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Premessa: non siamo filosofi, non siamo giuristi, non psicologi né tantomeno seguaci di Ippocrate. Molto più umilmente aspiriamo a diventare eccellenti economisti. Ed è proprio dal punto di vista prettamente economico che il tema in questione verrà trattato.

Ora, l’Economista (si noti: l’economista con la E maiuscola) ha la cattiva abitudine di basare le proprie analisi su dati oggettivi, a differenza di altre figure che compongono la variegata e “creativa” (sì, ci piacciono gli eufemismi) societas hominum d’oggi. E proprio un’analisi oggettiva è stata compiuta da Jeffrey Miron (Senior Lecturer and Director of Undergraduate Studies in the Department of Economics at Harvard University and a Senior Fellow at the Cato Institute, per gli amanti dei titoli) sul tema, quantomai attuale, della legalizzazione delle cosiddette “soft drugs” nel territorio degli Stati Uniti, focalizzandosi in particolare sulle infiorescenze femminili essiccate della pianta della Cannabis Sativa. Per i profani: la marijuana.

Prima di tutto, alcune (necessarie?) righe di storia: l’inizio del proibizionismo della marijuana lo si deve al Marihuana Tax Act, datato 1937 e firmato da un tale F. D. Roosevelt (sempresialodato!). Col passare degli anni, la legge cambia nome (dal 1970 diventa Controlled Substances Act), ma non essenza. A partire da metà degli anni Novanta diversi Stati sono intervenuti riguardo un’eventuale legittimazione “a scopo terapeutico”, tuttavia nessun governo locale ha mai legalizzato completamente la sostanza. Perlomeno fino a qualche settimana fa, quando Colorado e Washington approvano rispettivamente l’Amendment 64 e l’Initiative 502, che, pur con alcune restrizioni, ne permettono la vendita e il possesso per “uso ricreativo” (termine che da sempre trovo molto simpatico).
Bene – penserete voi – da oggi i cittadini di Colorado e Washington possono utilizzare “liberamente” la cannabis. Ed è qui che casca l’asino: la situazione, alla luce dei fatti, non è esattamente questa. Se a livello locale il contesto è quello descritto poche righe più su, a livello federale le cose cambiano radicalmente, dal momento che il possesso e il commercio di marijuana rimane perseguibile, così come prescrive il Controlled Substances Act. Semplicisticamente: se lo sceriffo di Denver non può – e non deve – arrestare un individuo che consuma cannabis, l’agente FBI o DEA che si trova in quel momento nella città ha il dovere di perseguire il soggetto in questione.
È chiaro come si venga a creare una situazione che definire paradossale è riduttivo.

Arriviamo ora al report. Pubblicato nel giugno del 2005 e intitolato “The Budgetary Implications of Marijuana Prohibition”, il documento affronta due argomenti differenti ma complementari: in primo luogo analizza nel dettaglio costi dell’attuale proibizionismo della marijuana sul bilancio statunitense; in seconda battuta Miron approfondisce le implicazioni economiche ad una sua possibile legalizzazione (e conseguente tassazione).
Il primo punto divide i costi in tre categorie (Police Budget, Judicial and Legal Budget, Corrections Budget) e differenzia la spesa a livello locale e federale: con riferimento al 2003, la spesa totale degli USA nella proibizione della marijuana risulta essere pari a 5.300.000.000 di dollari a livello statale, e a 2.400.000.000$ a livello federale (sì, c’è proprio scritto “miliardi”), per la modica cifra totale di $7,7 miliardi di bigliettoni verdi.Image

La seconda parte è forse la più interessante e sorprendente: il report assume che nel 2000 la spesa dei cittadini americani in cannabis sia stata di 10,5 miliardi di dollari. Miron, tenendo conto dell’elasticità della domanda, stimata “at least -0.5”, arriva ad affermare che, se la sostanza venisse legalizzata (attenzione: non “decriminalizzata”, ma “legalizzata”, di modo da permetterne la tassazione), la spesa annuale si ridurrebbe a circa $7,9 miliardi.

Ora, vengono proposte due possibili situazioni: la prima è che la marijuana venga tassata “identically to other goods”. In questo caso gli introiti provenienti dal commercio della stessa ammonterebbero a 2,4 miliardi di dollari.
La seconda, più realistica, è che alla marijuana venga applicata una “sin tax”, ovvero che la sostanza sia trattata e tassata come già accade con tabacco e alcool. Sotto questa ipotesi le entrate per l’erario statunitense lieviterebbero nettamente e si attesterebbero intorno ai $6,2 miliardi.
Un rapido calcolo porta a stimare in un totale di $13,9 miliardi il beneficio economico derivante dalla legalizzazione della marijuana. I numeri sono chiari, e di certo non possono lasciare indifferenti.
Miron, nel suo lucidissimo report, conclude affermando:

Whether marijuana legalization is a desirable policy depends on many factors other than the budgetary impacts discussed here. But these impacts should be included in a rational debate about marijuana policy.”

E in Italia? Da noi è ancora tabù, ed è un dato di fatto che se ne parli ancora troppo poco. La speranza è che anche nel nostro Paese si possa aprire un confronto serio e, soprattutto documentato, sul tema. Possibilmente evitando ridicole sceneggiate come questa, che tutto fa, tranne che bene alla causa.

Gianluca Franti

Il report completo è raggiungibile qui

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