L’ Europa per la concorrenza?

Lo scorso 20 aprile la Commissione Europea per la concorrenza, capitanata da Margrethe Vestager, ha ufficializzato l’ accusa di utilizzo di pratiche commerciali scorrette e di abuso di posizione dominante per l’azienda russa Gazprom, che fornisce quasi un terzo del gas consumato in tutta Europa. Dopo l’accusa e l’avvio degli accertamenti – sempre per abuso di posizione dominante – contro Google, l’agenzia antitrust sembra essere uno degli organi europei più attivi ed efficaci nella protezione del consumatore.
Bisognerebbe capire meglio come il cittadino sia danneggiato da Google o da Gazprom, che, si potrebbe affermare, forniscono un servizio abbastanza soddisfacente. Dopotutto, dalla sua nascita, il motore di ricerca è arrivato a soddisfare ben il 90% del mercato e Gazprom ha raggiunto nel 2012 il record di gas venduto in Europa: non poi così male. Senza dubbio, se i loro servizi fossero così scadenti non continueremmo a usufruire delle loro forniture. In realtà queste ultime mosse della Commissione sono l’ultimo atto di una storia che va ben oltre gli avvenimenti delle ultime settimane e che mette in discussione l’intera azione dell’antitrust europeo.
La Commissione Europea per la concorrenza nasce per imporre il rispetto degli articoli 101/102/106/107 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e, più in generale, per difendere il consumatore e garantire che vi sia un mercato competitivo.
Definire questi obiettivi non è cosa semplice e lascia alla Commissione un grande margine di operatività che, all’interno di un sistema talvolta poco trasparente come l’Unione Europea, aumenta il rischio che le procedure di antitrust vengano strumentalizzate per motivi politici e di immagine.  Ad esempio, la procedura contro Google, che era stata sospesa l’anno scorso, è stata ripresentata in questo periodo, proprio mentre in Europa si sta ripensando il carico fiscale per aziende come quella di Mountain View o Amazon. Ancora più esemplificativo è il caso di Gazprom, che sembra essere un ultimo scacco alla Russia dopo le sanzioni per la guerra in Ucraina.
D’altra parte, la difficoltà di interpretazione del mandato del commissario per la concorrenza non è cosa da poco. Mantenere un mercato concorrenziale significa sapere cosa sia. Possiamo definire concorrenziale un mercato dove una singola impresa detiene il 50% delle vendite? E se la percentuale fosse il 35%? Oppure il 90% come Google? Tutti i consumatori hanno imparato sui giornali che l’azienda di Mountain View era in “abuso di posizione dominante” e che li stava danneggiando senza che nemmeno se ne accorgessero.
Andando più nello specifico, la commissione attualmente contesta a Google di aver favorito il suo servizio di shopping online “Google Shopping” a scapito dei concorrenti. In pratica, Google è accusata di non fornire adeguata visibilità a chi si rifiutasse di pagare per apparire nelle scritte pubblicitarie che appaiono ad ogni ricerca. Il danno ai consumatori è dunque chiaro: mostrando solo gli annunci delle aziende che pagano per apparire nei risultati, potrei finire ad acquistare un oggetto solo perché sponsorizzato da Google. Ragionandoci più a fondo, però, questa logica può essere applicata a qualsiasi mezzo di comunicazione che fornisca spazi pubblicitari a pagamento, dalla televisione ai giornali cartacei. Tuttavia, la posizione dominante nel mercato è la causa scatenante, la colpa di Google è forse quella di fornire a troppe persone un servizio di gran lunga superiore ai concorrenti? Le motivazioni della sentenza rimangono poco convincenti: potrebbe venire il dubbio che la Commissione abbia poco a cuore il benessere dei consumatori, quanto piuttosto sia attratta da una potenziale multa da quasi 6 miliardi di euro, il 10% del fatturato totale di Google.
Non si tratta della prima sentenza controversa. Nel 2011, la Commissione vietò la fusione delle due compagnie di bandiera greca Olympic Air e la Aegean Airlines per rischio monopolio, per poi ripensarci l’anno successivo, quando che l’Olympic, a causa della mancata fusione, era vicina al fallimento.
Un altro dei principali compiti della Commissione europea è il contrasto ai cartelli tra imprese. Anche in questo caso, trascurando noiose considerazioni su come i cartelli siano per natura instabili e poco sostenibili, sembra strano come in un mercato via via sempre più moderno, concorrenziale e tutelato, ogni anno vengano scoperti dalla commissione in media 30 cartelli organizzati da imprese di un settore. In effetti, i requisiti per iniziare un’indagine sono relativamente semplici: basta aver scambiato informazioni sensibili con altre aziende e fissare prezzi simili.
Viene da chiedersi come si possa distinguere un mercato pienamente concorrenziale, dove a causa della bassa marginalità i prezzi tra i concorrenti sono simili, da un mercato dove i prezzi sono artificialmente simili a causa di un cartello. Anche ammettendo che tutte le aziende multate in questi anni abbiano veramente colpe, non svanisce il dubbio che queste azioni siano strumento per fare cassa per una Europa sempre più affamata. Infatti, i proventi delle multe rappresentano quasi il 2,2% del budget europeo tra il 2007-2014.

Grafico cesare

Infine, la Commissione si occupa anche di aiuti di Stato alle imprese. Nonostante anche questi creino distorsioni nel mercato, sembra che qui la mano di ferro del Commissario si faccia più delicata. Questo accade forse perché è più facile fare la voce grossa con un’azienda, anche se multimiliardaria, piuttosto che con uno stato membro della stessa Unione Europea. Scorrendo la relazione dell’anno 2013 della Commissione concorrenza, sembra però che si vogliano rendere più “moderni” gli aiuti di Stato e più in regola con gli articoli del trattato europeo che vietano suddetti aiuti, se non per casi straordinari. Nonostante questo, proprio l’ appello alla straordinarietà del caso ha permesso nel 2013 alla commissione di approvare gli aiuti di Stato italiani dell’ammontare di 4 miliardi al Gruppo Monte Paschi di Siena. Nella motivazione si legge:
“Dopo aver verificato che il modello aziendale della banca è meno rischioso e prevede la redditività a lungo termine, la Commissione ha approvato il piano di ristrutturazione di MPS” 
(http://ec.europa.eu/competition/publications/annual_report/2013/part1_it.pdf).
Per contestualizzare, MPS nello stesso anno aveva 20 miliardi di crediti deteriorati, 1,5 miliardi di perdite e un rating a livello spazzatura assegnato da Moody’s. Nel 2014, le perdite sono state ancora maggiori, pari a 5,3 miliardi. A questo punto, speriamo giunga la redditività a lungo termine auspicata dalla Commissione.  In conclusione, il Commissario europeo per la competitività sta assumendo un ruolo sempre più controverso. È sempre più difficile stabilire quanto la Commissione sia in grado di difendere il consumatore. Forse il modo migliore per difendere i cittadini è lasciar loro fare le scelte che credono, perché la Commissione a Bruxelles ha a volte un’idea parziale e incompleta di cosa ci sia fuori dai palazzi. Fuori, il mercato è dinamico ed in continuo miglioramento. Il “monopolista” Google, così come Microsoft anni fa, non durerà per sempre, ma dovrà fare i conti con l’innovazione o altrimenti lasciare il passo, indipendentemente dalle multe. Ricordando il libro “The Antitrust Paradox” di Robert Bork, citato in diverse sentenze della corte americana, sembra, in realtà, che l’unica parte tutelata dalle pratiche di antitrust siano proprio i concorrenti, inefficienti, che non riescono a farsi strada in un mercato competitivo, dove i consumatori sono già soddisfatti da alcune imprese sane e ben organizzate.

Cesare Ancherani

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