Il teorema di Stiglitz, le sue Pedine e Lavoce.info

Lucky-Jim-Amis

L’ultima buona nuova riguarda un fantomatico teorema di Stiglitz che spiegherebbe come all’ aumentare dell’indice di Gini il moltiplicatore degli investimenti diminuisce. Questo è quello che la stampa italiana riesce solamente a dirci, come se si trattasse di un progresso per la cura contro il cancro o la scoperta di una nuova cometa. Del nome di questo lavoro, delle ipotesi che stanno alla base, per il momento anche a noi frega relativamente poco. Ne’ è onesto dire che il professore non abbia l’intelligenza per spiegare quello che sostiene.
Pochi giorni fa invece, più distanti dalle questioni italiane, Rehinart e Rogoff, oltre che sentirsi pubblicamente offesi per il pubblico ludibrio di Krugman, lo invitavano gentilmente a contribuire in maniera più positiva al dibattito tra economisti. Di striscio, anche in Italia Alesina era costretto a spiegare in dettaglio che tipo di austerity abbia in mente, dopo che nell’attacco ai due c’era finito anche lui con l’epiteto di Bocconi Boy.

Cosa hanno in comune queste due notizie da cortile? A mio avviso, l’aspetto deteriore che una parte di intellettuali di sinistra abbia interiorizzato la necessità di semplificazione politica dei propri argomenti, a tal punto che l’incentivo non è più fungere da traino di pensiero, ma occuparsi in prima persona, senza la mediazione di una stampa competente (in Italia, relativamente marginalizzata quando non assente del tutto) del “lavoro sporco” di dare implicazioni di policy chiare e dirette. E aggiungo, stiamo parlando di gente che, a differenza dei fenomeni da baraccone à la Undiemi o Borghi, di ricerca ne ha fatta tanta e ha difeso le proprie tesi in confronti accademici intellettualmente più agguerriti di un dibattito in Tv.                                                                                                                                            Dov’è il problema in tutto ciò? Il problema, grave, è che questi fini economisti non si rendono conto che l’assenza di problematicità in un dibattito più ampio di un seminario nel loro dipartimento: a) poco aggiunge a quello che potrebbero tranquillamente formulare i suddetti fenomeni da baraccone; b) diventa, di questi, il loro appiglio ossessivo ( dai circoli della libertà alla redazione di Micromega); sulle esternalità collegate, populismo e foga collettiva, parlano da soli migliaia di video su youtube e relativi commenti.                                                                                    Quando nei talk show più trash dal dopoguerra sentiamo ripeterci dal conduttore “ma lo dice anche Krugman”, constatiamo la vanità, passi il termine, da sfigati che certi accademici hanno covato per anni per potere diventare delle celebrità. E ci rendiamo conto come questa possa accompagnarsi, nella maniera più coerente, anche a doti accademiche da nobel. Per questo, con tutto il rispetto e la reverenza ai loro contributi intellettuali, non possiamo non provare pena e sgomento per le innumerevoli pedine di depensanti che essi smuovono a ogni loro colpo di tosse, coscientemente o meno. E non siamo affatto sicuri che, in un contesto come quello attuale, tali pedine si possano tranquillamente e a piacimento “convincere del contrario”. Il nostro Rodotà (scandito forte), a differenza di Keynes, non ha dovuto nemmeno aspettare l’estrema unzione per rendersi conto che il suo popolo di riferimento era ormai una scheggia impazzita.

Alcune considerazioni più di parte:
1. La supplica a Paul Krugman di ritornare a discutere con i suoi colleghi segnala il fatto che una parte di accademia si sia messa a giocare principalmente su un terreno diverso, mettendo chiaramente a disagio i vecchi interlocutori, che un po’ per inadeguatezza un po’ per snobismo non hanno mai imparato altri linguaggi.
2. Gli intellettuali il più delle volte non si rendono conto della strumentalità stretta del loro lavoro. Il tempo allo studio che Krugman e Stiglitz hanno dedicato è stato tempo sottratto ad altre attività. Che uno studioso riesca bene nel suo campo offre davvero scarsissima indicazione su quanto positivamente possa influenzare un pubblico totalmente diverso. Questo vale sia per quelli che parlano un linguaggio incomprensibile, sia per gli opinion leader che si accorgeranno tra qualche anno della bassezza a cui hanno ridotto il dibattito pubblico.
3. Sarebbe interessante, veramente e senza malafede, discutere quanto in Italia un approccio pacato come quello de lavoce.info abbia contribuito e contribuisca oggi a un inversione di tendenza. Il loro scopo è sempre stato quello di essere una fonte di informazione libera e dettagliata, e sicuramente la loro pacatezza ha aiutato a rendere commestibili alla tv di stato personalità che comunque hanno direzionato l’attenzione su temi che negli anni 90 rimanevano fuori da ogni discussione. Allo stesso tempo ci chiediamo, e non crediamo di essere i soli, quanto questi toni la stiano facendo scivolare nel tempo in una semplice gazzetta per clessini e una percentuale sparuta di italiani.     Il punto non è che se chi ha diffuso idee in un certo modo debba concedersi un’aria più semplicistica o ideologizzata. Basterebbe riconoscere che la produzione certosina di dati e commentari e i fondi di giornale ben scritti hanno poco a che vedere, e coincidono solo incidentalmente, con la supposta “missione civile” di un gruppo di professori competenti.

Dario Novello

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