Subalternità culturale e anni di piombo

In questi giorni, presso la nostra Università, è presente una mostra dal titolo “1966-1976 Milano e gli anni della grande speranza- Artisti, studenti, lavoratori fra impegno e utopia” con il proposito di “ricostruire il decennio 1966-1976 attraverso le spinte positive e le grandi speranze che lo caratterizzarono”. Un’iniziativa che assume, come ogni evento culturale in Italia che si propone di gettar luce su periodi delicati, dei contorni grotteschi, soprattutto per il tono vagamente malinconico e indulgente con cui vengono ricordati. Questo atteggiamento si contraddistingue per la ricorrente descrizione dell’entusiasmo, degli ideali e dell’impegno dei giovani del tempo, che sembrano limitarsi ad esprimere un forte malessere verso la società in cui vivono, fonte di disuguaglianze e ingiustizie. Tutto questo fa apparire gli studenti come i veri motori di un processo storico di cui, invece, i veri protagonisti furono alcuni intellettuali e professori universitari riconducibili alla sinistra extraparlamentare che seppero, anche grazie al richiamo alle filosofie sociali più in voga dell’epoca, ritagliarsi una considerevole sfera di influenza tra gli studenti politicamente più attivi. 
Un’altra caratteristica di queste ricostruzioni è quella di omettere i numerosi episodi di violenza di cui si resero protagonisti molti studenti e giovani e, quando non sia possibile farlo, di minimizzare e richiamare l’attenzione su quanti, invece, credevano in determinati ideali e per essi si impegnavano attivamente (del resto, dare il premio di partecipazione al gregge è cosa tautologica). 

Guerriglie urbane e aggressioni costituivano la quotidianità di molti giovani, che ostentavano chiavi inglesi, Libretto Rosso e solidarietà ai Khmer Rossi. 
Oltre ad usare la violenza come metodo politico, simpatizzavano per i regimi più sanguinari dell’epoca. Ma tutto questo, secondo gli organizzatori della mostra, pare debba restare in secondo piano dinanzi al grande slancio ideale dei giovani che combattevano per ideali giusti e nutrivano una forte passione politica. E si sorvola sul fatto che la violenza e la prevaricazione fossero componenti essenziali degli ideali che promuovevano, intrisi di una visione collettivistica dell’ordine (o della pace) sociale nella quale l’individuo viene criminalizzato e inteso come il responsabile di tutte le ingiustizie sociali. Per chi condivide queste idee diventa quindi naturale legittimare certi atti e assumere atteggiamenti assolutori nei confronti di chi li compie. 
L’esaltazione dell’impegno politico nasconde ciò che fu il suo significato e la sua manifestazione pratica in quegli anni, ovvero la lotta manichea, anche armata, contro un nemico da abbattere. 
Lo zelo in questi casi dovrebbe quindi essere considerato un’aggravante, non un motivo di assoluzione. 

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Ciò che, oltretutto, appare davvero singolare è l’atteggiamento di bonaria accondiscendenza verso queste proposte culturali e sociali della nostra Università. Un compromesso, almeno quello della comunità accademica, che vogliamo pensare dovuto soltanto a un misto di conformismo e pigrizia. Ed è soprattutto questo tipo di lassismo, anche da parte delle menti più illuminate, a rendersi responsabile della progressiva e capillare diffusione di queste idee all’interno delle strutture sociali. Anche quelle che si vantano di formare la Nuova Classe Dirigente.
Crediamo infatti che non sia un caso che alla trasmissione, ormai scontata e puntuale, di certi miti di giovinezza e di idee più urlate che dibattute, si sia accompagnata una conclamata incapacità delle elite italiane a rinnovarsi nelle idee e nel linguaggio, ancora legati ad un retaggio novecentesco e di ispirazione totalitaria. 
Tuttavia la nostra Università dovrebbe considerare con molta attenzione il valore formativo che essa riveste e dovrebbe offrire ai suoi studenti dei riferimenti culturali che permettano loro di sottrarsi alla retorica e al giovanilismo quando si affrontano tematiche delicate le cui manifestazioni si ispirarono a ideali che, all’atto pratico, indifferentemente dal punto di vista, si sono dimostrati incompatibili con una società libera e democratica. 
Le idee che propongono la coercizione statale come mezzo per perseguire l’uguaglianza sostanziale tra gli uomini e per “restituire” i mezzi di produzione a un fantomatico proletariato sono quelle che si sono rese colpevoli delle peggiori nefandezze del secolo scorso e che ancora ai nostri giorni costituiscono una fonte di legittimazione per l’oppressione di milioni di persone in tutto il mondo.

Nicolò Bragazza

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