Quindi fate uno sciopero fiscale, no?

Ritorna il tema delle unioni civili, sempre ai posti di partenza nella rosa di diritti da rivendicare. E noi andiamo al succo delle due tesi, astraendo dalla differenza tra matrimonio e unione civile, lasciando perdere i simboli, e fregandocene un attimo del dibattito sulle adozioni: c’è chi dice che essere riconosciuti come “unione” sia un diritto indipendentemente dal sesso delle due persone, chi invece rivendica l’identità di una famiglia definita in maniera canonica.

Capitolo 1. Il diritto di avere diritti.

La Più Bella del Mondo ci informa che una qualche idea di famiglia preesiste all’ordinamento giuridico: è cioè qualcosa che il legislatore, nel suo momento di nascita, recepisce come tale e riconosce sin da subito come istituzione; non solo, la tutela e la promuove. Possiamo immaginare i più disparati motivi per cui una società in cui la formazione di famiglie sia incoraggiata, il primo sicuramente di tipo demografico: uno stato dove nascono molti bambini è uno stato dotato di forza lavoro giovane, con un sistema pensionistico sostenibile, eccetera: tutte questioni che non riuscirebbero a essere internalizzate dai singoli. Vabeh.
L’altra linea, di diritto privato, fa riferimento a due principi paralleli: da un lato, la “pietà” da parte dello stato di garantire a due persone che vivono in coppia servizi e possibilità di mutua assistenza; dall’altro l’affermazione di un certo grado di responsabilità comune per quanto concerne l’attività contrattuale e i rapporti patrimoniali: in breve, se è vero che vivere in coppia può facilitare la vita, si presuppone conseguentemente una gestione di coppia dei rapporti con i terzi più significativi: la parte del nostro codice civile dedicata al matrimonio ruota attorno a questo dualismo.
Un uomo e una donna che scelgono di unirsi in matrimonio, astraendo sempre dai simboli, valutano quindi i pro e i contro offerti sia dal nostro diritto privato sia, nella prospettiva di procreare, da eventuali servizi che lo stato decide di concedere: asili, scuole pubbliche, assegni familiari, detrazioni per la piscina, per le visite oculistiche e via dicendo.

Capitolo 2. Vacanze ai tropici.

Arriviamo alla banalità: il pacchetto di servizi che lo stato offre a due coniugi (con o senza figli) va finanziato attraverso prelievo fiscale, che tutti sono più o meno disponibili a pagare perché lo ritengono meritevole di finanziamento. Se la famiglia non ha bisogno di ulteriore legittimazione da parte dello stato, come si configura qualsiasi politica a favore di questa? Proviamo a immaginarci due scenari opposti:

Paese 1. Nella repubblica di Bananas esistono solo gruppi familiari tradizionali, tutti con l’intenzione di procreare. Nel momento in cui un ragazzo diventa economicamente indipendente questo lascia la famiglia e si accoppia con una ragazza (tanto per essere larghi, assumiamo che vi sia la possibilità di dote e che quindi non si richieda anche alla fanciulla l’indipendenza economica). In questo caso la legislazione sulla famiglia, nella parte riguardante i diritti, non è altro che una forma di assicurazione reciproca imposta da un pianificatore sociale.

Paese 2. Nella repubblica di Papayas esistono due tipi di gruppi di individui: il primo, simile in tutto e per tutto a quello del confinante stato di Bananas; il secondo composto da chi per qualche ragione rifiuta la configurazione di diritti e doveri imposta dal matrimonio oppure se la vede negata. In questo caso, una legislazione identica a lo stato di Bananas produce attraverso la tassazione un trasferimento permanente dagli individui non sposati a quelli che invece sì.

tea party

Capitolo 3: Ancora uno sforzo.

A questo punto la narrazione diventa inutile, perché qualsiasi modello di social choice applicato alla repubblica di Papayas non corrisponde a quello che si legge nei quotidiani.
Supponiamo (molto ragionevolmente, tra le altre cose) che estendere il più possibile solo il pacchetto di doveri inclusi in un rapporto coniugale a varie forme di convivenza non coniugale sia socialmente efficiente (obbligo di mutua assistenza, riduzione del rischio , maggiori garanzie patrimoniali da parte dei terzi…), e che allo stesso tempo qualunque tipo di coppia, coniugabile o meno, con l’intenzione di procreare o meno, lo trovi ipoteticamente conveniente: consideri quindi i vantaggi di un unione coniugale superiori agli svantaggi in ogni caso (scusate la prolissità). In questo mondo quindi la percezione di un trasferimento sistematico e privo di giustificazione da parte dei non coniugabili sarebbe netto e inequivocabile.
Per quale ragione, al di là di una bonaria (se va bene) simpatia nel vedere i figli dei propri vicini ricevere il buono sconto per il computer, un individuo non coniugabile dovrebbe trovare ragionevole il fatto che le sue tasse vadano a finanziare, tra le altre cose, la reversibilità della pensione di un uomo a una donna? (ovviamente nel paese di Papayas, sarà una coincidenza, i contratti pensionistici privati sono soltanto integrativi ai piani imposti e gestiti dal pianificatore sociale; in un altro paese la reversibilità della pensione sarebbe un argomento insignificante).
Questo esempio, in mezzo a tanti altri, basterebbe a rendere il concetto di diritto a coniugarsi in quanto tale assolutamente privo di senso. È banale dire che a contare è solo e soltanto la misura relativa di diritti a cui un individuo non può accedere, e il livello di coercizione che trasforma l’onere degli uni in un vantaggio per gli altri.

Capitolo 4: I tempi non sono ancora maturi.

Come dicevamo non ci è stato dato di proseguire la narrazione nel contesto più complicato della repubblica di Papayas. I tempi, appunto, non sono ancora maturi. Le nozze gay, l’acqua pubblica, il piano Marchionne: tutto ritorna a intervalli di 12 mesi. Quindi interrompiamo senza problemi, lasciamo passare i commenti del Fatto, le interviste alla Zanzara, le gabbie dei matti e la festa democratica di Busto Arsizio.

Dario Novello

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