18 Politico

Tra una manifestazione, una Leopolda e un comizio può capitare di alzare un po’ troppo il gomito. Se nel 2014 l’Italia ha mantenuto salda la sua terza posizione globale per consumo di vino, lo deve anche agli eccessi degli ultimi mesi. In un paese in cui quattro giovani su dieci sono disoccupati, politica e sindacati hanno deciso di imbrigliare la riforma del mercato del lavoro tra slogan e cortei sull’articolo 18. Un’ipotesi plausibile è che, bicchiere dopo bicchiere, in molti abbiano preso un abbaglio.
L’articolo 18 di cui il Governo chiede la cancellazione non è intanto quello della Costituzione; se così fosse, l’esecutivo vorrebbe abolire sarebbe la libertà di associazione, e a preoccuparsi non dovrebbero essere solo i sindacati. In realtà, quello dello Statuto dei lavoratori è diventato il nucleo di una vicenda politica che è andata oltre la semplice finalità normativa.
Con la Riforma Fornero prima e il Decreto Poletti poi, la disposizione è già stata interamente svuotata del suo significato, almeno dal punto di vista contabile. I dati confermano che l’abolizione della norma comporterebbe una riduzione dei costi modesta, limitata alle imprese con più di quindici dipendenti.
sciopero generale regionale della Cgil contro la modifica dell' articolo 18

Chi pensa che lo stato di welfare possa continuare come ha fatto negli ultimi dieci anni, dovrebbe riguardare attentamente i conti del nostro paese. Renzi deve scegliere bene i modelli a cui ispirarsi per risollevarne le sorti. Non è un mistero che il suo atteggiamento abbia avuto, fino ad oggi, ben poco di thatcheriano, contrariamente alle frequenti analogie giornalistiche. Solo interventi profondi potranno realmente sbloccare il mercato del lavoro, come nel caso del piano Hartz, cha ha segnato la rinascita della Germania di Schroeder.
Per parlare di riforme, è necessario inoltre essere pronti a pagarne le conseguenze sul piano politico. Le regole del gioco sono chiare: tagliare il periodo del sussidio di disoccupazione e della cassa integrazione, vincolare l’accettazione di un’occupazione per i disoccupati, diminuire il peso fiscale sul lavoro, favorire la transizione dall’istruzione, introdurre regole più stringenti per la copertura sanitaria. Se il governo vuole giocare la partita da protagonista deve scoprire le proprie carte: nascondersi dietro allo spauracchio degli imprenditori rischia di legittimare una classe sindacale che con la sua linea chiusa tutela una ridotta parte dei lavoratori e discrimina chi il lavoro lo cerca.

Un altro pacchetto Treu non gioverebbe né ai lavoratori, né alle casse dello stato. Se i sindacati cercano la via del compromesso, il governo dovrà rispondere con la linea dura. Senza promesse e senza rimpianti.
Chissà che, conti alla mano, la prossima bottiglia si possa stappare per festeggiare.

Federico Benazzo

 

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