‎8 Marzo in Via del Campo

L’Otto marzo è il giorno dedicato alla meravigliosa “seconda metà del cielo” (che è poi la metà che sorregge tutto il cielo), quell’unico giorno all’anno in cui pare sia concesso parlare di femminilità senza dover necessariamente essere schiavi del binomio maschilismo-femminismo. È un giorno in cui ai maschietti piace farsi perdonare tutte le stronzate con un po’ di ritrovata galanteria e gentilezza, e in cui le donne hanno la scusa per approfittarne e per sentirsi giustamente orgogliose di meriti che tutto il resto dell’anno vengono bellamente ignorati.

Vien quindi naturale pensare a tutte le donne che combattono da sole, per se stesse, la propria battaglia; a imprenditrici e lavoratrici che senza quote rosa han saputo mostrare quanto valgano, e sappiano usare al meglio le proprie particolari abilità, eppure senza venir mai meno alla propria femminilità. Non parlo quindi, come fa invece Vecchioni, di “quella che fa carriera, quella col pisello”, ma di quelle che non debbano venir costrette a trasformarsi in maschi per esprimere tutto il proprio talento, e sappiano fare della propria femminilità il proprio faro-guida, in casa, al lavoro, nella vita.

Penso quindi a come questa femminilità oggi sia sempre messa a tacere, quasi che “esser donna va bene, ma nei giusti limiti”. Non mi riferisco alle cosiddette “donne oggetto” naturalmente, ma a tutte quelle donne cui viene addirittura rinfacciata negativamente la propria naturale sensualità. Penso che la demonizzazione medievale della strega, questa pericolosa visione arcaica della donna come “strumento del demonio” sia ancora oggi, in diversa forma, più forte che mai, almeno in Italia, tanto che diventa “peccaminoso” addirittura PARLARE di certe cose, senza essere accusati d’immoralità, se non fatto con le parole giuste. Per cui, sebbene sia moralmente accetto che De André prenda le parti delle prostitute, e anzi se non lo citi sei pure stronzo, resta proibito cercare di approfondire l’argomento, e anzi se lo fai sei un nemico del buoncostume.

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Nel mio semestre di studio ad Amsterdam non ho potuto non vedere coi miei occhi (non dico “toccato con mano”, che è fraintendibile) quello che è uno dei motivi principali di pellegrinaggio da tutto il mondo, ossia il quartiere a luci rosse. E nel vedere queste ragazze (o donne, o anziane: alcune sono settantenni) così sicure, decise, e per nulla imbarazzate (perché dovrebbero?) del loro lavoro, ho pensato alla condizione in cui è la prostituzione in Italia.

In Italia la prostituzione c’è sempre stata, anche se alle lavoratrici di tale categoria son sempre stati rivolti due comportamenti diversi: dalla quasi devozione nel privato, al biasimo nel pubblico (come sempre De André canta: «Quella che di giorno chiami con disprezzo “pubblica moglie”/ quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie»). Tuttavia, un giorno, sull’onda del moralismo politico dei primi anni del boom economico, si è tornati ad imporre la visione medievale di cui sopra, e la cosa curiosa è che se nel Mille era la Chiesa che demonizzava, nel Secondo dopo guerra fu una forma moderna di chiesa a ribadire le stesse cose, ossia il Socialismo. Infatti, contrariamente a quanto ci si aspetti, le lezioni di moralità e moralismo non vennero dal Vaticano, ma dalla Senatrice Merlin, che nel ’58 proibì la prostituzione in Italia con la legge che porta il suo nome.

Ovviamente, come si può scoprire ovunque uscendo di casa dopo le dieci di sera, questo non tolse la prostituzione in Italia, ma la costrinse a perdere riconoscimento legale, garanzie (di previdenza sociale, di pulizia, di salute), e soprattutto concesse la gestione di questa parte di mercato ad associazioni criminali. Le ragazze che si prostituiscono, come sappiamo, spesso arrivano nel nostro paese con ben altri obiettivi e ambizioni, ma vengono subito messe in condizione di dover lavorare per i papponi di turno, e una volta intrapresa quella strada, senza alcuna tutela, diventa pure molto difficile uscirne. Un discorso totalmente diverso da quanto si potrebbe fare ad Amsterdam: là le ragazze son padrone di se stesse, vere lavoratrici in proprio, e fanno quello che reputano un lavoro come un altro in un paese che ha da tempo abbandonato ogni tipo di pregiudizio e incriminazione, in favore di una mentalità mercantile (si pensi per esempio che, mentre in tutta l’Europa della Controriforma si trucidavano e massacravano i fedeli di credi diversi, ad Amsterdam, città protestante, i cattolici potevano vivere tranquillamente, in quanto portatori di ricchezza nella città). Ragazze protette e tutelate, legalmente riconosciute ed in regola, sottoposte a controlli sanitari, sicure di sé, che utilizzano i mezzi che hanno in un modo che ne massimizzi il profitto. Profitto, in un settore che non conosce crisi, che vanta un fatturato di circa 800 milioni di dollari (http://www.havocscope.com/estimated-revenue-of-global-sex-trade/), cioè 610 milioni di euro all’anno (che, con un tax rate del 33%, porta all’erario circa 201,3 milioni, più o meno quanto costano in Italia i vitalizi dei parlamentari, che prostituiscono qualcosa di diverso dal corpo).

Sarebbe quindi il caso, nel 2013, per questo 8 Marzo che ricorda tutte le Donne, di capire come lo Stato italiano abbia sbagliato a intraprendere la via del proibizionismo; uno Stato che, in nome di una finta etica nemmeno troppo convinta, ha costretto tante ragazze a essere vittime dei soprusi di quella parte di malavita che gestisce i flussi migratori; uno Stato che nega, in Italia, la dignità a quello che è il mestiere più antico del mondo (più antico e nobile di quello del parlamentare), e il riconoscimento sociale a una categoria di lavoratrici; uno Stato che, a fronte di un fatturato di 457,88 milioni di euro (600 milioni di dollari), con un tax rate del 33%, rinuncia a 152,62 milioni.

Andrea Inversini

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