L’infallibile Sorgenia

Tanto tempo, così si racconta, esisteva un mercato in cui tutti potevano fallire, fare bancarotta, chiudere e andare avanti. Dico tanto tempo fa perché, come sappiamo tutti, ora non è mica più così. Ora per poter fallire bisogna essere persone normali, rientrare in certi standard, essere sufficientemente piccoli. La tua caduta non deve sollevare troppa polvere nè fare troppo rumore. Non devono esserci conseguenze significative. In questi casi, sei libero di fallire quando e come ti pare. A nessuno importa.
Se invece hai un giro d’affari nell’ordine del paio di miliardi di euro e più o meno altrettanto debito, se ti sei distinto per la rara inefficienza e la scarsa lungimiranza, rischi di finire in tribunale per bancarotta fraudolenta e operi in Italia, allora non c’è problema. Non fallirai, non pagherai i tuoi errori, nessuno più bravo di te verrà premiato e nessuno si farà male. Tranne tutti quelli che dovranno sborsare di tasca propria per rimediare ai tuoi buchi nel bilancio. Tranne il mercato nel suo complesso, che con l’ennesima inefficienza forzosamente tollerata non farà che diventare più fragile, rendendo più dolorosa la caduta che inevitabilmente arriverà.

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Se fossimo stati nel mondo ideale in cui tutti possono fallire come gli pare, forse Sorgenia, il secondo produttore di energia in Italia dopo ENI, controllato dal gruppo CIR, avrebbe dovuto avere un po’ di paura. Grazie a dio non è così: questo paese trascende la logica e il buonsenso e Sorgenia non ha avuto nulla da temere. È stata risparmiata dalla fine inevitabile a cui il mercato l’aveva condannata.
La storia di Sorgenia comunque merita di essere raccontata, perché conoscere ci da quanto meno la misura della nostra impotenza.
Sorgenia doveva fallire. Avrebbe dovuto inevitabilmente fallire.
Ormai 11 anni fa, nel 2003, il mercato dell’energia si trovava ad affrontare una situazione singolare, in cui la domanda eccedeva notevolmente l’offerta. Perciò, all’epoca, Sorgenia investì una forte somma nella costruzione di nuove centrali termoelettriche, che producono energia elettrica bruciando gas, per far fronte alla richiesta di corrente. Sfortunatamente, questo investimento si è rivelato sbagliato per molteplici ragioni.
Contemporaneamente all’investimento di Sorgenia sul termoelettrico, in Italia scoppiava anche il boom delle centrali a risorse rinnovabili, come il fotovoltaico e l’eolico. In più, proprio a causa di queste nuove tecnologie, il prezzo del carbone si abbassava sensibilmente, rendendo le poche centrali elettriche a carbone rimaste incredibilmente competitive. Inoltre, la domanda che Sorgenia si era predisposta a soddisfare ben presto scomparve a causa della crisi economica, che ha ridotto notevolmente i nostri consumi energetici.
Aggiungo, per concludere il quadro, che il numero di produttori di energia ad oggi è decuplicato rispetto al 2003.
A causa di tutti questi fattori la produzione di energia dell’azienda si è ridotta in media del 20%, il debito ammontava a circa 2 miliardi (in costante aumento) e le centrali stavano per la maggior parte del tempo spente o a regime minimo.
L’ancora di salvezza di questa azienda oramai spacciata è arrivata, tanto per cambiare, dal governo.
La parola magica è Capacity Payment. Si tratta di un incentivo statale che autorizza a corrispondere una quantità arbitraria di denaro, stabilita annualmente, ad alcuni produttori di energia per aiutarli a sostenere i costi di una esagerata capacità produttiva, tenuta di riserva nel caso di eventi straordinari che aumentino momentaneamente il fabbisogno energetico. La legge contenente la norma sul Capacity Payment risale anch’essa al 2003, cioè a quel periodo in cui l’offerta di energia era appena sufficiente a soddisfare la domanda e un aumento improvviso avrebbe potuto causare un sovraccarico del sistema. Tuttavia, da allora le condizioni sono cambiate: la domanda è diminuita e l’offerta è aumentata. Il Capacity Payment, dunque, è una misura di sicurezza del tutto inutile inventata per risolvere un problema che non esiste più.
Ne è la prova che non è mai stata utilizzata, cioè nessuno ha mai ricevuto questo sussidio, nè nessuno ne ha mai parlato, fino al 2013, durante il Governo Letta, quando Sorgenia ha cominciato a fare pressione perché le venisse concesso.
Dal governo Letta a quello Renzi il passo è stato breve ed è quest’ultimo che ha concesso all’azienda in questione il lasciapassare per la salvezza.
Grazie alla garanzia di questo sussidio, che dovrebbe cubare tra i 600 e i 700 milioni nei prossimi tre anni, Sorgenia ha potuto sostenere una ricapitalizzazione del debito. I crediti nei suoi confronti sono stati trasformati in azioni, acquistate poi da una cordata di banche italiane, alla testa delle quali c’è MPS, e da ENI, cioè, in ultima misura, dallo Stato, da cui ENI è controllata. L’accordo è stato firmato lo scorso 23 luglio.
Questo pone le premesse che le banche in cordata ottengano aiuti della stessa natura di quelli avuti l’anno scorso con la rivalutazione delle quote di Bankitalia, attraverso il capitale aggiuntivo che ENI potrebbe versare nella società. Perché al peggio non c’è davvero limite.
La storia finisce con un lieto fine: CIR e la sua controparte austriaca, Verbund, sono uscite dal libro soci, senza pagare una lira. Anzi, qualora mai Sorgenia dovesse tornare in attivo a loro spetterebbe il 10% sull’importo ottenuto, tolta la differenza del capitale versato dalle banche.

Questa è una storia sporca, ma è anche così noiosa.
Ci sono corruzione, disonestà e un mucchio di altre cose alle quali siamo così abituati da non farci nemmeno più caso, almeno finché qualcuno non ce le sbatte sotto il naso. Noi viviamo lo stato dell’arte dell’agency problem. Siamo ostaggi di uno stato governato da gente che non lavora per noi. Ma poi perché dovrebbero farlo? Chiunque è ladro quando è sicuro di non essere scoperto: gli esseri umani sono fatti così ed è inutile farci la morale.
Il sistema non funziona perché si ignora la natura umana, la si idealizza.
Chi si siede in parlamento non diventa un esempio di virtù solo per l’aria che si respira in quella stanza.
Finché non capiremo tutti questo, non cambierà nulla. Finché il sistema contemplerà la possibilità di fare una cosa come quella fatta per Sorgenia, allora state pur certi che qualcuno la farà.
Governi Berlusconi, Letta, Renzi, sempre la stessa solfa.
Chiedetevi dunque se non sia la macchina quella sbagliata e non il conducente.
Cambia l’autista, non cambia la strada e si va tutti a sbattere contro un muro, in ogni caso.
A voi le conclusioni.

Alessandro D’Amico

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