Salario Minimo Al’Italiana

In questo periodo si sente parlare spesso in Italia, Europa o Stati Uniti, di giustizia sociale e condizioni di lavoro che consentano una vita “dignitosa” (qualunque cosa questo significhi).

Spesso, quindi, si discute dell’introduzione del “minimum wage”, il salario minimo, per consentire ai lavoratori a basso potere contrattuale uno stipendio “dignitoso”.

Dunque, varrebbe la pena introdurlo anche da noi in Italia? Gli Stati Uniti hanno introdotto una simile pratica molto tempo fa. Anche la Germania ha fatto altrettanto in tempi molto più recenti.

Tuttavia, per quanto felici (o no) possano essere gli esempi di chi prima ha adottato questa legge, ricordiamoci che il lavoro è una merce, come molte altre, e ha un prezzo stabilito tra chi vende e chi compra. Introdurre leggi che regolino questo prezzo è simile a introdurre leggi che regolino il prezzo della benzina, o di certi cibi, o delle case. La presunzione che i governi hanno di saper meglio del mercato quali prezzi assegnare a diversi beni ha storicamente portato a condizioni di scarsa felicità, per usare un eufemismo.

Comunque, prima di giungere a conclusioni affrettate riguardo i provvedimenti di cui avrebbe bisogno il nostro paese sarebbe meglio concentrarci su cosa sarebbe effettivamente possibile fare, evitando soprattutto di paragonare l’Italia ad altre nazioni, le cui necessità sono ben diverse.

Introdurre un salario minimo legale comporterebbe assumersi numerosi rischi e soprattutto far fronte a quello che in termini economici definiamo un trade-off: libertà contrattuale o pane per tutti? Questione di priorità.

Sappiamo da dati storici e da semplici modelli microeconomici di domanda e offerta che l’aumento del salario minimo, equivalente a un aumento del prezzo del bene Lavoro, provocherebbe un calo della domanda e quindi, necessariamente, un aumento della disoccupazione.

Ecco allora che lo Stato dovrebbe interferire ulteriormente attraverso l’utilizzo di ammortizzatori interni, per sopperire all’aumento della disoccupazione che il salario minimo causerebbe. Tuttavia, una indennità di disoccupazione eccessivamente elevata potrebbe scoraggiare i lavoratori.

Cominciamo quindi a chiederci se il gioco vale la candela, senza dimenticare che in momenti di crisi il costo del lavoro di solito si abbassa per consentire la ripresa. La nostra economia soffre di una crisi produttiva e gravarla di una “tassa” indiretta, cioè un costo, come il salario minimo potrebbe non essere la mossa giusta per aiutarla a ripartire. Ad ogni modo, in Italia le aziende che non applicano i contratti nazionali sono tenute a rispettare i minimi salariali da essi stabiliti, motivo per cui la sua introduzione rappresenterebbe un radicale cambiamento all’interno delle relazioni industriali.

L’introduzione del salario minimo potrebbe paradossalmente aumentare la concorrenza nel mercato del lavoro a sfavore dei più bisognosi e dei meno preparati, perché costringerebbe gli imprenditori a cercare disperatamente qualcuno che “valga” i soldi che lo Stato costringe a pagare. L’esperienza (discutibilmente positiva) della Germania ci insegna poi che uno degli effetti negativi più rilevanti potrebbe registrarsi sull’apprendistato e sulla formazione dei giovani.

Applicare il salario minimo dai 18 anni vorrebbe dire incentivare gli studenti ad abbandonare o rinunciare alla formazione in apprendistato e scegliere lavori non qualificati, ma che garantiscono il salario minimo, rischiando di danneggiare il loro posto futuro all’interno dell’occupazione o addirittura, in maniera quanto mai controproducente, spingerli nelle braccia del lavoro nero, in un Paese dove quest’ultimo fa da padrone in molti settori.

Tra l’altro sappiamo che, in Germania, la contrattazione collettiva ha subito numerosi aggiustamenti che l’hanno portata a virare sempre più verso una contrattazione aziendale tout court e il lavoro nero non ha ancora attecchito come in Italia. Per questo motivo, il salario minimo legale protegge i lavoratori a basso potere contrattuale, senza impattare su altri aspetti della contrattazione.

Ma nel nostro paese le cose probabilmente andrebbero in maniera diversa: il sistema politico italiano, a cui spetta prendere le decisioni sul salario legale, in assenza di forte decentramento contrattuale, potrebbe facilmente utilizzarlo in modo improprio a fini elettorali, slegandosi quindi dalle dinamiche reali del mercato del lavoro.

Per concludere, se l’obiettivo del governo è l’aumento dei salari e la rinascita dell’economia, dubitiamo che l’introduzione artificiosa di un salario minimo possa funzionare. Per prosperare le aziende hanno bisogno di costi bassi e libertà di prendersi rischi.

Con la crescita economica arriva anche, normalmente, la crescita del salario.

In serenità possiamo dire che il mercato di solito consente di raggiungere gli obiettivi che il governo si prefissa ma che è, strutturalmente, incapace di raggiungere.

Bisogna stare attenti a non lasciarsi fuorviare da esempi esterni su questo argomento: non è tutto ora ciò che luccica.

Luigi Falasconi

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