Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale

Pubblichiamo, a puntate, la traduzione di “Neoliberalism: the origin of a political swearword” di Oliver Marc Hartwich, per gentile concessione dell’ autore.

“Un’ utilità della storia è quella di liberarci da un passato immaginario. Meno sappiamo di come le idee hanno preso forma e si sono sviluppate, più siamo propensi ad accettarle acriticamente, come attributi inevitabili del mondo in cui viviamo.”
Robert H. Bork

 Una storia di fantasmi

 Uno spettro si aggira per il mondo, come Karl Marx ed Frederich Engels scrissero nel Manifesto del Partito Comunista del 1848. Questa volta, però, non stiamo parlando dello spettro del comunismo, ma di quello del neoliberismo.
E così come Marx ed Engels riferiscono di ‘”una santa alleanza per esorcizzare questo spettro”, un’ alleanza, sacra o profana che sia, si è formata di nuovo, questa volta per scacciare il fantasma del neoliberismo dalla scena mondiale.

Una curiosa alleanza, quella impegnata nella lotta contro il neoliberismo: leader religiosi e artisti, ambientalisti e critici della globalizzazione, politici di sinistra e di destra, nonché sindacalisti, commentatori ed accademici. Tutti animati dalla stessa passione, dalla volontà di strappare la maschera all’ ideologia neoliberista e rivelarne la natura disumana, antisociale e potenzialmente misantropa, o il suo essere una cinica macchinazione da parte di forze, curiosamente anonime, che ambiscono ad approfittarsi della società e sfruttarla a proprio vantaggio.
I membri di questa variopinta alleanza contro il neoliberismo sono tanto coesi nella loro opposizione quanto diversi. Ciò suggerisce che il concetto di neoliberismo non deve poi essere così chiaramente definito. Piuttosto, si tratta di un ampio parasole sotto il quale gruppi molto eterogenei e con con diversi punti di vista possono trovare riparo.
Nella chiesa dell’ anti-neoliberismo c’è infatti un posto per tutti coloro che ritengano il neoliberismo li intralci nel raggiungimento dei loro obiettivi politici. Questo potrebbe anche spiegare la mancanza di una definizione chiara e coerente del neoliberismo tra i suoi detrattori.

Ma la più curiosa caratteristica del neoliberismo è il fatto che, di questi tempi, quasi nessuno si identifichi come neoliberista. In passato, aspri dibattiti ideologici sono stati portati avanti tra, diciamo, conservatori e socialisti, collettivisti e individualisti. Sebbene possa non esserci stato nessun punto di incontro tra queste fazioni opposte, perlomeno si sarebbero torvati d’accordo in merito alle rispettive identità. Un socialista non si sarebbe sentito offeso da un conservatore che l’ avesse chiamato un socialista e viceversa. D’altronde, nei dibattiti attuali, la maggior parte degli accusati di possedere vedute “neoliberiste” non accetterebbe di essere chiamata “neoliberista”: piuttosto insisterebbe sull’ essere appellata con un altro termine (liberale, libertario) o sull’ essere semplicemente stata fraintesa dai suoi avversari.
In ogni caso, quasi nessuno vuole più essere un “neoliberista”. Ad esempio, in un sondaggio online dei lettori del blog di Andrew Norton, su oltre 1.200 partecipanti non una sola persona si è auto-identificata con il termine, mentre ‘liberale classico,’ ‘conservatore,’ e ‘libertario’ erano le risposte più gettonate. Strani questi dibattiti, in cui il nemico che si sta combattendo afferma di non esistere.
Forse non è poi così strano, dopo tutto. Se il neoliberismo non viene quasi mai definito, se può significare qualsiasi cosa con cui si decida di essere in disaccordo, allora è comprensibile che risulti non da un tentativo di acquisire conoscenze teoriche, ma dalla volontà di screditare gli avversari politici.
In questo modo, l’etichetta di neoliberista è diventata parte della retorica politica, sia pure come appellativo ingiurioso quasi privo di significato.

Non è stato sempre così. In origine, quando il termine è stato coniato, era piuttosto lontano da quello che attualmente ci richiama.

La superficialità con cui oggi “neoliberismo” viene usato in modo dispregiativo è inversamente proporzionale alla profondità di pensiero dei suoi utilizzatori originari. Ancora più sorprendente, i “neoliberisti” originali hanno poco in comune con quelli che oggi vengono così chiamati. Se tutto ciò suona vago, è perché è davvero vago, in qualche modo.

Quella del neoliberismo è una storia nascosta nell’oscurità, ma che vale la pena riesumare. Comprendendo i leitmotive del primo neoliberismo conosceremo le basi politiche, filosofiche ed economiche su cui è fondato. Inoltre, scopriremo come primi neoliberisti hanno condiviso alcune delle preoccupazioni degli anti-neoliberisti contemporanei. Loro, più di chiunque altro, dovrebbero essere sorpresi dal fatto che l’alternativa alla loro avversione per il  neoliberismo può essere una riscoperta dello stesso, propriamente inteso.

 Crisi e neoliberismo

 Tempi di crisi naturalmente spingono a rivolgere un’ ampia critica a concetti fino a quel momento non contestati. Quindi non dovrebbe sorprendere che anche la crisi economica abbia suggerito una riesamina del modo in cui funzionano i mercati. Scrive un autore circa la crisi economica del suo tempo: “[La crisi] ha messo in discussione la prevalente […] ortodossia neoliberista che ha sorretto i quadri nazionali e globali di regolamentazione che hanno così clamorosamente fallito nell’ evitare il caos economico che si è abbattuto su di noi”. Continua sostenendo che “lo scorso anno abbiamo visto come le forze del mercato lasciate incontrollate hanno portato il capitalismo al precipizio”, concludendo con “né i governi né i popoli che essi rappresentano hanno più fiducia in un sistema non regolamentato di capitalismo sfrenato”.
Un altro commentatore è altrettanto esplicito nel suo diagnosticare “il caos di una predatoria economia pluralistica” e il “fallimento del liberismo economico”. Ciò che è necessario, afferma, è  “uno stato forte, al di sopra dell’economia e dei gruppi di interesse cui essa appartiene”.

Anche se entrambi i punti di vista sembrano avere una genesi simile, i due autori non potrebbero essere più diversi quanto a orientamenti politici, background professionale, nazionalità ed epoca.

Inoltre, il primo autore sostiene di essere un critico feroce del neoliberismo, mentre il secondo è l’inventore originario del termine. Solleviamo allora il sipario e risolviamo l’ enigma: le prime citazioni sono tratte dal saggio ‘La crisi finanziaria globale’ del primo ministro australiano Kevin Rudd, pubblicate sulla rivista The Monthly all’inizio del 2009. Il secondo commentatore è Alexander Rustow, sociologo ed economista tedesco, e i passaggi riportati provengono da un discorso pronunciato alla Verein für Socialpolitik nel 1932 e dal titolo di un suo libro pubblicato nel 1945. Fu lo stesso Alexander Rustow che, nel 1938, ha coniato il termine neoliberismo.

Se Rudd e Rustow suonano così simili, ma uno di loro rifiuta il concetto di neoliberismo, mentre l’altro lo ha inventato, allora o deve esserci un’ incomprensione, oppure è stato il termine stesso a subire una trasformazione nel corso degli ultimi decenni.

Si potrebbe sostenere che ciò che è accaduto in un piccolo paese lontano quasi un secolo fa (cioè all’inizio del XX secolo in Germania) dovrebbe difficilmente avere qualche attinenza con la politica australiana contemporanea. Il mondo è andato avanti e i dibattiti di oggi non sono gli stessi, per dire, di quelli del 1930. D’altra parte, occuparsi della nascita del neoliberismo è più di un vano esercizio di archeologia intellettuale: troveremo alcuni parallelismi tra i dibattiti economici scatenati dalle crisi di allora e di oggi e, ancora più importante, scopriremo che primi neoliberisti avevano riconosciuto sia il potere dei mercati, sia i loro limiti. Gli odierni critici del neoliberismo probabilmente ignorano che una delle idee maturate attorno alla prima concezione di neoliberismo era quella di tenere d’occhio i mercati e il potere di mercato. Simili letture potrebbero suggerire qualche idea ai policy-makers di oggi, anche alla luce del fatto che i neoliberisti hanno fatto una distinzione tra le aree in cui lo Stato potrebbe e dovrebbe intervenire e altre in cui non dovrebbe.

Così, andiamo indietro di quasi un secolo per capire perché Rustow e alcuni dei suoi colleghi sono arrivati a formulare un’idea che hanno chiamato neoliberismo, e vediamo se Kevin Rudd aveva ragione a sostenere che “il neoliberismo […] si è rivelato poco più che avidità personale vestita da filosofia economica”.

[Fine prima parte]
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
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5 thoughts on “Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale

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