Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale [seconda parte]

Una digressione storica sul sistema economico tedesco. Seconda parte del paper “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” di Oliver Marc Hartwich. Qui la prima.

La preistoria del neoliberismo

Il concetto di neoliberismo trae le sue radici in Germania tra le due guerre mondiali. È dunque necessario esplorare il clima intellettuale e politico del periodo, ma anche il background storico, per capire se Alexander Rustow aveva ragione ad affermare che il liberalismo economico aveva fallito nel suo paese. Rustow era molto critico in merito all’ ipotesi di lasciare il mercato libero di regolarsi da sè. Ciò è piuttosto strano, perchè è assai dubitabile che questo fantomatico libero mercato sia mai esistito in Germania.

Quando guardiamo alla Germania degli anni 1920-1930, pensiamo alla lotta per mantenere viva la repubblica di Weimar, tra gli estremismi politici di sinistra e di destra. Pensiamo anche all’ iperinflazione del 1923 e agli effetti economici disastrosi della Grande Depressione, che ha portato la disoccupazione nel paese a livelli precedentemente sconosciuti. La storia della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale è generalmente analizzata in relazione alla catastrofe del conseguente affermarsi del nazionalsocialismo, alla Seconda Guerra Mondiale e, in ultima analisi, all’Olocausto. A volte questa prospettiva fa sembrare inevitabile la marcia della Germania verso il Terzo Reich; come se la dittatura nazionalsocialista fosse stata la conclusione logica della predilezione tedesca verso uno stato gerarchico, un governo forte ed un’ organizzazione verticistica. In effetti, alcuni storici (in genere di sinistra) hanno sostenuto che Hitler fosse la conclusione inevitabile della storia tedesca prima del 1933, il cosiddetto “Sonderweg” (via peculiare) della Germania. Nelle parole di Fritz Fischer: “Hitler non è stato un incidente industriale”.

Non è questa la sede adatta per discutere (ed eventualmente confutare) la tesi del Sonderweg tedesco; purtroppo, però, la centralità del dibattito sulla presenza o meno di un’ inclinazione illiberale specificamente tedesca ha distratto dal fatto che, in effetti, siano esistiti importanti movimenti, correnti e pensatori liberali. Che poi questi possano rivaleggiare con la tradizione anglossassone di John Locke, David Hume e Adam Smith può essere contestato, tuttavia non si può negare che ci sia stata una tradizione liberale tedesca.
Probabilmente è corretto affermare che il sistema economico teorizzato da Adam Smith non abbia trovato molti sostenitori in Germania all’epoca della pubblicazione de “La Ricchezza delle Nazioni”. Le riforme prussiane del 1806, che hanno liberalizzato e modernizzato il sistema, sono state principalmente il risultato del crollo militare dello stato prussiano contro Napoleone, e non tutte sono sopravvissute alla Restaurazione dopo il Congresso di Vienna nel 1815: in alcune regioni si fece un passo indietro sulle nuove leggi sul commercio, e le corporazioni furono parzialmente ripristinate.
Mentre altri paesi, come l’ Inghilterra, avevano già da lungo tempo avviato il processo di industrializzazione, la struttura economica della Germania era rimasta indietro. Ma quando l’industrializzazione è finalmente decollata, lo ha fatto ad una velocità notevole. Ciò non sarebbe stato possibile senza la liberalizzazione delle leggi sul commercio e la modernizzazione del diritto contrattuale, insieme alla rimozione delle barriere doganali tra gli stati tedeschi frammentati. Oltre a ciò, le riparazioni francesi conseguite dalla guerra franco-prussiana del 1870-71 avevano inondato la Germania d’oro, mentre l’ annessione dell’ Alsazia-Lorena ne aveva aumentato la capacità del settore industriale e minerario.
La libertà d’ impresa è venne garantita per la Confederazione tedesca con la Gewerbeordnung del 1869, che due anni dopo fu estesa al neonato Impero germanico. La libertà contrattuale venne introdotta nella seconda metà del XIX secolo, mentre le ultime restrizioni medievali sull’applicazione di interessi furono abolite […].

Dopo l’unificazione tedesca del 1871, ci sono voluti quasi tre anni prima di introdurre il Codice Civile (Bürgerliches Gesetzbuch), vista la legislazione frammentaria all’ interno della struttura federale del Reich, e il risultato finale è stato espressione delle tendenze prevalenti del tempo, criticate sia dai giuristi conservatori sia da quelli socialisti. Al tempo dei dibattiti sul progetto di codice, lo studioso di diritto Anton Menger (1841-1906) ha pubblicato un opuscolo intitolato “Il diritto civile e il proletariato” in cui polemizzava sul fatto che difficilmente avrebbe potuto trovare un un disegno di legge che favorisse le classi abbienti in modo così palese come la bozza del Codice Civile tedesco. Allo stesso modo, lo storico conservatore Otto von Gierke (1841-1921) propose un’ emulsione di socialismo nel codice, sostenendo che l’illimitata libertà contattuale sarebbe stata causa della sua stessa auto-distruzione. Questo tuttavia non è accaduto, e il Codice tedesco ha stabilito una serie di libertà contrattuali tale da essere, come Gierke lamentava, espressione di “tendenze individualiste, sbilanciate verso il puro manchesterismo”. Non c’erano particolari dispozioni sul lavoro, clausole contro il licenziamento ingiusto, nè protezioni per gli inquilini. I tribunali tedeschi del tempo erano stati influenzati dal pensiero economico liberale. La Corte Imperiale (Reichsgericht) non non aveva alcuna intenzione di mettere al bando le pratiche commerciali che non fossero  esplicitamente vietate dalla legge. Allo stesso modo, era ben lungi da far ricorso alle regole generali del diritto civile per interferire con le operazioni di mercato, a meno che non fossero stati violati brevetti o diritti d’autore. Decenni più tardi, l’economista Lujo Brentano ha osservato nelle sue memorie che al tempo “nè da sinistra nè da destra c’erano possibilità contro questa dottrina [il manchesterismo], dominante nelle leggi e nella stampa”.
Tuttavia, se è corretto affermare che il generale spirito del tempo è stato fortemente influenzato da idee semi-liberali, lo è anche osservare che la Germania imperiale non era certo liberale, nel senso inglese del termine. Infatti, se la libertà contrattuale e di commercio era molto ampia alla fine del XIX secolo, siamo ancora lontani dal poter parlare di liberalismo economico. Le liberalizzazioni sono venute dall’ alto, da uno Stato che era diventato sempre più interventista nell’ ultimo quarto di secolo. La Germania era rimasta indietro rispetto all’ Inghilterra, superpotenza economica e politica, da diversi decenni. La rivoluzione industriale, con i suoi motori a vapore e ferrovie era stata un’ “invenzione” inglese, avvenuta in un momento in cui, alla fine del XVIII secolo, la Germania era ancora nel complesso un paese agricolo, governato da resti di strutture medievali e suddiviso in decine di principati e regni indipendenti, separati da barriere tariffarie. Per gli stati tedeschi, raggiungere l’Inghilterra in termini di reddito pro capite e produzione industriale era ritenuto necessario al fine di imitare la sua storia di successo economico. Dopo le riforme prussiane del 1806, quella di modernizzare e liberalizzare le strutture di mercato era diventata l’ idea dominante tra la burocrazia ministeriale. Industrializzazione  e modernizzazione sì, ma ciò doveva avvenire sotto la guida politica delle elites: “un’ economia liberista di mercato dall’alto”, come descritto dallo storico dell’ economia Werner Abelshauser. Questo sistema, risultato delle riforme implementate dopo il confronto con la Francia post-rivoluzionaria e la sfida economica della rivoluzione industriale inglese, ha aperto la strada alla modernizzazione dello stato tedesco; tuttavia il liberalismo in Germania non si è affermato nel corso dei secoli, come nel caso della Gran Bretagna, ed non si era certamente sviluppato contro la volontà dei governanti politici. Al contrario, il processo di liberalizzazione è avvenuto con gli auspici delle élite ministeriali e solo nella misura in cui ha promosso gli interessi ufficiali. Come accennato prima, l’economia tedesca è cresciuta fortemente negli anni immediatamente dopo l’unificazione del Paese nel 1871, ma questo boom straordinario fu di breve durata ed è giunto ad una brusca fine con la Gründerkrise del 1873. La crisi bancaria internazionale, che ha anche innescato il crollo di una banca berlinese, e la fine delle riparazioni francesi hanno contribuito alla fine improvvisa degli anni del boom. Sebbene i decenni successivi sono spesso indicati come ‘Grande Depressione’, in termini moderni in realtà non lo è stata. L’economia tedesca era ancora in crescita per la maggior parte di quel periodo, anche se a un tasso ridotto. Tuttavia, il contrasto tra il boom precedente e il tasso di crescita relativamente più tenue ha minato la fiducia nel liberalismo economico e nell’economia di mercato. Di conseguenza, la politica economica ha seguito un corso diverso dopo il 1873, e  la Germania ha acuito il suo interventismo.
Fu in questo periodo che “l’economia liberista di mercato dall’alto”  si è trasformata in capitalismo corporativo o organizzato. Il primo e più importante passo verso questa direzione è stato il passaggio da una politica di libero scambio verso il protezionismo. La crisi economica ha rafforzato quelle associazioni industriali che a lungo si erano battute per l’introduzione di dazi: nella metà del 1870 si era costituita la ‘Centralverband deutscher Industrieller’ (Associazione Centrale degli Industriali tedeschi), nel nome di un appello per porre fine al libero commercio. Dietro la spinta di queste campagne, il cancelliere tedesco Otto von Bismarck ha cambiato la sua politica commerciale abbracciando il protezionismo, progettando di rafforzare il bilancio dell’Impero attraverso il gettito tariffario e rendere il governo nazionale meno dipendente dai contributi degli stati tedeschi, che raccoglievano la maggior parte delle tasse, trasferendone solo una parte a Berlino.

Anche all’ interno del Parlamento tedesco l’ ago della bilancia si è spostato in una direzione opposta a quella dalla precedente politica commerciale liberale. Dopo le elezioni del 1878, vinte dai conservatori, la maggioranza protezionista votò l’introduzione di un nuovo regime tariffario, proprio come il Centralverband aveva chiesto. Come ha osservato Werner Abelshauser, dall’ anno del cambiamento, il 1879, nelle politiche per la concorrenza il principio del cartello industriale avevano sostituito quello della conconcorrenza, nelle politiche per l’ordine la mobilitazione dei produttori aveva sostituito il principio del laissez-faire, mentre in quelle sociali gli interessi corporativi erano diventati dominanti. L’Impero tedesco nel suo complesso era diventato un’economia di mercato corporativo. Era ancora un’economia di mercato, ancora una variante del capitalismo, ma con uno stato molto più forte e più interventista. Era una sorta di “capitalismo organizzato”, termine coniato dal socialdemocratico Rudolf Hilferding, le cui caratteristiche principali erano la concentrazione del capitale, la regolamentazione del mercato da parte dell’amministrazione pubblica, gerarchica e burocratica, l’aumento delle pressioni da parte di gruppi di interesse organizzati, il loro potere di influenzare il processo decisionale politico e l’intervento sistematico dello Stato nell’economia. Il breve flirt con il lasseiz-faire del 1870 era finito. Il liberalismo economico, che aveva avuto il suo massimo splendore in Germania tra i primi 1850 e il crollo del 1873, lasciava il posto ad un modello di economia mista in cui lo Stato svolgeva un ruolo importante nel coordinare e guidare l’attività economica.
Una delle conseguenze è stato lo sviluppo di decine, se non centinaia, di cartelli. Ci sono buone ragioni per ritenere che la situazione politica del tempo ha giocato un ruolo cruciale nella permanenza del fenomeno. L’ innalzamento di barriere tariffarie ha bloccato la concorrenza straniera. Protette da tali barriere, le aziende tedesche avrebbero potuto restringere la concorrenza interna, ma tali restrizioni del commercio sarebbero state molte meno di successo se le importazioni straniere avessero sfidato i cartelli. Nel suo “History of Economic Order in Germany”, Hans Jaeger ha così scritto in merito all’importanza del protezionismo per la struttura del mercato: “le tariffe introdotte dal 1879 erano un presupposto importante per la crescita dei cartelli. Solo dopo la compartimentazione del mercato tedesco contro la concorrenza straniera, i cartelli nazionali avrebbero potuto spartirsi il mercato tra loro”.
I cartelli avevano perfettamente trovato il loro spazio nella nuova struttura del capitalismo organizzato. Nel suo studio sulla storia della politica di concorrenza nella Germania imperiale, David J Gerber ha spiegato il perché: “la burocrazia imperiale spesso favoriva i cartelli perché servivano i suoi interessi, offrendo un basso costo di acquisizione di informazioni e la facoltà di influenzare gli sviluppi economici. Inoltre, per il Kaiser e gran parte della classe dirigente, i cartelli non erano solo un mezzo di controllo, ma lo strumento per il raggiungimento di altri obiettivi politici e militari. I cartelli predominavano nel settore dell’economia pesante e dei prodotti chimici, per esempio, che erano importanti per la Germania in termini di influenza internazionale e sviluppo del suo potenziale militare.
Tutto ciò non è stato un incidente, nè un caso di fallimento del mercato. I mercati hanno solo eseguito ciò che era desiderato a livello politico, vale a dire il formarsi di una struttura economica che avrebbe favorito la spinta all’ industrializzazione del paese. Di conseguenza, i più alti tribunali, compresa la Corte Imperiale, hanno dato ai cartelli la loro benedizione. Un caso esemplare: il Reichsgericht non solo ha permesso i cartelli nel 1897, ma anche espressamente dichiarato che servivano il pubblico interesse. I giudici sono stati in linea con l’opinione pubblica e la professione economica del tempo. Visti come un modo per evitare “una concorrenza rovinosa”, i cartelli sono stati accolti con favore da economisti come Friedrich Kleinwächter, come un modo di sostituire il sistema costruttivo ma caotico della mano invisibile di Adam Smith con qualcosa di più ordinato. Ulteriori espressioni dei principi del capitalismo organizzato possono essere riscontrate nello sviluppo di numerose associazioni di categoria, camere di commercio, banche universali, organizzazioni dei datori di lavoro et similia. Lo Stato ha svolto un ruolo di guida in questa complessa disposizione delle relazioni commerciali. Commercio e manodopera qualificata sono stati ri-regolati nel 1897, costringendo gli artigiani ad aderire ad associazioni di categoria, autorizzate a stabilire i prezzi. Un’ interpretazione tradizionale del cambiamento nella politica economica che si è verificato dal 1870 era che il nuovo interventismo è stato un ritorno alla vecchia struttura dell’ organizzazione economica. Secondo Abelshauser, tuttavia, si tratta di un’analisi sbagliata. E’ stata la nascita di un nuovo tipo di economia di mercato, che è rimasta in vigore per tutto il ventesimo secolo e nel ventunesimo. Difficile non essere d’accordo con quest’analisi. Il particolare tipo di corporativismo, la struttura dell’industria e del sistema di sicurezza sociale, le leggi che regolavano le relazioni economiche emerse nell’ultimo trimestre del diciannovesimo secolo sono sopravvissute all’impero tedesco e al regime di Hitler, per diventare parti essenziali del cosiddetto capitalismo renano della Repubblica federale dopo il 1945. […]

L’ordine economico della Germania imperiale si era allontanato dalle tendenze liberali originarie e aveva aperto la strada allo sviluppo di un’economia organizzata secondo linee corporative. Il modello del capitalismo renano, che verso la fine del XX secolo veniva considerato un sclerotica composizione di business interdipendenti e interessi politici (la cosiddetta ‘Deutschland AG’), può essere visto nel suo stato embrionale a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Vale la pena citare la sintesi pregnante di Abelshauser: “la Germania dell’imperatore Guglielmo II, con le sue tradizioni burocratiche e il vasto apparato amministrativo, la sua organizzazione capitalistica di grandi aziende, cartelli, sindacati, associazioni di categoria, cooperative e comitati; con la coesistenza di pluralismo, corporativismo statale e intermediazione di interessi (con queste ultimi due aspetti sempre più marcati), questa Germania ha in sè le caratteristiche dell’ economia del Novecento più di quante ne abbia avute il vecchio ordine economico.”

E’ poi da notare che la prima guerra mondiale ha portato ad un significativo aumento delle dimensioni dello Stato e del suo ruolo nell’ economia, non solo in Germania ma anche in paesi come il Regno Unito.
La spesa pubblica pro capite in Germania è raddoppiata tra il 1913 e il 1932, e sono nate sempre più aziende pubbliche o controllate in qualche misura dallo Stato. Oltre a ciò, i sussidi per tutti i tipi di industrie sono diventati endemici e spesso carenti di una qualunque visione strategica. Nel frattempo, la concentrazione economica è aumentata: nel 1925 sono stati registrati non meno di 1.539 cartelli, a fronte di 367 solo 15 anni prima.
Questo quadro è importante da tenere a mente quando parleremo della nascita del neoliberismo: in Germania non c’era mai stato nessun capitalismo à la Manchester, turbo-capitalismo o comunque vogliamo chiamare un sistema di piena libertà economica.

[fine seconda parte]
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