolidato la propria posizione attraverso operazioni straordinarie (legate all’acquisizione di altre local utilities di piccole e medie dimensioni e ad affidamenti di nuovi comuni) ed attraverso operazioni industriali legate al rafforzamento del proprio ciclo produttivo (nel settore energetico e dei rifiuti, ad esempio).

L’obiettivo delle local utilities è stato quello di sfruttare le economie di scala derivanti dalla centralizzazione di alcune funzioni di costo e dalla ricerca di una massa dimensionale rilevante indotta da logiche industriali dirette ad intensificare e rafforzare gli impianti legati al ciclo produttivo.

 Il risultato di questo periodo è stato un elevato indebitamento di queste aziende che, nel caso delle municipalizzate unito a un organico superiore alle reali necessità, ha portato ad un riorientamento nelle strategie di crescita, specialmente nei settori energetici.

 Così si è affermata la tendenza ad accorpare senza un disegno e sulla base delle esigenze finanziarie del momento.  A Roma questa tendenza si concretizza nella volontà del Comune, con un indebitamento di 12,5 miliardi di euro, di intentare una protoprivatizzazione riunendo Atac e Amas sotto una unica holding, e poi di utilizzare questo strumento per procedere al collocamento di tranche azionarie più o meno importanti. Non si capisce come mai la città capitolina con un debito di tali dimensioni non cominci a vendere gli assets mobiliari invece di continuare a chiedere contributi allo stato (chiese già 500 milioni).

Infatti il comune di Roma è una vera holding finanziaria e tra le sue società si annoverano il 51% di Acea, l’ex azienda municipalizzata attiva nei settori dell’acqua, dell’energia elettrica, dell’illuminazione pubblica e del gas. La vendita del pacchetto Acea frutterebbe al Comune risorse per 1.3 miliardi di euro, stanti gli attuali valori di mercato. Di proprietà della città capitolina è anche AMA, azienda di raccolta di nettezza urbana, Roma Multiservizi che si occupa di pulizia e manutenzione e molte altre aziende la cui vendita sarebbe la leva necessaria affinché il Comune possa produrre quella inversione di rotta nei conti di cui ha bisogno. Nel frattempo è in corso un’altra operazione di aggregazione tra utilities e in questo caso il risultato sarà la nascita di una grande utility del Nord, questa aggregazione riguarda Hera a Acegas-aps , costituendo un campione nazionale dell’energia elettrica. Ma sarebbe interessante capire se la cosa procuri giovamento ai cittadini e tra di loro ai promotori del comitato “Sì all’acqua pubblica” e i loro ultras ebbene secondo l’Istat, no. Secondo il rapporto annuale 2011 emerge uno scenario di insoddisfazione dei cittadini verso i servizi pubblici, con una crescita della raccolta differenziata e quindi dell’impegno civile dei cittadini aumenta l’insoddisfazione degli stessi per la sporcizia nelle strade toccando picchi in Lazio e Campania (superiori al 40 per cento).  Nel 2010 la domanda di trasporto pubblico locale nel complesso dei comuni capoluogo di provincia è cresciuta del 13,6 per cento rispetto a 10 anni prima. Si tratta di un aumento più che proporzionale rispetto all’offerta, con l’eccezione del Mezzogiorno dove, oltre al fatto che l’offerta di trasporto pubblico è più bassa, pesano le carenze qualitative del servizio offerto. Sicilia e Campania sono sempre in fondo alle classifiche che riguardano la soddisfazione dei cittadini su alcuni aspetti del servizio, come la frequenza delle corse, la pulizia delle autovetture, la comodità delle fermate, il costo del biglietto. Il tutto in un contesto, quello Italiano, dove negli ultimi dieci anni si è registrato l’aumento delle bollette dell’acqua del 70% e delle tasse di raccolta dei rifiuti del 55%.

Antonio Pavoni

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