Appalti pubblici: tu non hai fame?

gE quindi, un altro scandalo. Un altro scandalo legato agli appalti pubblici.

Eh ma si sa, signora mia, che l’Italia è un popolo di santi, poeti, navigatori e ladri! 

E tutti giù, con raffinate disamine sulla cultura dell’illegalità, sulla generalizzata impunità, a chiedere inasprimenti delle pene, più regole, lance e bastoni, forconi, galere e chiavi buttate.
Il giacobinismo dilagante (non solo al bar), però, sembra far fatica ad andare al di là dell’eugenetica del mariuolo italiano e, quindi, diamo una mano noi.

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Attualmente il Codice che regola gli appalti pubblici conta circa 600 articoli, modificati – come ci spiega un brillantissimo Davide De Luca su Libero – 564 volte dal 2006. Ognuno di questi rimanda ovviamente ad altre norme, altrettanto intricate e pesanti, aumentando notevolmente il peso della complessità. A questo si aggiunge che enti diversi hanno modulistica diversa, da compilarsi senza sbavature per evitare grane in sede di eventuale contenzioso. Tutto senza considerare molte altre pratiche obbligatorie da allegare, da quelle a garanzia della regolarità contributiva dell’impresa ai certificati antimafia.
In seconda istanza, le stazioni appaltanti in Italia, cioè quelle amministrazioni aggiudicatrici che affidano appalti pubblici di lavori, forniture o servizi (o concessioni di lavori pubblici e servizi) sono… circa TRENTADUEMILA. In Francia, per esempio, non si va oltre il centinaio. E ho detto Francia, cari amici: non esattamente un paese con una presenza statale snella e leggiadra.

Due piccoli esempi, come questi, credo siano sufficienti a definire un quadro.

Allora, tra gli strepiti manettari e l’invocazione a nuove regole (ancora!), magari si potrebbe far presente che, a parità di guardie giurate, in una strada con trentaduemila gioiellerie che vendono le stesse cose è più facile rubare che in una con qualche centinaia.
Nessuno qui dice che non si debba punire chi corrompe, ruba e sgraffigna (vige questa curiosa consecutio per cui chi non agita le manette imperniate sull’indice come lo sceriffo sia un sostenitore dell’impunità), ma che forse, se vogliamo andare oltre al solletichìo della pancia dei lettori del Fatto Quotidiano, l’intervento che serve è di ben altro tenore.

Ma in questo paese – e diciamolo, cara signora mia – si sa, l’unica cultura che sentiamo realmente propria non è quella dell’illegalità, ma quella dello stato grasso, inutilmente straripante e dannosamente pervasivo. Che ci sia correlazione?

Tad A.

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One thought on “Appalti pubblici: tu non hai fame?

  1. Non trovo il nesso fra il numero degli articoli e i fatti che state commentando. Non riesco proprio a trovarlo, anzi secondo me non esiste perchè non credo che i 600 articoli si occupino dei rimedi da applicare nei casi che si sta commentando in quanto presuppongo operino in materia le leggi generali.
    Si potrà parlare dell’elevata incertezza che incorrono le imprese a causa delle modifiche legislative e quindi dei costi di compliance che esse devono sopportare ma questi dati non c’entrano con i fatti che state commentando.

    E poi: “l’intervento che serve è di ben altro tenore” cioè? quale internvento ? in cosa dovrebbe consistere?

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