LA LIBERTÀ DI CURA E LE SUE CATENE

La morte come “grande livellatore” accomuna tutti gli esseri umani.

Di qualunque ceto, livello di istruzione o idea politica uno sia, per tutti la salute è il bene più prezioso.

L’importanza di analizzare la “libertà” di ciascun soggetto in un ambito tanto fondamentale mi ha fatto desiderare di chiedere ai cari amici de “il Bocconiano Liberale” il “permesso” di scrivere questo primo contributo, per certi versi elementare, in modo da incominciare a sensibilizzare i suoi lettori su questo argomento a me molto caro (ma al quale spesso non si riconosce il giusto spazio).

Mi impegnerò a non lasciare “figlio unico” questo intervento e ad approfondire piano piano varie sfaccettature della “libertà del paziente” e delle “libertà del medico”.

La nostra Costituzione, che spesso è tutto fuorché liberale, riconosce il principio di “libertà delle cure”.

Tale principio prevede che l’individuo abbia il pieno diritto di compiere le scelte che preferisce sulle cure mediche che lo riguardano: l’individuo può anche scegliere di non curarsi.

Questa etica medica trova nel principio “voluntas aegroti suprema lex esto” (“la volontà del paziente sarà legge suprema”) uno dei suoi cardini.

Sia chiaro che questo non è un semplice slogan, anzi è un imperativo. Se fosse una norma di un sistema giuridico, questa sarebbe la chiave di volta, la norma inderogabile e “suprema”.

Quindi teoria è veramente tanto bella: se vuoi essere curato dillo, e scegli in che modo: al massimo il medico ti darà qualche consiglio. Se invece non vuoi essere curato, non puoi essere obbligato: è una tua scelta.

Conoscete molti altri ambiti nei quali è possibile per il cittadino un libero arbitrio tanto forte?

Tuttavia la giurisprudenza, in un recente intervento, è stata costretta a specificare:

“Il soggetto deve poter discutere il suo stato di malato e le sue obiezioni vanno accolte, non motivate come ’anomalie’ del comportamento legate alla malattia e magari curate con psicofarmaci”.

Il che significa: “Caro medico, non pensare che il paziente che non vuole ascoltarti sia matto ”.

Se una corte ha dovuto pronunciarsi su questo argomento, è evidente che nella pratica i medici non hanno sempre rispettato il diritto alla scelta delle cure garantito ai loro pazienti.

È capitato infatti che un paziente, non volendo seguire il consiglio del proprio medico, sia stato trattato come un matto e convinto, per il suo bene, a suon di psicofarmaci.

E’ libertà di scelta questa? Non tanto. Ma il problema di chi è?

Indovinate un po’: degli eccessivi interventi legislativi sulla materia.

Ancora una volta un danno alla libertà e all’autodeterminazione dell’individuo è causato dall’iperlegificazione.

Infatti la classe medica italiana è in media molto preparata, disponibile ed eticamente inappuntabile.

Inoltre i nostri ospedali sono di buon livello, con alcune eccellenze di rilevanza mondiale (soprattutto negli istituti privati- argomento che prima o poi approfondiremo insieme), e (per ora) non si assiste a uno “sciacallaggio” eccessivo da parte di assicurazioni, mutue e studi legali di dubbio gusto.

Tuttavia, nel nostro sistema sanitario, il medico, soprattutto se lavora in strutture pubbliche o private convenzionate con il SSN, vive costantemente sul filo del rasoio, in bilico tra due voragini: la responsabilità penale e la responsabilità da danno erariale.

Infatti il paziente che, avendo querelato il medico per danno derivante dall’esercizio della professione, risulta soccombente dal procedimento, non rischia di essere contro-querelato dal medico per calunnia o diffamazione.

Questo apre le porta a molte iniziative processuali “pretenziose” che, alle volte, si concludono con delle transazioni, molto spesso ingiuste, nelle quali il medico convenuto preferisce la soluzione extragiudiziale per coprirsi dal rischio, anche minimo, di essere dichiarato colpevole e vedere la propria carriera conclusa.

Proprio per evitare cause pretenziose da parte di pazienti insoddisfatti, anche semplicemente irritati dall’aver dovuto subire un’estrazione dentale da qualcuno che sfoggia un Rolex d’oro o che guida una ruggente Mercedes andando al lavoro, il medico è portato a prescrivere esami inutili, finalizzati a fornire conferme su conferme di diagnosi già praticamente sicure.

Tuttavia, di solito queste analisi sono erogate dal SSN e per questo sono a carico della collettività.

Cos’ha fatto lo Stato per evitare che il medico ricorra ad analisi inutili a mero scopo difensivo? Ha forse cercato di ridurre la posizione di vantaggio del paziente nelle controversie penali? Chiaramente no!

Ha deciso di punire il medico che ricorre ad analisi inutili, facendo spendere risorse pubbliche per niente: il medico può quindi essere chiamato a risarcire il danno erariale da lui prodotto.

Così i medici sono costretti a ricorrere a ogni trucco per convincere i propri pazienti a seguire i loro consigli, anche quando questi inizialmente non vorrebbero farlo.

Mi auguro che il legislatore intervenga quanto prima per creare un vero rimedio a questo problema, che non consista nello spostare rogne da una categoria a un’altra.

Nel frattempo ai cittadini, sia pazienti che medici, non resta che usare il buon senso e il rispetto per le libertà reciproche: gli strumenti migliori per risolvere ogni problema.

Giuseppe Pipicella

 

 

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