La buona (?) scuola

Il 3 settembre scorso il Governo Renzi ha presentato online l’ambizioso piano di riforma del sistema scolastico italiano.

L’assunto iniziale è talmente semplice da apparire banale. Tuttavia, forse proprio questa apparente scontatezza lo ha fatto spesso “cadere nel dimenticatoio” quando si trattava di fissare i punti chiave su cui impostare le riforme che hanno modificato la scuola negli ultimi decenni: l’istruzione è presupposto irrinunciabile per perseguire crescita e sviluppo.

Un obiettivo di lungo periodo, certamente. Per perseguire un obiettivo di lungo periodo è però necessario fissare dei traguardi che guardino all’immediato: il Governo, come prima misura, ha previsto l’assunzione entro un anno di 148 mila insegnanti. Non solo: verrà bandito anche un concorso per assumere altri 40 mila abilitati. Occorre a questo punto fare un distinguo: ben vengano le 40 mila “new entries”, fresche vincitrici di concorso e quindi meritevoli di entrare nel sistema, ma attenzione alla carica dei 148 mila. La riflessione, forse un po’ impopolare, è la seguente: perché mai io, persona senziente, che X anni fa ho deciso di intraprendere un percorso di studi che un giorno mi avrebbe realisticamente portato ad ambire a una cattedra all’interno sistema scolastico italiano, debbo pretendere un contratto a tempo indeterminato, solo in funzione del fatto che (ahimé) ho dovuto passare una odissea lavorativa in termini di precariato e graduatorie?

Forse noi non faremo mai i politici, ma forse servirebbe anche una dose in meno di buonismo.

Il quarto punto della “buona scuola” tratta dei cambiamenti che interverranno nella carriera del corpo docente. Finalmente si parla di progressione economica degli stipendi legata al merito e all’impegno, piuttosto che all’anzianità: sarà finalmente giunto il momento della rivoluzione copernicana?

Sorge tuttavia qualche perplessità. Come ben sappiamo, quando lo Stato introduce un sussidio nell’economia senza un particolare criterio di destinazione, viene prodotta una quantità di “bene pubblico” maggiore di quella efficiente, con una conseguente variazione incerta del benessere. Verranno assegnati ogni tre anni circa 60 euro al 66% dei professori più meritevoli. Non è stato detto nulla su quale sarà il parametro alla base del giudizio, se non che questo sarà “legato all’impegno e alla qualità del proprio lavoro”. Rabbrividiamo al possibile conflitto d’interessi in cui si troverebbero i docenti se il parametro fosse la media dei voti.

Incoraggiante, quasi rivoluzionaria, è invece l’affermazione relativa all’autonomia degli istituti: “Il punto di arrivo deve essere un sistema che permetta ad ogni scuola di progettare ciò che insegna con una forte attenzione ai bisogni delle famiglie e del territorio, esercitando in maniera concreta la propria autonomia. Partendo da un “cuore” di discipline di base snello e comune a tutti, e dando alle scuole la possibilità di modulare la propria offerta”. Sembra che finalmente sia stato recepito il messaggio: si vedrà se le parole saranno tradotte in fatti. Avere la possibilità di definire in completa autonomia la propria offerta formativa è diventata una necessità sempre più impellente, unico mezzo per creare quella competizione che è l’unico mezzo che possa garantire un futuro al nostro sistema scolastico e, quindi, al paese. Le riforme “centralizzate” hanno fatto il proprio tempo: è ora di adattarsi ad una platea sempre più eterogenea e qualitativamente variegata.

rENZI-LAVAGNA

Sotto il punto di vista della didattica (nono punto), il manifesto renziano prevede un aumento delle ore di educazione musicale, storia dell’arte ed educazione fisica, fin dalla scuola primaria. Ma un momento, la lista non è finita! Perché non introdurre un po’ di economia, potenziare le lingue straniere e condire il tutto con un po’ di sano “coding”?

Concentriamoci sull’economia, lasciando da parte le altre discipline citate, sulla cui utilità in un liceo peraltro si potrebbe a lungo dibattere. “L’economia deve essere una disciplina accessibile agli studenti di tutte le scuole di secondo grado” afferma il documento. Bene. Cosa si intende però con “economia”? Nel documento si afferma che “l’analfabetismo finanziario dei nostri ragazzi tocca livelli imbarazzanti”. Ok, vogliamo quindi insegnare T.I.R., duration e regimi finanziari ai pargoli? Oppure puntare su elementi di Macro? O, più realisticamente, come da anni si fa con “Filosofia”, si insegnerà anche qui la mera “storia” del pensiero economico, magari tenuta da un ex sessantottino (categoria che già impazza sulle cattedre di Lettere del belpaese)? L’Economia è una materia ampia e delicata, e come tale andrebbe trattata, altrimenti si rischia di procurare più danni che benefici agli studenti.

Ognuno, inoltre, ha i suoi punti forti e i suoi punti deboli: c’è chi è bravo in matematica ma prova un profondo disprezzo per l’arte e c’è chi tra le lettere e le note musicali sceglie di andare a fare ginnastica. Siamo davvero sicuri che un opzionale pomeridiano non sia una soluzione migliore? Pensate solo al poveretto che vuole diventare un biologo e che invece deve imparare cosa sono un array o il rendiconto finanziario. La proposta, ce ne rendiamo conto, non è di facile implementazione sotto il punto di vista gestionale, ma crediamo sia doverosa di attenzione, in quanto si preoccupa da vicino del benessere dello studente, promuovendone le capacità individuali.

Anche quello che manca fa rumore: il documento non fa riferimento alle scuole paritarie, istituzione  da tempo immemore demonizzata ed osteggiata da numerosi governi (tendenzialmente di centro-sinistra), ma che invece spesso va a supplire a carenze dello Stato.

L’undicesimo punto, infine, tratta del potenziamento del legame tra scuola e impresa. L’idea in sé non è malvagia: già in Germania gli studenti delle scuole superiori partecipano a dei programmi di apprendistato chiamati “Lehre”, poi associabili a degli studi di orientamento al lavoro, “Berufsshule”. Tuttavia, come ben sappiamo, le condizioni degli imprenditori sono ben diverse lassù, quindi non è affatto detto che i nostri riusciranno a dare la loro disponibilità piena. A meno che non ci si metta di mezzo qualche sindacalista o genitore, ovviamente…

Non si può negare che la proposta del Governo non sia coraggiosa: ci sono dubbi (tanti), ma anche proposte valide, almeno sulla carta. Sta al Governo dimostrare di avere le capacità, la fermezza e soprattutto le coperture finanziarie per implementare le numerose idee che fin qui sono state proposte per far evolvere il sistema scolastico del belpaese.

Gianluca Franti & Giovanni Trebbi

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