Come la crisi economica ha distrutto i talk show

Nei ricordi della mia non troppo lontana infanzia, rimane un tempo mitico ed eroico in cui le forze del bene e del male si contrapponevano in una nobile ed avvincente guerra che nemmeno i poemi omerici e le teogonie greche avrebbero potuto immaginare. Era questa la guerra fra i berlusconiani e gli antiberlusconiani.

Ogni sera vi era uno studio (o meglio uno stadio) televisivo in cui come gladiatori si affrontavano gli esponenti dell’uno o dell’altro schieramento, senza esclusione di colpi, che proseguiva ad oltranza, finché il grande sacerdote conduttore del programma non ne decretava la fine. Era una guerra mitica, in cui in giuoco vi era la verità, la definizione di essa e le sue conseguenze; vi erano i valori tradizionali e famigliari, etici e morali, pubblici e privati, che subentravano in ogni ambito della vita umana.

Poi, da quel 2008, tutto è cambiato. Non fraintendetemi: magari ci fossimo liberati di tutte quelle facce avvizzite che hanno caratterizzato la seconda repubblica, le cui uniche categorie (magari fossero anche solo) ideologiche in cui si possano identificare restano forse ancora il berlusconismo e l’antiberlusconismo. Tuttavia da qualche anno a questa parte ci sono state trasformazioni in due direzioni, sia da parte dei conduttori che degli ospiti. Anzitutto, IL BISOGNO MORBOSO DI PARLAR DI ECONOMIA. L’etichetta di “economista” accompagna ormai il nome di chiunque, dalle grupies del “senonoraquando” all’onnipresente Nonna Cesira; ma più della forma è la sostanza: ognuno pretende di aver la situazione in pugno, di sapere cosa vada fatto, e di propinarcelo come la ricetta del giorno alla Prova del Cuoco. Il livello qualitativo della discussione è ovviamente rimasto lo stesso di quando si commentava Berlusconi che con la bandana quando accolse Blair, o Calderoli che accompagnava un porco, animale considerato impuro nella religione islamica, sul luogo su cui si pensava di edificare una moschea.

Santoro-Servizio-Pubblico

Tuttavia, se allora ci si poteva permettere il lusso di avere nullità che parlassero del nulla, e tutto sommato col livello trash che caratterizzava la seconda repubblica il tutto era così antiestetico da risultare anche piacevole, oggi paghiamo il peso di avere quelle stesse (o ben peggiori) nullità che pretendono di parlare di argomenti fuori dalla loro portata. D’un tratto i protagonisti di quella commedia grottesca e divertente si trovano ad essere attori di questa nuova tragedia, come se d’improvviso Pulcinella dovesse inscenare il Macbeth, mantenendo però quelle stesse espressioni lombrosianamente inadatte a pensieri intelligenti.

Ma non finisce qui. Perché, come se non bastassero gli esoterici studiosi del signoraggio (un tempo campo affrontato solo da Alfonso Luigi Marra, a testimonianza dell’autorevolezza dell’argomento), a rovinare i talk show ci si è messa anche LA PIAZZA. In questa forma brevettata da Santoro, si pretende di fondere le due correnti giornalistiche della cronaca e della politica in un’accoppiata che è un qualcosa di disgustoso. L’antica passione dei giornalisti di cercare i casi umani peggiori, da sfoggiare come trofei nei loro servizi, incontra il disagio sociale politico della crisi. Vi è una gara a rincorrere il collegamento dallo studio a gruppi appostati notoriamente in luoghi bui ed industriali, possibilmente con alle spalle delle ciminiere in stile Pink Floyd. Persone con molto di cui parlare, ma ben poco da dire. Persone esasperate, arrabbiate, ma senza nulla da proporre se non parole di rabbia confuse e farfugliate. Persone che in realtà non vogliono nemmeno raccontare le proprie esperienze perché se ne impari una lezione, ma più spesso italioti che cercano uno sfogo alla propria rabbia ed afflizione (giustificata) che si trasforma nel poter vantare, alla cena coi parenti di Natale, di essere apparsi per qualche secondo sugli schermi nazionali. Piazze che urlano, dove di solito il portavoce è semplicemente quello col maggior vocabolario di insulti, talmente vuote da far sembrare preparato perfino l’inadeguato politico di turno presente in studio, mentre il conduttore affannato cerca in tutti i modi di imporre un ordine provocatorio, al suono di una chitarra da oratorio o di voce da pastore, senza alcun effetto, se non quello di aumentare il chiasso costringendo te, povero telespettatore, ad abbassare il volume col telecomando.

Prima della crisi era divertente seguire le tribune politiche, che avevano un aristotelico effetto catartico: sfogavi contro il politico dell’altro schieramento l’insoddisfazione giornaliera, come il rimprovero subito al lavoro, urlando contro lo schermo; ora assisti con sgomento a persone inadeguate, impreparate e senza nulla da dire che urlano, e a fine trasmissione hai solo rimediato un mal di pancia da somatizzazione. Per cui, a tutti i disagi economici, politici, sociali che ben conosciamo, a tutte le imprese fallite od in difficoltà, si può aggiungere alla crisi anche la responsabilità di averci tolto il gusto di essere incazzati personalmente, e di averci rovinato anche la sana commedia-spazzatura.

Andrea Inversini

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One thought on “Come la crisi economica ha distrutto i talk show

  1. Infatti in ogni telegiornale e trasmissione sociale si parla di economia domestica col pizzaiolo e il panettiere. E’ bene precisare che anche i politici (la maggioranza) hanno basi di economia paragonabili al panettiere in quanto parassiti con alle spalle uno studio di giurisprudenza e magari anche un titolo di avvocato. Voglio ricordare che questi uomini fanno parte dell’economia improduttiva (e distruttiva di ricchezza) e che non sono idonei a partorire alcuna riforma di politica economica, avendo una visione totalmente diversa dall’economista. Detto questo accendere la tv non ha senso

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