C’Avete Trivellato i Coglioni

Mamma mia che volgarità! Ecco, proprio come una trivella vorrei girare un po’ attorno al punto prima di centrarlo, partendo con una supercazzola sul metodo: i problemi politici possono coinvolgere la sfera ideale a vari livelli, e possono pertanto essere anche concretissimi; quando ciò è vero, tanto più ideologico è l’approccio, tanto più retorica sarà la risposta.

Nel caso di questa consultazione referendaria la domanda è assai precisa, ovvero “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati gli impianti in attività nelle acque territoriali italiane, anche se i giacimenti non fossero ancora esauriti?”. Personalmente leggerei così la domanda “Ritieni che l’impatto ambientale dell’estrazione sia più grave del fermo di impianti già realizzati e funzionanti?” e, in ogni caso, la domanda non è certo “Il petrolio è giusto o sbagliato?”, sfruttare la scheda del 17 aprile per rispondere ad una domanda più ampia, sentita forse dall’amico immaginario, è banalmente fuori luogo.

Il fatto che il problema sia concretissimo non preclude diverse chiavi di lettura, ed anzi impone la conciliazione tra aspetti economici ed ambientali (e se pensate che siano due cose completamente diverse documentatevi sul concetto di esternalità e scoprirete che l’economia non è la scienza del male). La mia farneticante sensazione è, l’avrete capito, che questo referendum catalizzi il dibattito sulle fonti energetiche e che chi voti lo faccia prescindendo dal problema in questione, ma, concedetemi il francesismo, è inutile interessarsi di politica se della realtà non ve ne fotte un cazzo.

E ora veniamo ai fatti

Il referendum sulle trivelle riguarda il solo rinnovo delle concessioni agli impianti situati entro le 12 miglia dalla costa italiana. Si tratta di 92 impianti corrispondenti a 21 concessioni, la cui attività estrattiva copre circa l’1% del consumo nazionale di petrolio e il 3-4% di quello di metano. Per quanto riguarda l’attivazione di nuove piattaforme in tale zona vige il divieto dal 2006. 

L’esito positivo del referendum impedirebbe al legislatore il rinnovo delle concessioni, l’esito negativo del referendum lascerebbe inalterata la situazione – le concessioni potrebbero essere rinnovate oppure no.

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Nel 2014 la produzione di elettricità da combustibili fossili ha rappresentato il 63,5% del fabbisogno nazionale lordo, mentre il restante 36.5% è stato coperto da fonti rinnovabili. Nello stesso anno l’Italia ha importato il 71.5% dei consumi di gas naturale e il 92.9% di quelli di petrolio; principalmente da paesi ex-URSS (45% del gas e 42% del greggio), dall’Africa (35% del gas e 24% del greggio), e dal Medio Oriente (23.5% del greggio).

A gestire le piattaforme che rischiano di chiudere per via del referendum è soprattutto la nostra Eni. La cane a sei zampe della Repubblica italiana è azionista di maggioranza in 76 dei 92 impianti, Edison ne possiede 15 e Rockhopper 1.

Gli investimenti nella zona sono in calo: dopo Petroceltic e Shell Italia anche Transunion Petroleum ha rinunciato alle ricerche di gas e petrolio nel Golfo di Taranto e nel Canale di Sicilia. Una decisione derivata dal rigetto parziale delle istanze da parte del ministero dello Sviluppo economico, in attuazione della legge di Stabilità.

Le quota delle royalties versate da società petrolifere riconducibile agli impianti entro i 12 km dalle coste è di 38 milioni di euro.

Le spese certe  di ogni consultazione referendaria, escludendo i costi indiretti sostenuti dai cittadini, variano tra i 170 e i 200 milioni di euro. Per il referendum in questione la stima dei costi è 370 milioni di euro.

L’unico incidente relativo a questi impianti nella storia italiana è avvenuto al largo di Ravenna nel 1965: le conseguenze sono state 3 morti, ma nessun danno ambientale rilevante.

Degno di nota è infine lo scambio di battute tra gli allegri burloni di Greenpeace  e i plausibilmente più anziani ma comunque animosi Ottimisti e Razionali .

Inoltre un po’ argomenti semiseri e sfusi

“Attorno alle piattaforme non si riesce a pescare, quindi sono una sorta di riserva per la fauna marittima locale”

“Se il referendum per le trivellazioni prevede anche l’eliminazione di quelle terribili piattaforme che piazzano al largo gli stabilimenti balneari allora è doveroso andare a votare sì”

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“Gli incidenti dipendenti dalle piattaforme di trivellazione dipendono da moti della crosta terrestre ed errori umani, entrambi fattori piuttosto imprevedibili”

“Gli impianti sono lì da anni gli effetti negativi sul turismo, se ne hanno, li hanno già sortiti”

Un eventuale sì allontanerà ancora più gli investimenti stranieri dal nostro Paese, a prescindere dal settore

“Fermare le trivellazioni potrebbe dare un segnale forte, utile alla causa delle rinnovabili

“Se anche passasse il sì le trivellazioni nell’Adriatico proseguirebbero in Croazia, Montenegro e Grecia

Ma tra tutti gli argomenti possibili, in tutto l’universo del dialogo democratico, uno solo si merita indubbiamente il titolo dell’articolo, uno solo ci ha davvero, incredibilmente, trivellato i coglioni, e voi lo conoscete bene:

Sì Zio, ma se sei per il no devi andare a votare, non puoi startene a casa!

Ma cosa potrà mai pensare chi mette in fila dei significanti del genere? Passi magari il sentimento di umanissima rivalsa nei confronti di chi può esprimersi pur rimanendo all’Xbox, passi, un po’ meno, l’arguzia politica dello spaccare il fronte avversario in due, ma quello che più temo e ancora più spesso sento è qualcosa del tipo “Votare è giusto!” e qui davvero siamo nella sfera contenutistica del flagellante medievale.

Votare è lo strumento con cui il cittadino esercita un effetto sostanziale sul governo della cosa pubblica. Quando l’effetto desiderato è ottenibile anche tramite l’astensione ciò che resta è il mito del voto – alternativa dominata – in quanto tale, e ciò, cari amici tendenzialmente socialisti e anticlericali, è largo circa religione, e se volete pregare trovo che un crocefisso sia meglio delle urne.

La mia lettura vi è chiara fin dalla testata, non trovo una ragion d’essere a questo referendum perché si applica ad una casistica ristrettissima, riguarda un problema quasi del tutto tecnico, e difficilmente la forbice tra le due possibili alternative, a prescindere da quale riteniate più corretta, potrà superare il costo della consultazione.

Se siete arrivati addirittura qui in fondo permettetemi un ultimo spassionato consiglio: piuttosto che leggere altri articoli sulle trivelle preparatevi al 17 con degli occhiali ignoranti, pronti per il sole d’Aprile.

Nicola Rossi

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