E’ colpa di…

E’ colpa

  • dei  vecchi
  • degli ubriaconi dei pub
  • dei campagnoli
  • dei cafoni
  • dei razzisti
  • dei pazzi
  • di Salvini
  • di Trump
  • di Carlo Conti
  • degli ignoranti
  • della disuguaglianza
  • del TTIP
  • dei bevitori incalliti di thè

e chi più ne ha più ne metta.

E’ certamente possibile fare finta che questo non sia un risultato in continuità con il no di Francia e Olanda alla Costituzione Europea. Ma è impossibile non riconoscere come da qualche anno il progetto europeo venga costantemente bocciato dai cittadini europei chiamati ad esprimersi. Forse è il caso di chiedersi se, dove e perchè stanno sbagliando le elitè europee, dato che aspiriamo ad esserne parte, almeno a parole. Se davvero pensate che non stiano sbagliando nulla, potete sempre divertirvi ad allungare la lista di colpe di cui sopra: magari prima o poi ci azzeccherete.

 

Nicolò Bragazza

WES: bene ma non benissimo

Tra venerdì e domenica scorsi si è tenuto il Warwick Economic Summit, uno dei più grandi eventi di economia organizzati da studenti: tre giorni di conferenze a ritmo serrato, a cui hanno partecipato speaker e studenti da tutto il mondo, tra i quali una delegazione di Studenti Bocconiani Liberali.

Tornati a Milano, pensiamo che ci sia qualche considerazione da fare.

Il WES è frutto di un anno intero del lavoro di un vasto gruppo di studenti, che collabora a stretto contatto con l’università per creare un evento dai buoni contenuti, ma che colpisce sopratutto per lo sforzo logistico che richiede.

Al WES, infatti, partecipano circa 200 studenti esterni, che vengono accolti nell’hotel (sì, un hotel vero e proprio) del campus, dei quali gli organizzatori si prendono cura con notevole efficienza.

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Non solo l’organizzazione ha permesso che il campus sostenesse la presenza di 200 persone in più del solito, ma ha anche fornito diversi momenti di svago, tra colazioni, pause caffè e rinfreschi, fino al Ballo finale (che non è al livello del nostro Galà, ma non è stato affatto male).

Insomma, sotto l’aspetto organizzativo non ci sono critiche da fare e per noi che abbiamo partecipato è stato confortevole come essere in vacanza.

Tuttavia, l’aspetto più interessante del WES sono stati ovviamente gli interventi degli ospiti, che si sono distribuiti tra il pomeriggio e la sera di venerdì, tutto sabato e la mattina di domenica.

Abbiamo ascoltato Letta, il nostro ex primo ministro, parlare del futuro dell’euro, Jean-Francois Copè parlare delle soluzioni economiche e politiche al populismo dilagante, poi il premio Nobel Sir James Mirrlees commentare con tono molto pacato la “problematica” della crescente disuguaglianza e le sue cause, e ancora molti altri tra ricercatori ed economisti.

Gli interventi che abbiamo ascoltato erano fondamentalmente di due tipi.

I più interessanti e istruttivi erano le relazioni dei vari ricercatori che raccontavano dei loro ultimi lavori: abbiamo ascoltato degli ultimi progressi nello studio delle emozioni applicata alla teoria dei giochi, e abbiamo assistito alla presentazione di una nuova tecnica per misurare la felicità dei nostri antenati grazie ai libri che scrivevano.

Abbiamo anche ascoltato un divertentissimo intervento sulle caratteristiche che un leader deve avere in un mondo incerto come il nostro.

Gli interventi più controversi sono stati invece quelli sui problemi economici contemporanei, che a nostro parere sono stati interessanti, ma anche straordinariamente parziali e poco approfonditi.

Letta, ad esempio, ha parlato della crisi dell’euro, ma non ha accennato mezza volta all’insostenibilità del debito di molti dei paesi dell’eurozona; Copè si è lamentato del populismo, ma molto più di questo non ha fatto e non ha fornito grandi soluzioni; Dambisa Moyo, con il suo videomessaggio, ci ha lanciato un confuso segnale di pericolo in merito alla crescente disuguaglianza e alle conseguenze del cambiamento climatico; Sir Mirrlees, ugualmente, è stato deludente, a partire dall’introduzione del suo intervento, che si basava sulla famigerata ricerca Oxfam (che sfoggiava tecniche di misurazione fuorvianti e di cui si è molto discusso) sulla disuguaglianza della ricchezza.

Income inequality, social justice, accountability e climate change sono stati i temi più ricorrenti, nessuno particolarmente approfondito, nè discusso, ma tutti gettati nel mucchio delle preoccupazioni dell’establishment accademico e del suo pessimismo cosmico.

A esser sinceri, non ci aspettavamo altro.

I summit come questo (e Davos ci insegna) non sono fatti per mettere in discussione l’establishment, bensì per educare i giovani a nutrire le stesse preoccupazioni e lo stesso (giusto) senso di responsabilità dei nostri leader attuali.

Non è questa la sede per discutere del fatto che quegli stessi leader che sputano sentenze potrebbero essere i responsabili dei pericoli di cui ora ci avvertono corrucciando la fronte.

Ad ogni modo, abbiamo passato una divertentissima vacanza a Warwick e abbiamo anche imparato molto.

Per questo, consigliamo a tutti di partecipare l’anno prossimo.

Tuttavia, speriamo che in altre sedi ci sarà spazio per interrogarsi sulle opinioni più diffuse e per metterle in discussione, perchè non c’è avanzamento del pensiero senza uno sguardo critico sul mondo, in particolare in una disciplina così inquinata da interessi esterni come l’economia.

Se un’idea è abbracciata dall’establishment non è certo garanzia che sia corretta e come è stato giustamente detto al WES, sta a noi studenti interrogarci sul futuro.

Studenti Bocconiani Liberali

Colpa delle statue

Il gesto, alquanto singolare, di nascondere i nudi di epoca Classica custoditi nei Musei Capitolini segna un ennesimo atto di genuflessione da parte dell’Italia (e se vogliamo, dell’Occidente tutto) alla potenza dell’Iran.

E così si scatena il putiferio: da una parte troviamo i partiti di destra, in prima battuta la Lega Nord, i quali non perdono occasione di denunciare le contrapposte forze politiche, per “un ennesimo atto di sottomissione ad un cultura che non è la nostra”; dall’altra, invece, abbiamo un Governo che definiremmo, per utilizzare un’espressione manzoniana, azzeccagarbugli, fra le smentite del Ministro della Cultura Dario Franceschini (è stata “una decisione incomprensibile”, “Non ne sapevamo nulla”), l’ira del premier Renzi (“Qualcuno pagherà!”, della serie “statevi attenti”) e l’accusa al capo del cerimoniale.
Dal canto suo, il presidente Rohani ha dichiarato, con gran spirito diplomatico, di non aver espresso alcun desiderio al riguardo, ringraziando poi “gli ospitali italiani che cercano di rendere il soggiorno dei loro ospiti il più piacevole possibile”.

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Comune denominatore caratterizzante l’intera faccenda è, ancora una volta, la volontà di concentrarsi soltanto sulla ricerca del potenziale “colpevole” piuttosto che riflettere in maniera critica e consapevole sull’accaduto.

Mi permetto quindi di tirare in gioco un padre secolare della filosofia politica come John Stuart Mill, liberale radicale le cui idee e il cui approccio, nonostante non abbiano trovato soluzioni al terrorismo dell’età moderna o al multiculturalismo, ci forniscono il giusto spunto per riflettere sui problemi della nostra società e sulle possibili soluzioni a questi ultimi.

Egli, nel suo più celebre saggio On Liberty, ci fa pensare di più e in maniera più critica circa l’idea che ci sia qualche elenco dei beni o diritti irrinunciabili che si applicano in ogni società. Allo stesso tempo, sostiene una rappresentazione dei criteri etici fondamentali che devono entrare nella nostra valutazione quotidiana su ciò che si può e deve essere fatto, qui e ora, in relazione alla nostra era.

Ed ecco allora, che il complesso gioco di compromessi con l’Iran non giustifica in alcun modo questo eccessivo compiacimento motivato solamente dal mero desiderio di condurre affari miliardari con la potenza mediorientale. E’ eticamente vietato mettere da parte i nostri più profondi valori al fine di salvaguardare i rapporti politici fra due nazioni.

Maneggiare in maniera così opportunistica la libertà artistica, simbolo imprescindibile della libertà in senso lato, non dimostra altro che un nostro ennesimo “deporre le armi” in questa battaglia intellettuale (e badate bene, mica nucleare), quasi a voler rinnegare le nostre radici.

La pavidità intellettuale e il servilismo culturale, non possono essere giustificati in alcun modo: questa non è tolleranza, questa è sottomissione ideologica, punto.

Luigi Falasconi

Quando evitare festoni a porte aperte

Tra le questioni più controverse del momento c’è senza dubbio l’immigrazione. Colpa della politica che tende a veicolare sempre più spesso messaggi semplicisti, e di un sistema di informazione che non fa nulla per spiegare alla gente un fenomeno difficile da inquadrare, l’immigrazione viene comunemente affrontata di pancia. Proveremo dunque in seguito a dare una lettura più razionale per cercare di inquadrare meglio il fenomeno.

Iniziamo dunque con qualche dato per capire di cosa stiamo parlando. Se nel 2014 le richieste d’asilo a livello europeo sono state 630mila, nei primi sei mesi del 2015 ne sono pervenute 420mila, con un’evidente trend positivo. La situazione complessiva però è distinta da quella italiana, che con 30mila richieste dei primi sei mesi dell’anno corrente sembra rimanere in linea con i numeri dell’anno precedente. Appare dunque evidente che i maggiori arrivi a livello europeo sono relativi alla rotta balcanica, che comprende i migranti provenienti prevalentemente dai Paesi mediorientali in guerra.

Il problema italiano però, ed è qui che il dibattito politico si anima, riguarda il totale degli sbarchi, comprendente quindi anche i “migranti economici”, che l’anno passato sono stati 170mila, e che quest’anno secondo le proiezioni dovrebbero rimanere costanti.

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Proviamo dunque a inquadrare il fenomeno e coglierne le cause, quanto meno quelle più recenti. Come piuttosto noto, il motivo dell’impennata degli arrivi in Europa negli ultimi due o tre anni è causato dall’instabilità politica che coinvolge molteplici aree, a partire dalla situazione del Medio Oriente (in cui la guerra civile siriana sta lacerando il paese e l’avvento dello Stato Islamico sta contribuendo a creare disordini e guerre, di cui si fatica pesantemente a cogliere le sfumature) passando per la situazione di fermento del Nord Africa, in cui a partire dalle primavere arabe si è faticato, per usare un eufemismo, a creare un equilibrio nella regione, per finire all’Africa sub-sahariana, territorio nel quale stanno avanzando gruppi terroristici quali Boko-Haram, cui va unito un progressivo inaridimento delle terre a complicare una situazione già esplosiva.

Ci sono però ragioni ulteriori, esclusivamente politiche, per le quali nell’ultimo periodo i flussi si sono intensificati. Esse riguardano la Turchia e la sua politica nei confronti dei migranti. Come evidenziato brillantemente da Limes, perché fino ad un paio di anni fa i migranti siriani venivano accolti in Turchia e qui si fermavano, mentre ora il governo turco lascia i migranti liberi di confluire a migliaia in Europa, i particolare sulle coste greche? È assolutamente ipotizzabile che dietro questo cambio di strategia ci sia la volontà di Ankara di esercitare una pressione sull’Europa, per fare in modo che prendano posizione in favore del rovesciamento del regime di al-Asad, e dell’affermazione di un “Islam politico” in Siria.

La medesima dinamica pare essere presente anche in Libia. Sebbene sia ricorrente sentir dire che è impossibile dialogare col governo libico per il semplice fatto che non esiste ma ne esistono due, e che quindi non si può fermare l’esodo dei migranti con accordi politici come si faceva ai tempi di Gheddafi, la verità è che il mercato illegale dei migranti sta dilagando grazie anche al consenso del governo di Tripoli (quello non riconosciuto dalla comunità internazionale), il quale usa l’arma dei flussi migratori come risposta all’atteggiamento francese e saudita, ma anche italiano, di riconoscere come governo legittimo quello di Tobruk.

Alla luce di tutto ciò risulta forse più chiaro come il fenomeno migratorio non sia qualcosa di semplice da arginare, ma è il risultato di una situazione di fermento che coinvolge un numero enorme di Stati, e che sarà veramente complicato sistemare nell’arco di anni, figuriamoci con soluzioni che i politicanti dichiarano di poter varare “domani mattina”.

Se è vero che siamo davanti ad un processo storico molto delicato, è anche vero però che l’Italia e l’Europa tutta stanno affrontando la questione in maniera del tutto inadeguata.

Non esiste ad oggi, dopo anni che è in atto il fenomeno in questione, una politica migratoria comunitaria, ma è lasciato ai singoli Stati il potere di prendere decisioni in materia. Il risultato è una frammentazione pazzesca, con Stati, vedi l’Ungheria, che ergono muri entro cui barricarsi, altri, vedi l’Italia e la Grecia, che sfavoriti dalla propria posizione geografica sono costretti a sobbarcarsi il peso di accogliere coloro che arrivano dal mare e trarli in salvo, e dopo aver fatto ciò, in nome del trattato di Dublino, di identificarli obbligando chi è stato registrato in Italia a rimanerci. Da qui la pratica tutta italiana (ma forse non solo) di “non vedere” molti immigrati per fare in modo che essi escano dalla penisola senza essere registrati, in modo che siano altri Stati a doverli accogliere e trattenere. Altri Stati infine a parole sono disposti ad aiutare i Paesi mediterranei a far fronte al problema, ma guai a parlar di quote di distribuzione.

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Quello che dovrebbe essere naturale fare nel breve termine sarebbe la creazione dei fantomatici hotspot, ovvero centri di riconoscimento dei profughi dislocati prevalentemente nei Paesi dove i migranti arrivano, ovvero Italia, Grecia e Ungheria ma non solo. Essi dovrebbero essere funzionali al rapido riconoscimento dei richiedenti asilo in modo da considerare l’accettabilità o meno della domanda, cosa che in Italia comporta tempistiche bibliche e conseguenti costi di gestione enormi. Manca però un dibattito sul tema più importante, ovvero chi vogliamo ospitare. La retorica di sinistra dell’accettare tutti è forse peggiore di quella nazional-populista. Paragonare la situazione attuale con quella degli italiani emigrati negli Stati Uniti nel secondo dopo guerra non è solo frutto di un’ignoranza spaventosa, ma di un’idiozia che fa incazzare. Al tempo gli Stati Uniti erano un Paese con prospettive di sviluppo enormi e largamente sottopopolato, quindi felice di accogliere braccia disposte a lavorare. L’Europa di oggi è invece un Paese (e già ho dei dubbi) provato da una crisi che stenta a passare, con prospettive di stagnazione economica, e con un mercato del lavoro così bloccato che in molti Stati, tra cui il nostro, quasi la metà dei giovani non ha un’occupazione. È quindi ovvio che non ci sono le condizioni per accogliere indiscriminatamente, ma bisogna creare dei distinguo. Pare che oggi si vada nella direzione in cui coloro che scappano dalla guerra debbano essere accolti, mentre chi scappa dalla fame e basta (i migranti economici) no. Posto che personalmente ho delle riserve sul fatto che il criterio dell’accettiamo quelli che scappano dalla guerra sia giusto, ma sarò io in torto, penso che vadano stabiliti altri parametri. Probabilmente ne ignoro di più significativi, ma credo che il patrimonio e il grado di istruzione debbano essere due elementi fondamentali. Come si può pensare di accogliere persone non istruite e senza una lira senza che questo vada a creare una situazione di disagio sociale? Ciò che è necessario è stabilire criteri che permettano di accogliere persone che siano in grado di inserirsi nel mondo del lavoro integrandosi così nella società, in modo tale da portare due benefici di cui abbiamo certamente bisogno, ovvero per prima cosa l’apporto di giovani lavoratori che contrastino il progressivo invecchiamento della popolazione, e in secondo luogo la creazione di un ambiente animato da una diversità culturale, da sempre vettore di idee e sviluppo.

Naturalmente queste sono idee, e sappiamo che tra questo e l’adozione di politiche che veramente affrontino la situazione ci passano decine di summit e incontri tra capi di Stato e ministri degli esteri, molti dei quali di nessuna utilità.

A proposito di summit, proprio nei giorni scorsi ce ne è stato uno a Malta tra i vertici europei e africani in cui si è andati nella direzione di costruire gli hotspot di cui sopra abbiamo parlato nei paesi africani dove i migranti transitano, in cambio di aiuti economici e dell’impegno ad accogliere coloro che verranno riconosciuti come profughi.

L’auspicio è che le idee proposte vengano rapidamente implementate, anche se come sappiamo i tempi della politica, soprattutto quando si cercano accordo internazionali, sono lunghi se non biblici.

Federico Castelli

Saluti a pugno…sui denti

Non so come eravamo rimasti, ma mi pare di ricordare che, l’ultima volta che ho controllato, i simboli avessero ancora un significato.

Cioè, se io andassi in giro facendo il saluto romano, per esempio, suppongo qualcuno mi direbbe qualcosa.

Specialmente se io fossi il commissario unico di EXPO e neo proclamato alumnus bocconi dell’anno Giuseppe Sala.

Se io fossi Giuseppe Sala e andassi in giro a fare il saluto romano, sono sicuro che qualcuno si incazzerebbe.

Dopotutto, come potrei biasimarli.

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Sfoggiare sorridendo un simbolo di morte e oppressione, di un’ideologia che ha schiacciato la libertà individuale di milioni di persone per decenni e decenni non è un comportamento per il quale puoi sperare di passarla liscia, giusto?

Suppongo che almeno qualche spiegazione dovrei darla, tipo: ci credo davvero, era per ridere, dovevo farlo perché se no il Capo di Stato che l’ha fatto per primo si offendeva, e così via.

Eppure, ho la sensazione che comunque non la farei franca, a fare un saluto romano così, sorridendo tronfio.

Ovviamente ognuno deve essere libero di fare i saluti che vuole: pugni, marameo e tutto il resto, intendiamoci eh.

Però, se io rappresentassi qualcosa, se fossi l’amato prodotto di un sistema con certi valori, forse avrei degli obblighi nei confronti di quel sistema. Ancora di più, forse dovrei difendere quei valori e se incontrassi il leader di un movimento politico che mi saluta con il suo gesto consueto, che entrambi sappiamo significare un insieme di cose ben precise, beh forse dovrei avere il coraggio di difendere quello in cui credo, accettare che lui può fare ciò che vuole, ma non seguirlo. Perché nel mio mondo, quello è un gesto inaccettabile.

Il pugno che vedete sopra in foto è il simbolo di una brutalità storica che abbiamo il dovere di ripudiare, noi che diciamo di amare la libertà e la democrazia. Non può essere sfoggiato col sorriso e senza conseguenze, perché è una schifezza.

Ciò che però senz’altro deve farci riflettere è la reazione della nostra università di fronte al gesto di Sala. Una reazione di calma indifferenza, per un gesto che all’occhio dell’osservatore più clemente sarebbe considerato almeno una pagliacciata.

A che pro cospargersi il capo di cenere per interventi di personaggi controversi, ma non vergognosi, come ce ne sono stati in università in passato, proteggere il proprio nome a ogni costo e conservarlo come una reliquia, se poi in seguito a questi episodi non si solleva neanche un indizio di vergogna?

O per loro quel gesto non ha il significato che dovrebbe avere, oppure io mi sto perdendo qualche grosso dettaglio.

Ad ogni modo, noi, che siamo i figli di un mondo che ha respinto quel simbolo, prosperando, e siamo grati di averlo ripudiato, non possiamo restare indifferenti e soprattutto non possiamo accettarlo col sorriso.

Non c’è davvero niente da ridere.

Alessandro D’Amico

Chi è nemico dei froci

Un bel giorno ai gay sarà concesso di sposarsi, a chi vorrà suicidarsi di farlo in ospedale e non sotto un treno, a tutti di comprare marijuana in tabaccheria e cocaina in farmacia; quando succederà, forse non tra molto, saremmo tentati di salutare il progresso della civiltà, e di ringraziare per l’ennesima concessione, frutto del sistema legislativo statale: cazzate! Lo stato rida ciò che tanto tempo fa, quando stato non si chiamava, ha tolto.

Poter disporre della vita, dei frutti del proprio lavoro e dell’amore non è qualcosa che viene concesso, è una facoltà naturale, e quando non possiamo lecitamente esercitare queste facoltà, allora qualcuno, o peggio qualcosa, ce le ha sottratte: è, per variare, la Repubblica, a cui chiediamo leggi contro l’omofobia – che di fatto amplieranno semplicemente la forbice d’arbitrio nel giudizio – quando è lei realmente la prima omofoba, che vieta, lei sola può, agli omosessuali il matrimonio.

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Ecco, in effetti oggi lo stato non persegue più le relazioni omosessuali, ma vieta di consolidarle legalmente, quindi è coerente pensare che abbia realmente aggredito un nostro diritto nel momento in cui quel diritto è esso stesso a costituirlo? Buon punto, ma inquadrare il termine matrimonio in un’ottica prettamente giuridica, vuol dire prenderlo in considerazione scartando il suo significato religioso e tradizionale, e se così lo leggiamo, allora è lecito chiedersi perché sia valido se eterosessuale, invalido se omosessuale, elemento che costituisce, persino nel senso insiemistico del termine, una discriminazione.

Ma che tipo di discriminazione? Non è il matrimonio ad essere discriminato rispetto ai due tipi di relazione, ma sono i due tipi di relazioni ad essere discriminati di fronte alla medesima fattispecie; in questo senso la legge preserva, seppur in forma più sottile, pregiudizi e vincoli emersi quando le società si sono formate, a prescindere da come poi si siano sviluppate.

Anche la democrazia è solo una forma lieve di soppressione del dissenso, ed è certo da estremisti stigmatizzarla, è poco realistico dimenticarla, ma è grave santificarla, celebrando l’idea che giusto e sbagliato si decidano per alzata di mano, e che tra 5 persone 3 possano scegliere per le altre 2, perché magari è proprio così che i gay sono diventati froci, quando ai 3 quei 2 che limonavano davano fastidio.

Nicola Rossi

Neoliberismo: genesi di una disgrazia lessicale [parte quinta]

QUINTA PARTE DEL PAPER “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” DI OLIVER MARC HARTWICH. QUI LE PUNTATE PRECEDENTI.

Il programma neoliberista di Rüstow

Quali dovrebbero essere le caratteristiche del neoliberismo, secondo la visione di chi ne ha coniato il nome? Negli scritti di Rüstow troviamo l’abbozzo di un ordine economico che è proprio a metà strada tra il liberalismo e il socialismo, un sistema politico ed economico che mostra le caratteristiche di entrambi i mondi. Tali sistemi ad economia mista sono solitamente descritti come socialdemocratici, e forse questo sarebbe stato un termine più appropriato da usare anche per il neoliberismo di Rüstow. In ogni caso, è anni luce distante da una libera economia di mercato, mettendo insieme elementi del romanticismo sociale tedesco, ideali socialisti e un generale scetticismo nei confronti del potere.

Il nucleo del neoliberismo proviene direttamente dal rifiuto di Rüstow nei confronti del potere: per lui il potere del mercato era dannoso tanto quanto quello politico e necessitava di essere ridimensionato da una “Marktpolizei” (polizia del mercato). In “Between Capitalism and Communism” troviamo richiesta di

“una rigorosa polizia di mercato sotto responsabilità statale in ogni area dell’attività economica in cui si applicano la libertà e le leggi del mercato, al fine di garantire una giusta competizione fondata sulla performance ed evitare qualsiasi competizione basata sull’ostacolo contro i propri compagni di mercato.”

Per Rüstow, tali misure di polizia del mercato andavano al di là di una semplice legge antitrust. Al contrario, egli assegnava allo Stato un ruolo molto più importante nel dare forma alle strutture di mercato. Per esempio, qualsiasi tipo di pubblicità nei giornali, radio o cinema avrebbe dovuto essere proibito. Non solo, come egli scrisse, perchè era volgare, improduttivo, e si prendeva gioco delle masse, ma anche perchè questi strumenti di marketing favorivano i grandi inserzionisti a spese delle piccole imprese. Sosteneva anche che la tassazione sui redditi d’impresa dovesse essere progressiva rispetto alla dimensione dell’azienda, per rendere di fatto impossibili le grandi imprese e ridurre loro a più piccole dimensioni (o a quelle che lui riteneva ottimali). Inoltre, Rüstow suggeriva di costringere le grandi compagnie proprietarie di brevetti a concederli ai loro più piccoli competitors.

Non esattamente l’idea di un programma che oggi chiameremmo neoliberista, ma Rüstow aveva idee ancora più sorprendenti: tutte le reti, tutte le compagnie ferroviarie, tutte le compagnie con un presunto monopolio naturale o tecnico avrebbero dovuto essere nazionalizzate, così come, per motivi differenti, l’industria degli armamenti.

Per quanto riguarda l’agricoltura, le idee di Rüstow non erano meno radicali. Egli pensava che la Germania fosse “fortemente sovrappopolata” (cosa di cui si dispiaceva molto), e avrebbe dovuto passare ad un sistema di unità agricole piccole, sane e altamente produttive. Per realizzare ciò, egli prevedeva una grande, pianificata e sviluppata rete di istituti per l’insegnamento, la ricerca e la consulenza a favore dell’intero settore agricolo; una omnicomprensiva e compatta organizzazione di  educazione agricola.

L’atteggiamento di Rüstow verso l’agricoltura mostra una spiccata simpatia per le piccole unità, ma anche per uno stile di vita abbastanza moderato, romantico. Recentemente Joachim Zweynert ha fatto notare che in passato gli ideali di Rüstow furono attaccati quando egli concordò con rimorso con il poeta romantico Novalis che la società odierna era solo  “vivere dei frutti  di tempi migliori”. Anche l’aperta ostitlità di Rüstow alla tecnologia è singolare. In un passo egli chiama il periodo medievale “il meglio delle condizioni sociali fino ad ora possibile” e si lamentava che il progresso della tecnologia non avesse servito l’umanità ma derivasse solamente da una cieca venerazione per il progresso.

Anche nei campi di politica sociale e occupazionale, Rüstow è a malapena all’altezza di un neoliberista moderno: sebbene si schierò contro i salari minimi, appoggiava i sussidi salariali temporanei (finanziati mediante tasse sui salari elevati in periodi di prosperità), l’assicurazione obbligatoria da disoccupazione, un servizio di collocamento gestito dal governo. Forse ancor più sorprendentemente, prevedeva una politica industriale attiva durante le crisi per assistere e rendere meno estremi cambiamenti settoriali e strutturali. Inoltre, era devoto alla causa dell’ uguaglianza sociale, che voleva realizzare tramite elevate imposte di successione che avrebbero dovuto essere usate per finanziare una qualche redistribuzione e l’istruzione gratuita per tutti.

Sebbene Rüstow avesse chiaramente un’idea di come organizzare l’economia, pensava che le questioni economiche, alla fine, non avrebbero dovuto essere la priorità di un  progetto neoliberista. Egli insisteva che “il nostro liberismo differisce dal paleoliberismo perchè non riduce ogni cosa a un problema economico. Al contrario, noi crediamo che le questioni economiche debbano essere subordinate alle materie che si collocano sopra l’economia”. In un altro paper scrisse che “l’economia deve trovarsi in posizione servente”, il significava che “l’economia è lì per la gente” e non il contrario. Infine, il suo sistema di neoliberismo potrebbe funzionare meglio sotto il tetto di una teologia cristiana: “così è importante vedere”, diceva Rüstow “ che non c’è incompatibilità tra il Cristianesimo e il neoliberalismo e che insieme potrebbero formare un fronte unito contro il paleoliberismo, ma specialmente contro il comunismo e il bolscevismo”.

[fine quinta parte]

Neoliberismo: genesi di una disgrazia lessicale [parte quarta]

QUARTA PARTE DEL PAPER “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” DI OLIVER MARC HARTWICH. QUI LE PUNTATE PRECEDENTI.

La “terza via” di Rustow

Se vogliamo capire cosa avesse in mente Rustow quando parlava di neoliberismo, dobbiamo capire la sua essenziale interpretazione della storia economica. Durante tutti gli anni Venti si è occupato di strutture di mercato e cartelli. Come abbiamo visto in precedenza, la Germania era diventata una nazione di capitalismo corporativo, e le centinaia di cartelli erano una parte centrale di questo sistema. Come abbiamo notato, ci sono buone ragioni per considerare i cartelli e il grado di concentrazione nella Germania del tardo Diciannovesimo e dell’inizio del Ventesimo secolo come un risultato diretto di politica pubblica. Il fatto che i mercati fossero diventati monopolizzati, cosicché le grandi compagnie potessero colludere con i loro presunti concorrenti senza essere disturbate da nessuno, non accadde per caso. Fu possibile unicamente poiché i cartelli erano protetti dalla competizione internazionale attraverso il sistema protezionistico della Germania, che fu posto in essere dal 1879. I tribunali hanno confermato i contratti che limitavano il commercio rifacendosi alla loro desiderabilità da un punto di vista di politica pubblica.
Inoltre, concentrare la struttura industriale della Germania era nell’interesse del Kaiser e del suo governo, che miravano a guidare lo sviluppo industriale del paese. I loro obiettivi politici finali erano raggiungere il potere industriale dell’Inghilterra, magari competendo a livello militare con essa, e trovare il “posto al sole” della Germania nell’era dell’Imperialismo.
Il periodo in cui prese il via la monopolizzazione delle strutture industriali della Germania era un’epoca di mobilizzazione (politica), non di capitalismo rampante. Dove, dopo il 1873, furono messe in atto leggi economicamente liberali (guardiamo per esempio al Codice Civile) il loro obiettivo finale era facilitare il processo di recupero economico della Germania nei confronti dell’Impero inglese. Tra gli storici dell’economia di oggi c’è ampio accordo nel sostenere che la Germania stesse praticando un sistema di “capitalismo organizzato”, ovvero una versione politicizzata del capitalismo the utilizzava i mercati per raggiungere obiettivi politici.
L’analisi di Rustow differiva da questa visione della storia economica della Germania. Egli vide anche lo sviluppo della Gemania all’interno di una degenerata economia di mercato: pesantemente cartellizzata, dipendente dai sussidi, soggetta a frequenti intromissioni. Ma per Rustow tutti questi fenomeni potevano essere ascrtiti non a qualche politica del governo, ma ai mercati non regolati. Egli prevedeva un’inevitabile tendenza dei mercati a degenerare se lasciati liberi, ignorando al contempo l’influenza negativa di un’ economia chiusa. Nel suo libro “The Failure of Economic Liberalism”, Rustow apparve totalmente deterministico, come Marx: Noi [i neoliberali] siamo d’accordo con i marxisti e i socialisti nella convinzione che il capitalismo è insostenibile e deve essere superato. E pensiamo anche che la loro dimostrazione che il capitalismo esagerato conseguentemente porta al collettivismo sia corretta e sia una geniale scoperta del loro maestro [Karl Marx]. Riconoscerlo sembra essere richiesto dall’onestà intellettuale. Comunque, noi rifiutiamo gli errori che Marx ha adottato dal liberalismo storico. E se noi, insieme ai socialisti, rifiutiamo il capitalismo, allora rifiutiamo anche il collettivismo che cresce ancor di più dal capitalismo esagerato. La nostra più severa accusa verso il capitalismo è semplicemente questa: che esso (come i collettivisti si insegnano tra loro) presto o tardi porta al collettivismo.
Nel suo saggio “Between Capitalism and Communism” (originariamente pubblicato nel 1949 su ORDO, il giornale del movimento neoliberale tedesco), Rustow ha esplicitamente sostenuto una “Terza Via” tra le due ideologie. Egli ha riconosciuto che i mercati generalmente funzionano bene in perfetta competizione. In ogni caso, accusò Adam Smith di avere un astio polemico contro lo Stato, che gli ha fatto negare le necessarie istituzioni dei mercati determinate dallo Stato stesso. Questo, così ha affermato Rustow, ha causato la degenerazione dell’economia di mercato in un sistema di insostenibile capitalismo. In una lunga nota, egli proseguì a spiegare che aveva bisogno di insistere su una differenziazione tra “l’economia di mercato in perfetta competizione veramente libera” e la sua “degenerazione sussidiarista-monopolista-pluralista”, che egli considerava come una “varietà patologicamente degenerata” della vera competizione di mercato e per la quale egli suggerì il termine “capitalismo”. Se il “laissez faire” e il liberalismo secondo lo stile di Adam Smith erano così negativi secondo Rustow, avrebbe allora preferito un’economia pianificata? La sua risposta è un netto, roboante “no”.
Con la stessa verve retorica che ha usato per condannare il capitalismo, egli rifiuta ugualmente le promesse del socialismo e del comunismo. Essi non erano sistemi economici praticabili, ed erano anche incompatibili con la democrazia, la libertà e la dignità umana. Tutto ciò lo portò a richiedere una via di mezzo tra il “laissez faire” e socialismo, una “Terza Via”. “Dovremmo essere felici”, scrisse Rustow, “di non dover fare una difficile scelta tra “capitalismo” e “comunismo”, ma che ci sia una “Terza Via”. Ironicamente, è la stessa identica logica che fa affermare agli odierni critici del neoliberismo che non bisogna più scegliere tra Hayek e Brezhnev, come il Primo Ministro Kevin Rudd ha espresso in un discorso al Centro per gli Studi Indipendenti nel 2008. Sebbene i sostenitori contemporanei di una “Terza Via” pretendano di combattere il neoliberismo, secondo Rustow questa stessa “Terza Via” era neoliberismo. Egli lo chiamò neoliberismo per differenziarlo dal precedente liberalismo, per il quale Rustow ha usato frequentemente termini dispregiativi come “liberalismo volgare”, “liberalismo di Manchester”, o “paleo-liberalismo”. Rustow voleva rompere con questa vecchia tradizione liberale per inserire un nuovo liberalismo al suo posto – da qui il prefisso “neo”.

[fine quarta parte]

Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale [terza parte]

TERZA PARTE DEL PAPER “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” DI OLIVER MARC HARTWICH. QUI LE PUNTATE PRECEDENTI.

La nascita del neoliberismo

La crisi economica tra la fine degli anni Venti e l’ inizio dei Trenta aveva lasciato alla Germania una pesante eredità, riparazioni di guerra comprese. La disoccupazione aveva raggiunto il picco di oltre sei milioni di persone nel 1932, la povertà era diffusa e la situazione politica della Repubblica di Weimar sempre più fragile. I partiti si trovavano nell’impossibilità di assicurarsi maggioranze parlamentari per nessuna delle loro proposte politiche, il paese era governato attraverso decreti di emergenza e tutto ciò aveva rafforzato il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, che avrebbe poi portato il suo führer, Adolf Hitler, al potere.
L’illusione della “prosperità eterna” era stata distrutta dagli eventi innescati dal venerdì nero di Wall Street, e non solo in Germania. La crisi economica globale era stata ampiamente considerata prova del fallimento del liberalismo. Nel quindicesimo anniversario dell’Unione Sovietica, nel 1932, i suoi leader avevano celebrato la fine del capitalismo con parate monumentali, negli Stati Uniti il presidente Franklin D. Roosevelt aveva promesso “un nuovo patto per il popolo americano”, orientando il suo paese verso politiche più interventiste, mentre in Gran Bretagna l’economista John Maynard Keynes lavorava alla sua Teoria Generale con cui intendeva spiegare (e superare) le instabilità intrinseche del sistema capitalistico.

La situazione economica e politica della Germania era catastrofica, e così era anche lo spirito degli accademici e intellettuali di orientamento liberale: il liberalismo sembrava essere un sistema di idee ormai screditate, un anacronismo da diciottesimo secolo, un’ ideologia fallimentare.
Uno dei pochi intellettuali che nutriva ancora simpatie per l’economia di mercato era Alexander Rüstow. Nato nel 1885, studiò matematica, fisica, filosofia, economia e psicologia a Gottinga, Monaco e Berlino. Conseguito il dottorato all’Università di Erlangen nel 1908, lavorò per una casa editrice prima di diventare ufficiale durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, Rüstow si unì a diversi circoli socialisti, pur iniziando a subire l’influenza dell’economista Franz Oppenheimer, che aveva indicato una “via di mezzo” tra il socialismo marxista e il capitalismo liberale.

Divenuto consigliere al Ministero degli Affari Economici (Reichswirtschaftsministerium) nel 1919, Rüstow si occupò della politica dei cartelli, essendo direttamente coinvolto nella stesura del Cartel Act del 1923, menzionato in precedenza. Tuttavia, nonostante il progetto originario fosse a favore di più stringenti regole anti-trust, le misure finali risultarono molto più deboli rispetto alle raccomandazioni dell’economista, che imputò la responsabilità dell’ insoddisfacente (a suo modo di vedere) risultato all’intensa azione di lobbying da parte di potenti gruppi di interesse.

E’ nella metà degli anni Venti che Rüstow cambiò schieramento. Dopo aver lasciato il suo incarico al Ministero nel 1924 fu messo a capo del dipartimento di economia del “Verein deutscher Maschinenbauanstalten” lobby di piccole e medie imprese manifatturiere impegnate nella promozione di una campagna contro la concentrazione del potere economico nelle mani di poche grandi industrie loro concorrenti.
La sua filosofia di riferimento non era ormai più quella socialista, ma liberale. Secondo il suo biografo Jan Hegner, la disillusione di Rüstow derivò dalla realtà messa in atto in Unione Sovietica, e dalla realizzazione del fatto che la pianificazione economica era incompatibile con la libertà. D’altra parte, il nostro economista non aveva smesso di essere dedito all’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche.

Durante tutta la sua vita, Rüstow fu sempre di idee al confine tra liberalismo e socialismo. Tuttavia, costante nella sua vita intellettuale fu un forte scetticismo riguardo al potere in tutte le sue forme, fosse esso di natura politica o economica. Inoltre, se lo leggessimo oggi, troveremmo difficile classificarlo come un liberale, semplicemente poiché spesso non ci suona come tale: questo è lo stesso Alexander Rüstow che ha  inventato il termine “neoliberismo”, che divenne popolare tra i suoi colleghi tedeschi e che trovò poi consenso all’ interno di un gruppo di pensatori liberali che includeva Ludwig von Mises and Friedrich August von Hayek.
Ma allora, qual era l’ idea di neoliberismo di Rüstow? Perchè aveva sentito la necessità di coniare un termine del tutto nuovo? Cosa è accaduto al neoliberismo nel corso degli anni?
L’anno in cui Rüstow formulò il programma neoliberista era il 1932. La principale società di economia del tempo, la Verein für Socialpolitik, lo aveva invitato alla sua conferenza annuale a Dresda. Il presidente dell’ associazione era Werner Sombart, a capo della cosiddetta Kathedersozialisten (“cattedra socialista”) della Historical School of Economics. Sombart, aperto sostenitore del nazionalsocialismo, non aveva alcuna simpatia per il liberalismo, e aveva pianificato di fare della conferenza di Dresda una piattaforma di lancio per la sua causa. Tuttavia fu il discorso tenuto dal semi-sconosciuto Rüstow, dal titolo “Freie Wirtschaft, starker Staat”(libera economia, Stato forte), in seguito pubblicato e ripubblicato diverse volte, ad attrarre a sé tutta l’attenzione. Lungi dal supportare la visione nazionalsocialista di Sombart, Rüstow criticò l’ eccessivo interventismo durante la crisi, mettendo in guardia dall’affidare allo Stato il compito di correggere ogni sorta di problema economico. Un chiaro rifiuto di uno Stato coinvolto nei processi economici, ma che fissi le regole e le faccia rispettare: un ruolo limitato, ma che necessita di uno Stato forte. Un “no” al protezionismo, ai sussidi, ai cartelli – a ciò che oggi chiamiamo capitalismo clientelare, cattura del regolatore, corporate welfare -, pur riconoscendo che un interventismo limitato possa avere un ruolo, purché vada nella stessa direzione delle leggi del mercato.

Più tardi, durante la sua carriera accademica, Rüstow sviluppò oltre la sua visione di neoliberismo, pubblicando numerosi saggi e libri – molti dei quali scritti in esilio – in cui elaborò la sua idea di economia di mercato sottostante un sistema di rule of law e un limitato ruolo dello Stato. Dopo che la Gestapo perquisì il suo appartamento, nel 1933 decise di lasciare la Germania accettando una cattedra ad Istanbul. Rimase in Turchia finché non fece ritorno nel suo paese nel 1949 per insegnare all’Università di Heidelberg.

[fine terza parte]

Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale [seconda parte]

Una digressione storica sul sistema economico tedesco. Seconda parte del paper “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” di Oliver Marc Hartwich. Qui la prima. La preistoria del neoliberismo Il concetto di neoliberismo trae le sue radici in Germania tra le … Continua a leggere

Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale

Pubblichiamo, a puntate, la traduzione di “Neoliberalism: the origin of a political swearword” di Oliver Marc Hartwich, per gentile concessione dell’ autore. “Un’ utilità della storia è quella di liberarci da un passato immaginario. Meno sappiamo di come le idee … Continua a leggere

Verso l’ infinito e oltre!

Molti pensano che la libera iniziativa individuale sia qualcosa da tenere sotto controllo.
Molti credono che gli esseri umani siano pericolosi per se stessi e per gli altri se si lascia loro troppo spazio per muoversi, sognare e sbagliare. Qualche volta mi è stato persino detto che, in generale, la gente mica sa cosa vuole, che c’è bisogno di qualcuno che indichi loro la strada.
Io non sono d’accordo e oggi non vi racconto una storia di libertà calpestata, di quelle frustranti e che ti fanno incazzare, come di solito se ne leggono su questo blog. Oggi vi racconto la storia di un progetto ideato da uomini e donne liberi, che hanno in mente di fare qualcosa di grande, e non – badate bene!- perchè qualcuno gli abbia detto di farlo, ma perchè credono che così facendo entreranno nella storia, lasceranno un segno e – possibilmente – ricaveranno anche un discreto profitto.

Queste persone hanno deciso di colonizzare Marte.

Proprio così, stabiliranno una colonia su Marte spendendo i soldi provenienti solo da sponsor e donazioni volontarie, un po’ per la soddisfazione di dire di essere stati i primi ad andarci, e un po’ perchè vogliono girare una sorta di reality show. Non si tratta di un progetto governativo. La NASA o l’ESA non c’entrano nulla. Manderanno gente su Marte e noi seguiremo le loro vicende in streaming dal cellulare, senza muoverci dal nostro salotto. Provate a dirmi che non è meglio dell’Isola dei Famosi.

Marosne

In questo momento il processo di selezione del reality show interplanetario è nella fase finale. Le ultime 100 persone, da 200.000 che si sono presentate alla prima chiamata, verranno ridotte a 24 individui, scelti per essere i primi umani a lasciare per sempre la Terra.
Verranno addestrati per i prossimi anni e poi inviati sul pianeta rosso a coppie, ciascuna a distanza di due anni dall’altra, finchè non si sarà insediata una colonia autosufficiente. Tra loro ci saranno medici, ingegneri, botanici. Coltiveranno il loro cibo e si procureranno ciò di cui hanno bisogno in loco. Non torneranno, vivranno il resto della loro vita su Marte ed entreranno nei libri di storia.
La società che li ha mandati, invece, a fronte di un discreto investimento, si aggiudicherà i diritti televisivi di uno degli spettacoli più interessanti che avremo modo di vedere per un bel pezzo.
Ventiquattro persone abbandoneranno la loro vita, a fronte di un notevole rischio di esplodere in aria ancor prima di arrivare a destinazione, per poi vivere un’esistenza intera su un pianeta senz’aria, freddo come l’Antardide e bombardato di radiazioni, mentre chi ha ideato la missione e li ha spediti lassù vivrà e si godrà i frutti del proprio investimento.

Se non è mercato libero questo, non so cosa lo sia. La parte migliore, e il motivo per cui ho deciso di scrivere queste righe, è che va benissimo così.

Quelle persone hanno deciso per se stesse, coscienti dei loro rischi. Quei pionieri sono disposti a morire per lasciare un segno, per sapere che saranno ricordati negli anni a venire. Andranno lassù perchè qualcuno reputa profittevole mandarceli, non perchè qualcuno ha deciso che è giusto così, arrogandosi il diritto di prendere i soldi altrui per finanziarsi.
In tutto questo non c’è alcun cinismo, nessuno sfruttamento, nessun sopruso.
L’iniziativa di quelle persone porrà le basi per una futura impresa di infinito valore, autonoma e spontanea. Perchè la gente sa quello che vuole, lo sa meglio di chi la governa. Sa scegliere meglio di chiunque altro cosa fare del proprio denaro, del proprio tempo e in assoluto della propria vita. Questa missione è un inno alla libertà individuale e ai traguardi che può raggiungere. Le persone che vi parteciperanno daranno un senso alla propria vita, i suoi ideatori diventeranno verosimilmente molto ricchi e, cosa più importante di tutte, noi avremo finalmente qualcosa da vedere in tivù. Questa è liberta ed è per questo che vale la pena battersi. Per favore, chiamatemi se qualche istituzione governativa riesce a fare di meglio.

Alessandro D’ Amico

Nda: la società ideatrice della missione si chiama Mars One, qui trovate ogni possibile dettaglio (http://www.mars-one.com/).

Dalla Parte Degli Oppressi

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“Dalla Parte Degli Oppressi” è da ormai un anno il tema fondamentale della campagna di Studenti Bocconiani Liberali, ed ha generato sorrisi, fastidi e candide constatazioni d’inopportunità. Dolce e Gabbana, Corona, Brigitta Bulgari… perché loro? Perché non i bambini affamati? … Continua a leggere

Thinking before Re-thinking

A seguito del nostro articolo “Post-Crash, la Matematica non è un Reato”, critico su uno degli aspetti della proposta complessiva delle varie sigle sostenitrici di quello che chiameremo (non senza ironia) “pluralismo” nelle scienze sociali, su  Pagina99 e’ comparsa una risposta che attacca il BocconianoLiberale a tutto campo “Quello che il Bocconiano Liberale non capisce”.

 

mostro

Tra le altre cose, in chiusura si dice che siamo dogmatici in tutto perchè dichiariamo di essere ideologici. Purtroppo questa conclusione non rende giustizia al resto del pezzo, contenente anche diversi spunti interessanti e ben scritto. Dichiarare di essere ideologici e’ un atto di onesta’ intellettuale, dal momento che
tutti possiedono una (parziale) visione del mondo. Anche gli amici di Rethinking Economics hanno, sicuramente, una visione del mondo parziale, ma preliminarmente al dibattito che essi vogliono stimolare e’ utile ricordare che l’approccio scientifico ai problemi presuppone esattamente uno sforzo, da parte di chi li affronta, a farlo in maniera il più possibile distaccata.

Il “metodo neoclassico” criticato dai pluralisti non corrisponde a nessun metodo particolare per chi lo adotta, se non alla tendenza a separare i fatti dalle prese di posizione, l’analisi positiva da quella normativa, le premesse dalle conclusioni, sopratutto quando le seconde non sono quelle che le proprie preferenze porterebbero a gradire di più. In questo senso esso non ha alcun portato ideologico, a differenza delle scuole “alternative” che si vorrebbe porre sullo stesso piano dell’economia mainstream.

Perchè chi si dice ideologicamente liberale, allora, difende una metodologia il cui principale vantaggio, proprio secondo chi la difende, e’ l’essere a-valutativa, neutrale rispetto ai valori?

Conoscere per deliberare, diceva qualcuno. Sforzarsi di mettere le proprie opinioni alla prova dei fatti, e non usarle come una clava, aggiungeremmo noi. Senza per questo affermare che le posizioni politiche debbano prescindere da considerazioni di natura valoriale, ovviamente: e li’ sta il rifiuto del principio efficientista e tecnocratico che lo stesso Fraccaroli poteva rintracciare nella auto-descrizione che ha avuto la perizia di leggere.

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Veniamo al contributo apparso su Pagina99 circa la matematica: il punto non e’ distinguere tra argomenti qualitativi e quantitativi, e ne diamo atto al Fraccaroli, ma utilizzare un linguaggio che evidenzi chiaramente ogni passaggio logico, ogni argomentazione, la conseguenza di ogni ipotesi – accade che il linguaggio matematico serva meglio d’altri allo scopo. Chi alla matematica non e’ nuovo sa bene che l’economia non usa solo l’analisi, il calcolo delle probabilità e la statistica inferenziale, ma ha ormai acquisito strumenti della logica, della teoria degli insiemi, della teoria della misura, etc. : si tratta di attrezzi utili non a “quantificare”, ma a spiegare in maniera priva di ambiguità quanto si ha da dire.

Certo, ogni linguaggio ha i suoi limiti, ma opporsi alla matematizzazione con l’argomento che questa implichi un restringimento dell’analisi alle sole questioni quantitative significa non avere idea di ciò’ di cui si sta discutendo. Ma l’attacco di Rethinking Economics e’ piu’ generale, come si conviene a ogni progetto ambizioso: essi richiedono “un’apertura dell’insegnamento verso altri approcci teorici, atri approcci metodologici e altre discipline sociali ed umanistiche, senza le quali (sic) l’economia non può fare a meno”. Non “contro” la matematica e la modellistica, ma a favore di un “affiancamento” di altre metodologie.

Si tratta di un fenomeno carsico, quello dell’attacco alla torre del pensiero mainstream, con la solita accusa di dogmatismo e chiusura, che e’ ricomparso cosi’ spesso da aver ormai esaurito quasi tutte le cartucce. E’ un peccato dover segnalare ai pluralisti se da un lato essi cercano di combattere una battaglia senza senso perché già vinta, dall’altra nel farlo rendono evidente il tentativo di riportare in auge teorie scartate nel processo evolutivo della scienza economica.
Se l’obiettivo e’ aprire l’economia neoclassica a contributi provenienti da altre scuole e altre discipline, l’invito arriva tardi: già nel 1974 veniva assegnato un premio Nobel ad Hayek, non certo un economista mainstream. I contributi di Hayek sono stati esaminati, analizzati e digeriti dalla teoria mainstream. Questo non e’ accaduto solo con Hayek, ma e’ un processo continuo: Thomas Schelling ha vinto il Nobel nel 2005: facile notare i punti di contatto tra il lavoro di Schelling, il lavoro di Kenneth Waltz e altri studiosi delle Relazioni Internazionali; anche Oliver Williamson, Elinor Ostrom e Douglass North hanno vinto il Nobel, e il loro lavoro (“istituzionalista”) e’ ampiamente citato in vari ambiti della letteratura mainstream. Negli ultimi anni ha acquisito una certa notorietà anche il lavoro di Daniel Kahnemahn, altro premio Nobel: parecchio strana, questa dogmatica teoria mainstream che assume tutti perfettamente razionali e poi riesce a valorizzare i contributi di un intero filone (behavioural, per non dire della letteratura di decision theory) basato sull’abbandono dell’ipotesi di razionalita’. L’economia si e’ cosi’ aperta al contributo di psicologi, scienziati politici, sociologi, politologi, storici: studiosi come Joachim Voth o Avner Greif rappresentano una lettura indispensabile per molti economisti.
Insomma, se gli amici di Rethinking Economics chiedono l’apertura, forse discutono dell’economia del 1960. Nel 2014, la loro battaglia e’ gia’ vinta. Ma allora, come si diceva sopra, forse l’obiettivo era un altro. Pur dicendosi pluralisti, vogliono, in fondo, una disciplina più ideologizzata nel metodo d’indagine, basata su scuole schierate in base a opposti dogmatismi. Parlano, non a caso, di aprire a metodologie che già da sole sono accompagnate da una etichetta che ne definisce premesse, conclusioni e scopi.

Appelli come quello che leggiamo sono diventati popolari non dimostrando i problemi dell’economia neoclassica (o dell’assunto metodologico che sostiene il mainstream), ma facendone uno straw-man così da giustificare la necessità di un nuovo quadro teorico. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che la maggior parte dei contributi si inventa un problema per giustificare il suo metodo prediletto. In un articolo di quasi due anni fa, Alberto Bisin scriveva che non e’ corretto affermare che non vi sia “distinzione alcuna tra economisti, che sono tutti d’accordo su tutto (…). È che l’economia come è concepita in Italia, dibattito tra scuole ideologiche contrapposte, non esiste (da molto ma molto tempo). L’economia è un metodo comune con diverse applicazioni: gli economisti discutono modelli diversi e quanto questi si avvicinino alla realtà dei dati – basta esser stato ad un seminario in un buon dipartimento per accorgersi che le discussioni sono spesso vivaci, ma mai tra “scuole” che parlano linguaggi diversi”.
Pur consapevoli che lo stato attuale della scienza economica, nonostante non possa vantare unicamente successi, e’ tale da permettere aggiustamenti anche sostanziali nel modo di affrontare i problemi, coloro i quali definiscono se stessi pluralisti sembrano tradire da subito l’intenzione di diventare molto più ortodossi e dogmatici nel caso in cui dovessero per caso diventare egemoni. Tra gli approcci da rivalutare compaiono cosi’ il keynesismo pre-1980, nonostante il suo superamento non sia stato un accidente, ma dovuto all’emergere di problemi teorici profondi nella teoria mainstream precedente alla rivoluzione delle rational expectations. Bisogna anzi dire chiaramente che, in un mondo come quello propostoci da chi si definisce pluralista, un cambiamento di paradigma poderoso come quello avvenuto a cavallo dei primi anni ’80 sarebbe impossibile: ogni critica verrebbe etichettata come un prodotto di scuola, ogni argomento diventerebbe oggetto di battaglia di parte.
Torniamo al punto di partenza, allora: noi siamo liberali, e lo rivendichiamo. Questo implica pero’ che riteniamo che l’accademia debba essere libera da oscene balcanizzazioni.

Crediamo nell’autonomia individuale e nell’insegnamento libero.

Non crediamo per questo che l’economia oggi sia insegnata sempre nel modo migliore: forse si potrebbe stimolare di più il pensiero critico riducendo l’importanza delle lezioni frontali e aumentando il peso della produzione autonoma dello studente, forse si potrebbe strutturare in modo più intelligente il passaggio attraverso la modellizzazione, l’inferenza, il rapporto coi dati.
Aprire alle “eterodossie” significa, d’altra parte, privare l’economia di uno dei suoi grandi privilegi: un linguaggio comune a chi parte da premesse valoriali molto distanti, in grado di permettere a chiunque di verificare, comprendere e contestare le affermazioni che legge, senza per questo dover etichettare o essere etichettato. Questo gli amici di Rethinking Economics non lo capiscono, o forse lo capiscono, e hanno cosi’ poca fiducia della sostenibilità delle proprie proposte da preferire un mondo in cui ci si urla addosso a un mondo in cui le opinioni vengono pesate per quello che sono, e non in base all’appartenenza di chi le presenta o all’etichetta ideologica di comodo attribuita da chi le contesta.

Studenti Bocconiani Liberali – Milton Friedman Society