Quando evitare festoni a porte aperte

Tra le questioni più controverse del momento c’è senza dubbio l’immigrazione. Colpa della politica che tende a veicolare sempre più spesso messaggi semplicisti, e di un sistema di informazione che non fa nulla per spiegare alla gente un fenomeno difficile da inquadrare, l’immigrazione viene comunemente affrontata di pancia. Proveremo dunque in seguito a dare una lettura più razionale per cercare di inquadrare meglio il fenomeno.

Iniziamo dunque con qualche dato per capire di cosa stiamo parlando. Se nel 2014 le richieste d’asilo a livello europeo sono state 630mila, nei primi sei mesi del 2015 ne sono pervenute 420mila, con un’evidente trend positivo. La situazione complessiva però è distinta da quella italiana, che con 30mila richieste dei primi sei mesi dell’anno corrente sembra rimanere in linea con i numeri dell’anno precedente. Appare dunque evidente che i maggiori arrivi a livello europeo sono relativi alla rotta balcanica, che comprende i migranti provenienti prevalentemente dai Paesi mediorientali in guerra.

Il problema italiano però, ed è qui che il dibattito politico si anima, riguarda il totale degli sbarchi, comprendente quindi anche i “migranti economici”, che l’anno passato sono stati 170mila, e che quest’anno secondo le proiezioni dovrebbero rimanere costanti.

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Proviamo dunque a inquadrare il fenomeno e coglierne le cause, quanto meno quelle più recenti. Come piuttosto noto, il motivo dell’impennata degli arrivi in Europa negli ultimi due o tre anni è causato dall’instabilità politica che coinvolge molteplici aree, a partire dalla situazione del Medio Oriente (in cui la guerra civile siriana sta lacerando il paese e l’avvento dello Stato Islamico sta contribuendo a creare disordini e guerre, di cui si fatica pesantemente a cogliere le sfumature) passando per la situazione di fermento del Nord Africa, in cui a partire dalle primavere arabe si è faticato, per usare un eufemismo, a creare un equilibrio nella regione, per finire all’Africa sub-sahariana, territorio nel quale stanno avanzando gruppi terroristici quali Boko-Haram, cui va unito un progressivo inaridimento delle terre a complicare una situazione già esplosiva.

Ci sono però ragioni ulteriori, esclusivamente politiche, per le quali nell’ultimo periodo i flussi si sono intensificati. Esse riguardano la Turchia e la sua politica nei confronti dei migranti. Come evidenziato brillantemente da Limes, perché fino ad un paio di anni fa i migranti siriani venivano accolti in Turchia e qui si fermavano, mentre ora il governo turco lascia i migranti liberi di confluire a migliaia in Europa, i particolare sulle coste greche? È assolutamente ipotizzabile che dietro questo cambio di strategia ci sia la volontà di Ankara di esercitare una pressione sull’Europa, per fare in modo che prendano posizione in favore del rovesciamento del regime di al-Asad, e dell’affermazione di un “Islam politico” in Siria.

La medesima dinamica pare essere presente anche in Libia. Sebbene sia ricorrente sentir dire che è impossibile dialogare col governo libico per il semplice fatto che non esiste ma ne esistono due, e che quindi non si può fermare l’esodo dei migranti con accordi politici come si faceva ai tempi di Gheddafi, la verità è che il mercato illegale dei migranti sta dilagando grazie anche al consenso del governo di Tripoli (quello non riconosciuto dalla comunità internazionale), il quale usa l’arma dei flussi migratori come risposta all’atteggiamento francese e saudita, ma anche italiano, di riconoscere come governo legittimo quello di Tobruk.

Alla luce di tutto ciò risulta forse più chiaro come il fenomeno migratorio non sia qualcosa di semplice da arginare, ma è il risultato di una situazione di fermento che coinvolge un numero enorme di Stati, e che sarà veramente complicato sistemare nell’arco di anni, figuriamoci con soluzioni che i politicanti dichiarano di poter varare “domani mattina”.

Se è vero che siamo davanti ad un processo storico molto delicato, è anche vero però che l’Italia e l’Europa tutta stanno affrontando la questione in maniera del tutto inadeguata.

Non esiste ad oggi, dopo anni che è in atto il fenomeno in questione, una politica migratoria comunitaria, ma è lasciato ai singoli Stati il potere di prendere decisioni in materia. Il risultato è una frammentazione pazzesca, con Stati, vedi l’Ungheria, che ergono muri entro cui barricarsi, altri, vedi l’Italia e la Grecia, che sfavoriti dalla propria posizione geografica sono costretti a sobbarcarsi il peso di accogliere coloro che arrivano dal mare e trarli in salvo, e dopo aver fatto ciò, in nome del trattato di Dublino, di identificarli obbligando chi è stato registrato in Italia a rimanerci. Da qui la pratica tutta italiana (ma forse non solo) di “non vedere” molti immigrati per fare in modo che essi escano dalla penisola senza essere registrati, in modo che siano altri Stati a doverli accogliere e trattenere. Altri Stati infine a parole sono disposti ad aiutare i Paesi mediterranei a far fronte al problema, ma guai a parlar di quote di distribuzione.

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Quello che dovrebbe essere naturale fare nel breve termine sarebbe la creazione dei fantomatici hotspot, ovvero centri di riconoscimento dei profughi dislocati prevalentemente nei Paesi dove i migranti arrivano, ovvero Italia, Grecia e Ungheria ma non solo. Essi dovrebbero essere funzionali al rapido riconoscimento dei richiedenti asilo in modo da considerare l’accettabilità o meno della domanda, cosa che in Italia comporta tempistiche bibliche e conseguenti costi di gestione enormi. Manca però un dibattito sul tema più importante, ovvero chi vogliamo ospitare. La retorica di sinistra dell’accettare tutti è forse peggiore di quella nazional-populista. Paragonare la situazione attuale con quella degli italiani emigrati negli Stati Uniti nel secondo dopo guerra non è solo frutto di un’ignoranza spaventosa, ma di un’idiozia che fa incazzare. Al tempo gli Stati Uniti erano un Paese con prospettive di sviluppo enormi e largamente sottopopolato, quindi felice di accogliere braccia disposte a lavorare. L’Europa di oggi è invece un Paese (e già ho dei dubbi) provato da una crisi che stenta a passare, con prospettive di stagnazione economica, e con un mercato del lavoro così bloccato che in molti Stati, tra cui il nostro, quasi la metà dei giovani non ha un’occupazione. È quindi ovvio che non ci sono le condizioni per accogliere indiscriminatamente, ma bisogna creare dei distinguo. Pare che oggi si vada nella direzione in cui coloro che scappano dalla guerra debbano essere accolti, mentre chi scappa dalla fame e basta (i migranti economici) no. Posto che personalmente ho delle riserve sul fatto che il criterio dell’accettiamo quelli che scappano dalla guerra sia giusto, ma sarò io in torto, penso che vadano stabiliti altri parametri. Probabilmente ne ignoro di più significativi, ma credo che il patrimonio e il grado di istruzione debbano essere due elementi fondamentali. Come si può pensare di accogliere persone non istruite e senza una lira senza che questo vada a creare una situazione di disagio sociale? Ciò che è necessario è stabilire criteri che permettano di accogliere persone che siano in grado di inserirsi nel mondo del lavoro integrandosi così nella società, in modo tale da portare due benefici di cui abbiamo certamente bisogno, ovvero per prima cosa l’apporto di giovani lavoratori che contrastino il progressivo invecchiamento della popolazione, e in secondo luogo la creazione di un ambiente animato da una diversità culturale, da sempre vettore di idee e sviluppo.

Naturalmente queste sono idee, e sappiamo che tra questo e l’adozione di politiche che veramente affrontino la situazione ci passano decine di summit e incontri tra capi di Stato e ministri degli esteri, molti dei quali di nessuna utilità.

A proposito di summit, proprio nei giorni scorsi ce ne è stato uno a Malta tra i vertici europei e africani in cui si è andati nella direzione di costruire gli hotspot di cui sopra abbiamo parlato nei paesi africani dove i migranti transitano, in cambio di aiuti economici e dell’impegno ad accogliere coloro che verranno riconosciuti come profughi.

L’auspicio è che le idee proposte vengano rapidamente implementate, anche se come sappiamo i tempi della politica, soprattutto quando si cercano accordo internazionali, sono lunghi se non biblici.

Federico Castelli

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