Ingovernabilità: perché no?

Uno spettro si aggira per l’Italia: è lo spettro dell’ingovernabilità.
Da due settimane a questa parte, i maggiori giornali italiani, con evidente intenzione apotropaica, vanno ripetendo la parola maledetta puntualmente accompagnata da “incubo, “allarme” o “rischio” (ai gentili lettori la scelta). Parola che spaventa partner internazionali, Europa, mercati (maledetti mercati!), Napolitano, mia nonna, il mio portinaio e il mio barbiere: bisogna formare un Governo, e in fretta!
Premesso che chi scrive crede, come la grande maggioranza degli italiani, che vi sia la necessità di riforme strutturali (tanto più urgenti, dal momento dal recente declassamento delle oBBB+ligazioni di Stato), è opportuno interrogarsi sul significato più profondo dell’ingovernabilità.
È opinione largamente accettata che l’attuale situazione sia dovuta ad una pessima legge elettorale, vera madre di questo “tripolarismo” imperfetto (sotto tanti punti di vista).
E a questo punto sorge una domanda (prego astenersi statalisti): è così utopico provare ad immaginare una sostanziazione nel 2013 di uno “Stato minimo” di stampo nozickiano? Sì, avete ragione: troppo ambizioso. D’altra parte, in un paese dove non esiste un’autentica forza liberale, è quantomeno prematuro avanzare una proposta del genere.
Magari – come si augura Piero Ostellino, con un filo di rassegnatezza – dal momento che gli ultimi governi hanno realizzato una serie di leggi liberticide, meglio restare senza. Un famoso e sottovalutato filosofo americano, pur riferendosi a ben diversi scenari, scriveva che “il miglior governo è quello che non governa affatto“.
L’obiezione che va per la maggiore è che in questa fase congiunturale sia assolutamente folle pensare di rimanere senza un riferimento istituzionale.
Sarebbe fin troppo semplice inserire nel discorso l’inflazionatissimo argomento belga: il paese dei mitici 500 giorni “senza” un Governo attivo, ma con un’economia tutto sommato stabile e, anzi, che ha presentato un miglioramento di alcuni indicatori. Tuttavia la vicenda belga non verrà portata a supporto della tesi per il semplice motivo che l’Italia non è il Belgio. Piuttosto, dai belgi può essere più utile far nostre le misure che in poco meno di tre lustri (1993-2007) hanno letteralmente abbattuto il rapporto debito/PIL da un vertiginoso 137,8% ad un ben più accettabile 84,1%.


Tornando al nocciolo della questione: perché non contemplare, tra le possibili alternative al vaglio, l’ipotesi di un’iniziativa parlamentare (ricordiamo che le due camere sono già state formate e la prima convocazione è avvenuta venerdì scorso) che agisca prima di tutto in direzione di una riforma della legge elettorale, ed immediatamente dopo per una “sburocratizzazione” ed una semplificazione normativa quanto più profonda possibile, per permettere al sistema economico del bel paese di tornare a crescere? Paradossalmente, il compito sarebbe simile a quello affidato all’esecutivo tecnico montiano, prontamente disatteso dallo stesso. La durata di questo singolare assetto istituzionale sarebbe giocoforza limitata e il passo successivo sarebbero le elezioni (con la speranza, sempre viva, che cambi qualcosa ai vertici di un grande partito di centrosinistra…).
Certo, riesce difficile sperare in un Parlamento che, pur manifestando apertamente e ripetutamente la volontà di riformare la legge elettorale, non è riuscito a trovare un accordo bipartisan a riguardo. Si obietterà: solo il 35,6% dei precedenti parlamentari è stato “ri-eletto” in questa neonata XVII legislatura. È facile replicare all’osservazione ricordando all’interlocutore, al netto dell’apparente retorica, che gli uomini passano, le idee (anche quelle cattive) restano. Perché sperare in comportamenti diversi dei singoli parlamentari quando dietro questi agiscono instancabilmente e inesorabilmente “direzioni nazionali di partito”, all’interno delle quali si sono stabiliti da tempo immemore soggetti convinti che basti una rinuncia alla candidatura parlamentare per far dimenticare i misfatti dell’ultimo ventennio? I nomi di questa peggiocrazia sono fin troppo facili da indovinare, tanto che non si rende necessario nemmeno elencarli.
Tuttavia appare consolatoria la presenza di un consistente numero di parlamentari “politicamente immacolati”: sì, proprio loro, i neoeletti “Cittadini”!
A patto, è chiaro, che Marta Grande & friends pensino che – oltre ai tanto doverosi quanto simbolici tagli ai costi della politica – snellire la burocrazia, abbassare la pressione fiscale sulle imprese, liberalizzare i tanti settori non ancora concorrenziali ed adottare tutte le misure necessarie alla crescita del paese (possibilmente evitando di ispirarsi alla ME-MMT) sia “in linea con le idee dei cittadini”.

Gianluca Franti

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