Le lobby! Aiuto! Aiuto!

Governo servo delle LOBBY del petrolio” cit. Emiliano. Rieccolo!

Lobby del petrolio dopo le LOBBY “Gay”, le LOBBY dei banchieri e poi ancora la LOBBY dei TASSISTI, dei FARMACISTI, dell’INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA e qualche cantante metteva in mezzo pure l’industria del CAFFE’.

Ormai da molto tempo si usa, a sproposito, la parola “lobby” per indicare qualsiasi cosa riguardi l’interazione (che avviene quotidianamente, piaccia o no) tra pubblico e privato in Italia.

Sembra che nell’opinione pubblica qualsiasi interazione sia considerata negativa o deleteria per il BENE PUBBLICO.

Addirittura, la follia di chi parla di cose che non conosce arriva a definire LOBBY anche una discussione tra una ministra e il proprio compagno circa l’attività lavorativa della prima.

Con questo articolo non voglio però entrare nel merito della “vicenda Guidi”, mi interessa di più analizzare il perverso rapporto che caratterizza l’opinione pubblica italiana e le lobby che, per fortuna, esistono in Italia.

Prima di proseguire con l’analisi cerchiamo di definire di cosa parleremo. Cosa si intende per LOBBY? La parola “Lobby” viene usata oggi in Italia per indicare sia i gruppi di pressione che i gruppi di interesse.

Ripercorriamo le origini di questa parola per analizzarne a fondo il significato. “Lobby” deriva dal latino medievale “lobium” che stava ad indicare il chiostro presente nei monasteri. Con il passare del tempo questo termine venne usato più volte in campo agricolo e nautico fino ad indicare dal 1640 una grande stanza d’ingresso della Camera dei Comuni di Londra nella quale era possibile fare interviste ai parlamentari e conversare liberamente con essi . Il significato che viene dato oggi alla parola “lobby” quindi deriva dalle attività che venivano svolte nell’Inghilterra del XVII secolo nella grande “sala d’attesa” della Camera dei Comuni di Londra e sta ad indicare “gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a determinati problemi o interessi” (Mazzei, Lobby della trasparenza. Roma 2009).

Ma se oggi pensiamo alle LOBBY il nostro pensiero va automaticamente agli Stati Uniti d’America ed effettivamente è proprio questa la nazione in cui le lobby sono più floride e anche più regolamentate. Nella struttura giuridica e culturale americana sono centrali il diritto di associazione e di supplica. Essi sono visti come tutele dallo strapotere del governo e come strumenti a disposizione dei cittadini per far sentire la loro voce ed esprimere i propri interessi nei confronti di chi gestisce un potere sovraordinato. Dal primo emendamento della Costituzione americana deriva la piena legittimazione dei gruppi di interesse e di pressione, i quali sono tutelati dalla costituzione nel loro diritto di far presente ai pubblici decisori i potenziali effetti negativi/positivi di un determinato intervento sui loro affari.

In Italia invece la situazione è nettamente diversa. Nonostante il diritto alla libera associazione sia tutelato dall’articolo 18 della Costituzione, manca in essa lo spirito liberale che anima invece la Costituzione americana. Di conseguenza è assente il chiaro riconoscimento del diritto di ogni individuo e delle aggregazioni di individui all’autotutela da un potere sovraordinato, quello statale ad esempio, che potrebbe sfociare nella tirannia.

Il termine “lobby” in Italia è usato con accezioni negative per indicare gruppi occulti di potere che intendono manipolare il regolare svolgimento della vita democratica del nostro Paese. Da questo pregiudizio deriva la totale mancanza di regolamentazione di questo fenomeno che, manifestandosi a contatto con i decisori pubblici, dovrebbe invece essere regolato per mantenerne la massima trasparenza.

Negli States ad esempio oltre che la creazione di un elenco pubblico di lobbisti, persone autorizzate ad entrare nei “palazzi del potere” per esercitare le proprie attività, è previsto un sistema di reportistica a cura dei vari attori sia pubblici che privati. Nei report che vengono consegnati ogni mese al Congresso figurano le date e le durate di tutti gli incontri tra lobbisti e politici e soprattutto figura il contenuto di questi colloqui con l’espresso obbligo di indicare l’eventuale scambio di documenti tra le parti.

Il sistema regge perché contornato da stretti controlli e sanzioni severe per chi non rispetta le regole. Perché allora in Italia i commentatori e i politici cadono vittime del pregiudizio di cui sopra?

Secondo me, alla base di tutto ciò vi è una visione del mondo basata sull’assunto che il “BENE PUBBLICO” debba sempre prevalere sugli interessi privati (brutti e cattivi).

Una visione un po’ comunista della storia che demonizza esplicitamente chiunque cerchi di avvantaggiare se stesso senza sottrarre nulla a qualcun altro. Questa visione implica direttamente che il decisore politico, custode del BENE PUBBLICO, sia onnisciente.

Ad ogni modo, così proprio non è, e la quotidianità lo dimostra ampiamente. Le lobby, insomma, sono solo uno strumento in più per fa funzionare un po’ meglio quel gran casino che è la democrazia (non che qualcuno abbia inventato di meglio finora eh).

Di questa e altre cose dovremmo parlare, senza farci prendere dalla paura o dal pregiudizio.

Non è nascondendo la testa sotto la sabbia o appellandoci a una qualche non meglio identificata moralità che fenomeni come questo si risolveranno.

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