Democratica-mente Servile

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E’ stata una lezione del professore Carlo Lottieri sugli “intellettuali in democrazia” a farmi riflettere sulla democrazia e in particolare sulla difficolta’ che si riscontra ad ammettere che come forma di governo non solo non sia “perfetta o onniscente”, come Winston Churchill ci ricorda, ma presenti molteplici aspetti perversi e sottili. L’idea comune e’ che la democrazia sia una forma di governo fondata sull’uguaglianza fra i cittadini, la liberta’ e il principio di rappresentativita’. Su questi aspetti non si hanno molti dubbi, ma allora perche’ quando Aristotele dava una definizione al termine “democrazia” gli attribuiva un’accezione negativa? La risposta risiede solo nelle differenze rilevanti tra la societa’ ateniese del 300 a.C. e quelle moderne, o per certi versi il precettore di Alessandro Magno ci aveva visto giusto?

Innanzitutto, Aristotele considerava la democrazia come “la forza materiale del popolo” (il concetto di “governo” che risiede nel termine “archia” non ha niente a che vedere con “kratos”, ovvero potere e forza materiale) e dato che il popolo era costituito principalmente dai soggetti meno abbienti e piu’ vulnerabili, questa forma di governo rappresentava uno strumento a tutela delle masse, spesso prive di competenze e capacita’ di gestire la cosa pubblica.  E’ necessario ovviamente contestualizzare l’idea aristotelica, poiche’ il suo autore non era un cittadino delle nostre metropoli ma viveva in una realta’ limitata al perimetro di Atene, dove esisteva la schiavitu’ e le caratteristiche demografiche non costituivano un elemento di complessita’ come al giorno d’oggi.

Proseguendo con il ragionamento, e la storia, possiamo osservare come nel Settecento queste idee siano state riesaminate, in particolare da Rousseau, il quale tra i principi sulla sovranita’ che aveva definito, considerava come unica clausola del Contratto Sociale “l’alienazione completa di ogni associato, con tutti i suoi diritti, alla comunita’” : dove sta dunque il problema? L’esponente ginevrino innanzitutto non considerava la praticita’ del sistema che aveva ipotizzato per il quale, a causa della complessita’ delle societa’ moderne, era inimmaginabile un potere in mano a tutti i cittadini per gestire concretamente l’intera collettivita’ e in secondo luogo la sua tesi tendeva verso una riduzione massima della sfera privata dell’uomo e dell’indipendenza individuale, la quale era subordinata alla sovranita’ popolare. Il cittadino di Rousseau era dunque un uomo privo delle liberta’ individuali fondamentali, della facolta’ di fare o non fare, di agire secondo il proprio talento, di pensare e opinare a suo piacimento!

Se riflettiamo ora sulla realta’ contemporanea quali nessi possiamo rilevare? Indubbiamente la nostra societa’ riconosce e garantisce le liberta’ individuali e i diritti fondamentali dell’uomo e si e’ distaccata dal modello roussoniano, tuttavia mi chiedo fino a che punto la mia liberta’, di pensiero soprattutto, possa essere esercitata. I dubbi riguardano un processo inconscio che in teoria si verifica in ognuno di noi e che dipende fortemente da alcuni canoni e “strutture” che caratterizzano la nostra realta’ le quali,sebbene non si impongano esplicitamente e con forza, influenzano le nostre riflessioni e la nostra morale. Ad esempio, quando si parla di democrazia e governo del popolo si riscontrano delle difficolta’ nell’ assumere posizioni nette contro l’uguaglianza tra cittadini o contro le politiche di sostegno sociale a favore dei piu’ vulnerabili.  Esprimersi in tal senso non e’ facile perche’ oltre ad essere temi sensibili, in certi casi c’e’ una morale ufficiale che “e’ giusto” condividere, probabilmente anche piu’ comodo, e che ci viene insegnata costantemente cose se fossimo sempre bambini.

Questa “mente servile” che soccombe e rinuncia ai propri principi e giudizi potrebbe riconquistare la propria “liberta’” se fossero meno forti ed evidenti i vincoli morali sulla validita’ delle sue opinioni. Inoltre se lo spazio di discrezionalita’ di ogni singolo individuo fosse piu’ ampio, prendere delle decisioni ed esprimere idee e pensieri, anche in contrasto con “il dire comune”, sarebbe piu’ facile : frequentare l’universita’ o no; mandare il proprio figlio alla scuola steineriana o in una pubblica; mangiare cibo bio o hamburger del McDonald; fumare e ubriacarsi o fare jogging quotidiano; scegliere se rifiutare l’accanimento terapeutico o resistere; sostenere apertamente il sistema democratico o difendere le politiche meno egualitarie!  Gli esempi sono infiniti e sono sempre di piu’ i casi in cui si e’ influenzati da giudizi “politicamente corretti” che e’ necessario sostenere e assorbire come propri, perche’ figli della collettivita’ e di una morale “superiore”.

Costanza Gristina

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