Cambridge Analytica: a lezione di proprietà privata

In questi giorni siamo meno sereni. Ci guardiamo le spalle, ci sentiamo osservati.

O forse no. Difficilmente qualcuno di noi ha cambiato le proprie abitudini e gettato la chiave del più efficiente teletrasporto del mondo, Facebook.

La paura è il confronto ultimo rispetto a noi stessi, ed è pertanto inutile provare ad ingannarci: il caso Cambridge Analytica non ci ha intimorito, non ci ha privato del sonno e non è penetrato nella nostra quotidianità.  Ci hanno definiti “disinformati” rispetto alla tutela della privacy; in vero, ne siamo piuttosto disinteressati. Abbiamo accettato informative lunghissime senza leggerle e chiuso gli avvisi dei cookie con più fastidio che sospetto. I servizi di internet sono un bene assolutamente a buon mercato, se il prezzo per la loro gratuità è una manciata di dati privati, che ai nostri occhi, appaiono privi di un valore economico inerente.

Dopotutto non possiamo (per ora?) comprare una mela, una macchina o un appartamento con i nostri dati, che ci ricordano dunque i gettoni regalatici all’ingresso del Luna Park: inutili riportarli a casa, meglio inserirli in qualche gioco.

Consapevoli della nostra incapacità di controllarne la circolazione, abbiamo fatto finta di niente, finquando il “the Guardian” non ha puntato il dito e gridato ‘il re è nudo’. Qualcuno, ci dicono, ha violato un diritto che neanche pensavamo di avere, ci ha derubato di un oggetto dimenticato nella soffitta delle nostre giornate.

E così ci siamo sentiti ingannati.

Non spaventati, ma delusi. Ma da chi? Da cosa poi?

Innanzitutto da Mark Zuckerberg, primo e più facile capro espiatorio della vicenda. E, si badi bene, non in quanto proprietario di Facebook, ma come suo custode. Il social network è penetrato così radicalmente nella nostra quotidianità da portarci a considerarlo uno spazio aperto, una piazza di cui nessuno può rivendicare il possesso e nella quale Zuckerberg e il suo team svolgono le funzioni di ordine pubblico.

 

 

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La prima lezione sulla proprietà privata che il caso Cambridge Analytica ci lascia potrebbe appunto essere questa: ripensare a Facebook come una casa, in cui Zuckerberg ha invitato miliardi di persone per presentarli e farli chiacchierare fra loro. La gigantesca affluenza non la rende tuttavia un luogo pubblico, e al proprietario spettano oneri e onori del buon padrone di casa: richiedere un certo abbigliamento, un certo comportamento e l’accettazione di regole di un gioco cui nessuno è costretto a partecipare.

Fuori da Menlo Park, la nostra caccia alle streghe trova comunque un vasto panorama umano: Robert Mercer, Steve Bannon e Donald Trump, tre soggetti perfetti per il ruolo di colpevole. Ma ci siamo chiesti colpevole di cosa?

Ricapitoliamo brevemente i fatti: cinque anni fa Aleksandr Kogan lancia ‘thisisyourdigitallife’ un’app in cui gli utenti, iscrivendosi tramite il Facebook login e mettendo a disposizione i propri dati, potevano accedere alla propria profilazione informatica. Tuttavia Kogan prese, senza il loro consenso, anche i dati degli amici dei suoi iscritti, così da arrivare a raccogliere i dati di cinquantuno milioni di profili, stoccati, rielaborati e venduti a CA, che li ha poi utilizzati per mirate strategie di marketing.

Molto si è discusso appunto di questo utilizzo ultimo, ma a mio avviso l’illecito imputabile a CA sta nell’aver dato seguito ad una violazione della proprietà privata degli utenti, acquistando un bene altrui senza il di lui consenso. Si giunge dunque all’interrogativo chiave della nostra discussione: quanto compiuto da Aleksandr Kogan si configura come una violazione nei diritti di proprietà degli utenti non iscritti alla sua app?

Io ritengo vi siano sufficienti elementi per rispondere affermativamente.

È innanzitutto innegabile come i dati personali possano essere considerati a tutti gli effetti un bene economico: il fatto che questi trasferimenti siano avvenuti in cambio di centinaia di migliaia di dollari mi sembra non richiedere ulteriori dimostrazioni. Similmente a quanto avviene per le proprietà intellettuali, la tutela di questo bene può avvenire solo in seguito a trasposizione su un supporto fisico: un modulo cartaceo, un file, il proprio profilo sociale. Questo paragone ci permette poi un fondamentale passo avanti nella nostra dimostrazione: la pubblicità di un’informazione non diluisce lo ius prefecte disponendi, poiché non si accompagna unitariamente a un diritto sullo sfruttamento dell’informazione stessa. Così come vi è differenza tra il singolo che chiede un libro in prestito alla biblioteca pubblica e colui che ricopia il libro più volte e lo rivende, allo stesso modo per quanto i dati degli utenti fossero pubblici la rielaborazione e la rivendita su supporto informatico degli stessi supera i limiti della disponibilità attribuitagli dai loro proprietari.

È stata ampiamente criticata la facilità con cui gli utenti, in particolare certe fasce d’età, espongono i propri dati, sostenendo che la perdita di controllo sugli stessi fosse una conseguenza fisiologica, e che anzi, se la sono andata un po’ a cercare.

L’esposizione pubblica dei nostri beni non li deve rendere meno meritevoli di tutela; e la seconda lezione sulla proprietà privata che impariamo dal caso è immaginare i nostri profili sociali come abitazioni dalle porte e finestre spalancate in piena notte, nelle quali comunque il ladro non possa impunemente avventurarsi.

La dematerializzazione dei beni e la “sharing economy culture”, costituiscono un grave ostacolo alla diffusione del principio di proprietà privata come essenziale fondamento per le libertà individuali, e le conseguenze si riflettono sul piano politico e sociale.

Risulta per tanto auspicabile un ritorno in seno agli strumenti di diritto privato nelle tematiche legate alla trattazione di questi beni, meno tangibili ma non per questo meritevoli di differente o inferiore tutela. Una coraggiosa svolta del legislatore che riconduca tematiche come la tutela della privacy alla loro origine, ovvero come estensione delle tutele garantite alla proprietà privata dalle azioni di ‘trespass’ non potrebbe che fortificare l’educazione giuridica e sociale in materia, permettendoci così di mettere a frutto le numerose lezioni lasciateci dal caso di Cambridge Analytica.

 

 

F. Pipicella

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