Somewhere back in time (2ª parte)

RIOT CLUB

Forse questo film vi è sfuggito.

In Italia è uscito come Posh, nel resto del mondo come Riot Club: rich, spoilt, rotten. Non traduco per non offendere nessuno.

La storia è ambientata a Oxford.

Qui un’allegra brigata di viziati nobiluomini massacra con sufficienza e crudeltà il middle-class hero della situazione, ovviamente dopo avere tirato coca, corrotto il corruttibile e cercato di acquistare le grazie dell’onesta ragazza cockney che si è fatta da sola (gli altri si sono fatti in gruppo, effettivamente). Cosa distingue questo film dai tanti che denunciano i figli di papà, insulto divenuto tanto infamante da invidiare ad Oliver Twist lo stato di orfano? E’ la sottile tematica che emerge nell’ultima parte del film, in cui in un monologo, sintetizzato dalla frase emblematica “Sono stufo marcio delle persone povere”, il capo dei ragazzi presenta se stesso come un animale braccato, sempre costretto a nascondersi, a giustificarsi e a chiedere scusa per la propria condizione sociale.

A proposito di questo film, Maria Laura Rodotà, scrive sul Corriere della Sera:

“The Riot Club (sottotitolo “Schifosamente. Ricchi. Viziati. Marci”) farà per l’élite fighetta-antipatica-sprezzante-spesso dannosa per tutti gli altri (dal ceto medio in giù) quello che il Padrino ha fatto per la mafia. Raccontarne/denunciarne pericolosità, vizi e pessime abitudini, ma renderla affascinante, iconica, praticamente un mito, in senso classico e pop”

Credo che la giornalista abbia dato una lettura del film straordinariamente fuorviante, vedendolo in senso stretto come la trasposizione di ciò che i ricchi pensano dei poveri. Bene, è esattamente il contrario.

Con i suoi personaggi viscidi, i vizi e la violenza i giovani di Riot Club non sono rappresentazioni, ma caricature deformi volte a suscitare disgusto e odio, pensate per essere un facile bersaglio.

Ho recentemente fatto un viaggio in Polonia e non posso che associare ben altro a delle caricature di omuncoli viscidi e boriosi, che si riuniscono in società elitarie e segrete per affamare il popolo e ridersela di esso.

Ad ogni modo, pensate alle vignette degli anni 30, in Germania: quelle vignette erano l’espressione di uno dei principali motori della macchina dell’odio nazista, il più viscerale ed il più omogeneo: l’odio per i ricchi.

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In Germania, dopo la prima guerra mondiale, il popolo tedesco versava in condizioni di estrema povertà.

Hitler non incanalò l’odio del popolo verso coloro che si erano realmente arricchiti con la guerra, i grandi industriali e gli junker, ma contro i cosiddetti “ricchi comuni”: avvocati, medici, banchieri e piccoli industriali. Non potendo eliminarli tutti, circoscrisse il campo d’azione agli ebrei, che nella tradizione mitteleuropea invocavano nell’immaginario popolare blasfemia, assenza di moralità e tendenze complottistiche. Oggi, fortunatamente, l’odio razziale è stato, se non ancora sradicato, estremamente affievolito; non tuttavia l’odio sociale, che porta ancora a vedere nella ricchezza un furto.

L’avversione per la ricchezza si manifesta innanzitutto a un livello teorico: i suoi sacerdoti predicano il mantra della decrescita, una contraddizione in cui l’economia non dovrebbe solo rallentare, ma addirittura tornare indietro. Insomma, un sofisticato “Si stava meglio quando si stava peggio” di chi pensa che le cose andassero senza dubbio meglio settant’anni fa, visto che la globalizzazione non faceva ancora tutti i danni che fa adesso. Approfondirò questo punto più avanti.

Nella pratica invece il fenomeno è più ambiguo, e molto più pericoloso. I primi riscontri si hanno nell’uso distorto che l’uomo della strada fa di certi termini, fra cui spicca lobby: chi di voi si appassiona di Iene pur non essendo né uno zoologo né un fan di Quentin Tarantino ha, oltre che un gusto televisivo dubbio, una chiara idea di quello che sto dicendo. L’idea che un gruppo di persona agisca utilizzando mezzi perfettamente leciti per tutelare i propri interessi è percepita, se non come una cosa illegale(?), di valore sociale paragonabile all’uccisione di cuccioli di foca. Negli Stati Uniti questa attività è fondata sul principio di supplica ai governanti, coerentemente con un fenomeno che nasce nelle anticamere del parlamento inglese, per difendere una tesi o un’altra nell’interesse sociale; in Italia l’assenza di questo istituto porta i gentiluomini alla ben più nobile attività, corroborata del sano spirito religioso del buon cittadino, della ricerca di “santi in Paradiso” che rende impossibile una qualsivoglia forma di controllo : chiediti chi si avvantaggia allora della tua incessante e populistica lotta al lobbismo, diventata un “fatto quotidiano”.

Ad un livello più elementare la vita di tutti i giorni ci mostra questo pericoloso atteggiamento nei riti sociali più comuni, dal modo di vestirsi, di bere, di parlare, e si diffonde con il più capillare sistema di contagio sociale: la moda. Fast Food tessili, car sharing, e gli altri fenomeni del genere sono il frutto della volontà di spersonalizzare la ricchezza, in un clima di ostilità verso la proprietà privata che non si respirava dagli anni 60’

F. Pipicella

Ps: prossimamente l’ultima parte!

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