La parola ai Greci

Ma cosa vorranno mai, questi creditori dello stato Ellenico?
Un avanzo pubblico, in termini di percentuale del PIL, pari all’1% nel 2015, al 2% nel 2016, al 3% nel 2017 e al 3,5% nel 2018, attraverso una serie di misure che interessano 5 diversi campi:
1. IVA;
2. tasse;
3. pensioni;
4. PA;
5. lotta all’evasione fiscale;
6. altre ed eventuali.
Le autorità europee sono state molto precise sugli obiettivi di spesa e di entrate, in particolare in merito alla gestione dell’IVA, delle tasse e delle pensioni. Non sembra esserci troppa chiarezza sugli altri aspetti. Ma vediamo un po’ più nel dettaglio di cosa si tratta.
Cominciando con l’IVA, l’obiettivo unico e imprescindibile è il raggiungimento di un’entrata pari all’1% del PIL su base annua. Tale risultato è ritenuto conseguibile tramite l’adozione di un’aliquota pari al 23%, fatta eccezione per alcune categorie di beni, e la diminuzione del numero di operazioni che non vengono colpite dall’IVA.
Iniziando con la fiscalità generale, le società assisteranno a un aumento della tassa gravante sui propri redditi (dal 26 passerà al 28%) e un minor numero di categorie imprenditoriali potranno beneficiare dei sussidi e dei trattamenti fiscali privilegiati. Peraltro, oltre ad un aggiustamento della tassa proprietaria, il governo dovrà riorganizzarsi nella lotta all’evasione fiscale e alle frodi. Infine, tutto il sistema assumerà un tonalità più progressiva.
In campo sanitario, sarà ridotto il prezzo di tutti i medicinali di almeno il 32,5%, ed è prevista una riduzione anche di quello dei test diagnostici.
Concentrandoci poi sul welfare, troviamo fissato un altro obiettivo molto semplice ma preciso: bisogna risparmiare lo 0,5% del PIL per facilitare l’adozione del reddito minimo garantito. Secondo il gruppo dei creditori, le risorse necessarie a raggiungere tale obiettivo dovranno essere ricercate nei risparmi sulle spese militari, nella concessione di licenze per lo sfruttamento delle frequenze radiotelevisive e nella tassazione delle pubblicità televisive e delle videolottery.
Con le pensioni, poi, c’è da sbizzarrirsi! Anche qui si vuole ovviamente risparmiare: tra lo 0,25 e lo 0,5% del PIL nel 2015 e l’1% del PIL nel 2016. Come? Semplice:
1. si va in pensione o a 67 anni o a 62 con 40 anni di contributi;
2. chi vuole ritirare i propri contributi dal Fondo Assicurativo Sociale deve pagare una penale del 10% piuttosto che del 6%;
3. la garanzia di solidarietà non c’è più;
4. i limiti alle pensioni garantite in termini nominali restano fissi fino al 2021.
Inoltre, perché la centralizzazione permette di ottenere economie di scala, tutti i fondi pensioni saranno integrati nell’ETEA. Infine, in maniera molto più vaga si parla di avviamento di procedure per avvicinare i contributi alle retribuzioni, di razionalizzazione di tutte le categorie pensionistiche e di armonizzazione delle regole sui benefici pensionistici.
Questo era tutto ciò che riguardava le riforme strutturali. La sezione successiva tratta i rapporti con la PA, la riforma della giustizia e le leggi anti-corruzione.
Il messaggio che si vuole portare avanti nella riforma della PA è chiaro: il capitale umano pubblico è troppo costoso! Per ridurre i costi bisogna prendere a esempio le altre amministrazioni europee, sono da introdurre dei principi aziendali per valutare le risorse umane e servono assolutamente dei manager capaci. Tra le manovre si parla anche di un riordino amministrativo dell’ELSTAT, il cugino greco dell’ISTAT.
La proposta per il terzo potere è unica ma pesante perché si parla di riordino del Codice di Procedura Civile.
Finendo con l’anti-corruzione, i creditori si appellano alle autorità greche affinché applichino delle norme finalizzate ad aumentare il grado di trasparenza nella gestione di bilancio dei partiti e a impedire interferenze da parte dei politici nelle investigazioni anti-corruzione.
Circa a metà del documento si parla di tax administration. Procediamo con calma.
In primo luogo, si prevede l’istituzione di un’agenzia delle entrate, di cui vengono indicate le connotazioni fondamentali. In secondo luogo, si vuole abbassare del 25% il tetto dei salari e delle pensioni. In terzo luogo, si mira a migliorare la gestione, preferibilmente per via informatica, dei crediti e dei debiti tributari, puntando a portare i primi al minimo. Inoltre, i tassi d’interessi applicati devono essere allineati ai loro valori di mercato e il processo d’installazione di una struttura informatica efficiente dev’essere accelerato.
Parte della discussione volge, poi, verso l’argomento “lotta all’evasione fiscale”, che si riassume nelle seguenti esigenze:
• bisogna combattere il contrabbando di benzina;
• bisogna controllare meglio le transazioni bancarie in Grecia e all’estero;
• bisogna migliorare la gestione dei conti IVA;
• bisogna promuovere l’utilizzo dei pagamenti elettronici.
Abbiamo superato di qualche pagina la metà del documento. Ora si parla di finanza e gli argomenti principali sono 4:
1. riforma della legge fallimentare;
2. istituzione e liberalizzazione della professione di amministratore fallimentare;
3. privatizzazione del settore bancario;
4. implementazione di una strategia che miri a risolvere il problema dei crediti deteriorati.
Alla finanza segue il mercato del lavoro, sul quale bisogna intervenire in materia di consultazioni collettive, sia per i licenziamenti sia per i contratti, sempre sotto l’egida della sempre sia lodata Troika. Alla luce della lettura dei punti precedenti, il nemico individuato e da combattere sembra essere il lavoro in nero perché danneggia le imprese in regola e i lavoratori.
Il penultimo settore da riformare è il mercato dei beni. Qui urgono assolutamente l’apertura di alcune professioni (anche da noi note per il loro carattere quasi settario), una parziale deregulation e l’adozione delle predisposte riforme del mercato del gas. Un paragrafo di questa sezione è dedicato all’energia elettrica, che dev’essere prodotta efficientemente, ovvero nel rispetto di certe condizioni:
• gli impianti non devono andare a ca**o;
• le tariffe PPC devono essere in linea con i costi;
• non si devono accumulare arretrati tra il fornitore e il regulator.
Infine, si parla di energie rinnovabili e d’indipendenza operativa e finanziaria dei regulators dalle autorità pubbliche.
And last but not least, le privatizzazioni. Destinatari delle relative mosse saranno gli aeroporti regionali e i porti del Pireo e di Tessalonica. Entro fine ottobre saranno annunciate le date per le aste e, al più presto, sarà assegnata la gestione degli aeroporti regionali ai migliori offerenti.

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Nella stragrande maggioranza delle costituzioni è fissato il principio secondo il quale le leggi aventi ad oggetto la fiscalità generale non sono da sottoporre ad alcun referendum. È, infatti, pacifico che difficilmente diverse fasce della popolazione si accordino sulla disposizione del carico fiscale. La predisposizione di un accordo con i creditori è sempre stato un dovere del governo, e nessuna proposta seria è stata finora avanzata. Di conseguenza, la responsabilità dell’impasse corrente che non può che ricadere sulle autorità greche, qualsiasi sarà l’esito del referendum.

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Giovanni Trebbi

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L’ Europa per la concorrenza?

Lo scorso 20 aprile la Commissione Europea per la concorrenza, capitanata da Margrethe Vestager, ha ufficializzato l’ accusa di utilizzo di pratiche commerciali scorrette e di abuso di posizione dominante per l’azienda russa Gazprom, che fornisce quasi un terzo del gas consumato in tutta Europa. Dopo l’accusa e l’avvio degli accertamenti – sempre per abuso di posizione dominante – contro Google, l’agenzia antitrust sembra essere uno degli organi europei più attivi ed efficaci nella protezione del consumatore.
Bisognerebbe capire meglio come il cittadino sia danneggiato da Google o da Gazprom, che, si potrebbe affermare, forniscono un servizio abbastanza soddisfacente. Dopotutto, dalla sua nascita, il motore di ricerca è arrivato a soddisfare ben il 90% del mercato e Gazprom ha raggiunto nel 2012 il record di gas venduto in Europa: non poi così male. Senza dubbio, se i loro servizi fossero così scadenti non continueremmo a usufruire delle loro forniture. In realtà queste ultime mosse della Commissione sono l’ultimo atto di una storia che va ben oltre gli avvenimenti delle ultime settimane e che mette in discussione l’intera azione dell’antitrust europeo.
La Commissione Europea per la concorrenza nasce per imporre il rispetto degli articoli 101/102/106/107 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e, più in generale, per difendere il consumatore e garantire che vi sia un mercato competitivo.
Definire questi obiettivi non è cosa semplice e lascia alla Commissione un grande margine di operatività che, all’interno di un sistema talvolta poco trasparente come l’Unione Europea, aumenta il rischio che le procedure di antitrust vengano strumentalizzate per motivi politici e di immagine.  Ad esempio, la procedura contro Google, che era stata sospesa l’anno scorso, è stata ripresentata in questo periodo, proprio mentre in Europa si sta ripensando il carico fiscale per aziende come quella di Mountain View o Amazon. Ancora più esemplificativo è il caso di Gazprom, che sembra essere un ultimo scacco alla Russia dopo le sanzioni per la guerra in Ucraina.
D’altra parte, la difficoltà di interpretazione del mandato del commissario per la concorrenza non è cosa da poco. Mantenere un mercato concorrenziale significa sapere cosa sia. Possiamo definire concorrenziale un mercato dove una singola impresa detiene il 50% delle vendite? E se la percentuale fosse il 35%? Oppure il 90% come Google? Tutti i consumatori hanno imparato sui giornali che l’azienda di Mountain View era in “abuso di posizione dominante” e che li stava danneggiando senza che nemmeno se ne accorgessero.
Andando più nello specifico, la commissione attualmente contesta a Google di aver favorito il suo servizio di shopping online “Google Shopping” a scapito dei concorrenti. In pratica, Google è accusata di non fornire adeguata visibilità a chi si rifiutasse di pagare per apparire nelle scritte pubblicitarie che appaiono ad ogni ricerca. Il danno ai consumatori è dunque chiaro: mostrando solo gli annunci delle aziende che pagano per apparire nei risultati, potrei finire ad acquistare un oggetto solo perché sponsorizzato da Google. Ragionandoci più a fondo, però, questa logica può essere applicata a qualsiasi mezzo di comunicazione che fornisca spazi pubblicitari a pagamento, dalla televisione ai giornali cartacei. Tuttavia, la posizione dominante nel mercato è la causa scatenante, la colpa di Google è forse quella di fornire a troppe persone un servizio di gran lunga superiore ai concorrenti? Le motivazioni della sentenza rimangono poco convincenti: potrebbe venire il dubbio che la Commissione abbia poco a cuore il benessere dei consumatori, quanto piuttosto sia attratta da una potenziale multa da quasi 6 miliardi di euro, il 10% del fatturato totale di Google.
Non si tratta della prima sentenza controversa. Nel 2011, la Commissione vietò la fusione delle due compagnie di bandiera greca Olympic Air e la Aegean Airlines per rischio monopolio, per poi ripensarci l’anno successivo, quando che l’Olympic, a causa della mancata fusione, era vicina al fallimento.
Un altro dei principali compiti della Commissione europea è il contrasto ai cartelli tra imprese. Anche in questo caso, trascurando noiose considerazioni su come i cartelli siano per natura instabili e poco sostenibili, sembra strano come in un mercato via via sempre più moderno, concorrenziale e tutelato, ogni anno vengano scoperti dalla commissione in media 30 cartelli organizzati da imprese di un settore. In effetti, i requisiti per iniziare un’indagine sono relativamente semplici: basta aver scambiato informazioni sensibili con altre aziende e fissare prezzi simili.
Viene da chiedersi come si possa distinguere un mercato pienamente concorrenziale, dove a causa della bassa marginalità i prezzi tra i concorrenti sono simili, da un mercato dove i prezzi sono artificialmente simili a causa di un cartello. Anche ammettendo che tutte le aziende multate in questi anni abbiano veramente colpe, non svanisce il dubbio che queste azioni siano strumento per fare cassa per una Europa sempre più affamata. Infatti, i proventi delle multe rappresentano quasi il 2,2% del budget europeo tra il 2007-2014.

Grafico cesare

Infine, la Commissione si occupa anche di aiuti di Stato alle imprese. Nonostante anche questi creino distorsioni nel mercato, sembra che qui la mano di ferro del Commissario si faccia più delicata. Questo accade forse perché è più facile fare la voce grossa con un’azienda, anche se multimiliardaria, piuttosto che con uno stato membro della stessa Unione Europea. Scorrendo la relazione dell’anno 2013 della Commissione concorrenza, sembra però che si vogliano rendere più “moderni” gli aiuti di Stato e più in regola con gli articoli del trattato europeo che vietano suddetti aiuti, se non per casi straordinari. Nonostante questo, proprio l’ appello alla straordinarietà del caso ha permesso nel 2013 alla commissione di approvare gli aiuti di Stato italiani dell’ammontare di 4 miliardi al Gruppo Monte Paschi di Siena. Nella motivazione si legge:
“Dopo aver verificato che il modello aziendale della banca è meno rischioso e prevede la redditività a lungo termine, la Commissione ha approvato il piano di ristrutturazione di MPS” 
(http://ec.europa.eu/competition/publications/annual_report/2013/part1_it.pdf).
Per contestualizzare, MPS nello stesso anno aveva 20 miliardi di crediti deteriorati, 1,5 miliardi di perdite e un rating a livello spazzatura assegnato da Moody’s. Nel 2014, le perdite sono state ancora maggiori, pari a 5,3 miliardi. A questo punto, speriamo giunga la redditività a lungo termine auspicata dalla Commissione.  In conclusione, il Commissario europeo per la competitività sta assumendo un ruolo sempre più controverso. È sempre più difficile stabilire quanto la Commissione sia in grado di difendere il consumatore. Forse il modo migliore per difendere i cittadini è lasciar loro fare le scelte che credono, perché la Commissione a Bruxelles ha a volte un’idea parziale e incompleta di cosa ci sia fuori dai palazzi. Fuori, il mercato è dinamico ed in continuo miglioramento. Il “monopolista” Google, così come Microsoft anni fa, non durerà per sempre, ma dovrà fare i conti con l’innovazione o altrimenti lasciare il passo, indipendentemente dalle multe. Ricordando il libro “The Antitrust Paradox” di Robert Bork, citato in diverse sentenze della corte americana, sembra, in realtà, che l’unica parte tutelata dalle pratiche di antitrust siano proprio i concorrenti, inefficienti, che non riescono a farsi strada in un mercato competitivo, dove i consumatori sono già soddisfatti da alcune imprese sane e ben organizzate.

Cesare Ancherani

L’Impresa Di Tutti

L’altro giorno mi è apparsa in bacheca una pubblicità a pagamento (Il tutto portava a uno dei soliti siti-truffa a schema di Ponzi sulle opzioni binarie): “Questo è lo stile dei nuovi imprenditori”, recitava a chiare lettere l’inserzione, mostrando un gruppo di ragazzi sorridenti con tavole da surf e collanine tribali stipati dentro un range rover, con tutta l’aria di essere appena usciti dal set di “Summerland”.

“Non è quello lo stile dei nuovi imprenditori” ho subito pensato.

Jeans Levi’s che cadono larghi, scarpe nere, t-shirt dozzinale, camicia non stirata, cappellino NY yankees, maglia del Liverpool, maglioncino di Zara in saldo, Casio oro, calzini spaiati: questo è lo stile dei nuovi imprenditori.

Al diavolo Patrick Bateman e Paul Allen e che in American Psycho litigano per il miglior biglietto da visita. Al diavolo i corporativismi. Al diavolo tutto. Si chiama l’ascesa della micro-imprenditoria. Siamo tutti banchieri. Siamo tutti taxisti. Siamo tutti alberghieri. Siamo tutti imprenditori.

Hai una stanza inutilizzata in casa? Airbnb ti permette di affittarla.

Hai un’ idea vaga e irrazionale in testa? I portali di crowdfunding ti permettono di ottenere capitale.

Hai una macchina? Puoi improvvisarti tassista con Uber.

Hai bisogno di soldi? Puoi ottenere un prestito tramite da privati tramite portali di social lending.

collaborative-consumption

Tutto viene condiviso, gli asset sono impiegati in maniera più efficiente. E’ in atto un cambiamento inarrestabile.

A cambiare le regole nel settore dei Taxi ci avevano provato prima Bersani nel 2006 e poi Monti nel 2012. Il risultato è stato lo stesso: dopo l’alzata di scudi da parte degli ordini professionali, i timidi tentativi di riforma si sono spenti sul nascere. Adesso spiegate agli intellettuali e ai benpensanti che le guerre nelle piazze sono state Waterloo, che i venti riformisti si sono arenati su barriere di compromessi e voti di scambio. La rivoluzione ora si scarica direttamente sullo smartphone e costa al massimo 99 centesimi .

Chiamatela distruzione creativa. E’ l’ascesa dell’economia di condivisione, dell’imprenditoria 2.0. Siamo di fronte a una svolta epocale. A Maggio avete visto i tassisti di Milano lanciare uova e improvvisare scene di guerriglia urbana. Sappiate che era solo il trailer.

Mille regole, inefficienze, over-burocratizzazione, ascesa di monopoli e caste. Tutto crolla sotto i colpi di una nuova forza eretica, figlia del nuovo millennio, che mescola lo spirito di condivisione marxista e l’iniziativa imprenditoriale americana. I vostri discepoli saremo noi, che non compriamo giornali: è tutto perso tra Internet e Facebook.

Non compriamo Dvd: tutta la storia del cinema è in streaming.

E’ in atto una rivoluzione inarrestabile. I micro-imprenditori viaggiano in derapata sulle vecchie curve di domanda e offerta. Citando Burbank, presidente della Nielsen: “In un futuro non distante, tutto quello che potrà essere condiviso, verrà condiviso”. E non si parla solo delle foto di Jennifer Lawrence.

Tutto ciò che può essere simultaneamente posseduto da tutti è posseduto da tutti.

Tutto ciò che può essere facilmente fatto da tutti è fatto da tutti.

La direzione è chiara: scompare l’inutile, la proprietà intellettuale, la licenza, il vincolo, gli albi; tutto più elastico e tutto meno arbitrario.

Le associazioni di categoria, coi sindacati e la politica possono schiamazzare a Ballarò e trincerarsi sulla Costituzione, ma questa volta il rumore non vincerà.

(Airbnb ora affitta più camere di tutta la catena di Hotel Hilton, ndr.)

Fabio Diroma

Thinking before Re-thinking

A seguito del nostro articolo “Post-Crash, la Matematica non è un Reato”, critico su uno degli aspetti della proposta complessiva delle varie sigle sostenitrici di quello che chiameremo (non senza ironia) “pluralismo” nelle scienze sociali, su  Pagina99 e’ comparsa una risposta che attacca il BocconianoLiberale a tutto campo “Quello che il Bocconiano Liberale non capisce”.

 

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Tra le altre cose, in chiusura si dice che siamo dogmatici in tutto perchè dichiariamo di essere ideologici. Purtroppo questa conclusione non rende giustizia al resto del pezzo, contenente anche diversi spunti interessanti e ben scritto. Dichiarare di essere ideologici e’ un atto di onesta’ intellettuale, dal momento che
tutti possiedono una (parziale) visione del mondo. Anche gli amici di Rethinking Economics hanno, sicuramente, una visione del mondo parziale, ma preliminarmente al dibattito che essi vogliono stimolare e’ utile ricordare che l’approccio scientifico ai problemi presuppone esattamente uno sforzo, da parte di chi li affronta, a farlo in maniera il più possibile distaccata.

Il “metodo neoclassico” criticato dai pluralisti non corrisponde a nessun metodo particolare per chi lo adotta, se non alla tendenza a separare i fatti dalle prese di posizione, l’analisi positiva da quella normativa, le premesse dalle conclusioni, sopratutto quando le seconde non sono quelle che le proprie preferenze porterebbero a gradire di più. In questo senso esso non ha alcun portato ideologico, a differenza delle scuole “alternative” che si vorrebbe porre sullo stesso piano dell’economia mainstream.

Perchè chi si dice ideologicamente liberale, allora, difende una metodologia il cui principale vantaggio, proprio secondo chi la difende, e’ l’essere a-valutativa, neutrale rispetto ai valori?

Conoscere per deliberare, diceva qualcuno. Sforzarsi di mettere le proprie opinioni alla prova dei fatti, e non usarle come una clava, aggiungeremmo noi. Senza per questo affermare che le posizioni politiche debbano prescindere da considerazioni di natura valoriale, ovviamente: e li’ sta il rifiuto del principio efficientista e tecnocratico che lo stesso Fraccaroli poteva rintracciare nella auto-descrizione che ha avuto la perizia di leggere.

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Veniamo al contributo apparso su Pagina99 circa la matematica: il punto non e’ distinguere tra argomenti qualitativi e quantitativi, e ne diamo atto al Fraccaroli, ma utilizzare un linguaggio che evidenzi chiaramente ogni passaggio logico, ogni argomentazione, la conseguenza di ogni ipotesi – accade che il linguaggio matematico serva meglio d’altri allo scopo. Chi alla matematica non e’ nuovo sa bene che l’economia non usa solo l’analisi, il calcolo delle probabilità e la statistica inferenziale, ma ha ormai acquisito strumenti della logica, della teoria degli insiemi, della teoria della misura, etc. : si tratta di attrezzi utili non a “quantificare”, ma a spiegare in maniera priva di ambiguità quanto si ha da dire.

Certo, ogni linguaggio ha i suoi limiti, ma opporsi alla matematizzazione con l’argomento che questa implichi un restringimento dell’analisi alle sole questioni quantitative significa non avere idea di ciò’ di cui si sta discutendo. Ma l’attacco di Rethinking Economics e’ piu’ generale, come si conviene a ogni progetto ambizioso: essi richiedono “un’apertura dell’insegnamento verso altri approcci teorici, atri approcci metodologici e altre discipline sociali ed umanistiche, senza le quali (sic) l’economia non può fare a meno”. Non “contro” la matematica e la modellistica, ma a favore di un “affiancamento” di altre metodologie.

Si tratta di un fenomeno carsico, quello dell’attacco alla torre del pensiero mainstream, con la solita accusa di dogmatismo e chiusura, che e’ ricomparso cosi’ spesso da aver ormai esaurito quasi tutte le cartucce. E’ un peccato dover segnalare ai pluralisti se da un lato essi cercano di combattere una battaglia senza senso perché già vinta, dall’altra nel farlo rendono evidente il tentativo di riportare in auge teorie scartate nel processo evolutivo della scienza economica.
Se l’obiettivo e’ aprire l’economia neoclassica a contributi provenienti da altre scuole e altre discipline, l’invito arriva tardi: già nel 1974 veniva assegnato un premio Nobel ad Hayek, non certo un economista mainstream. I contributi di Hayek sono stati esaminati, analizzati e digeriti dalla teoria mainstream. Questo non e’ accaduto solo con Hayek, ma e’ un processo continuo: Thomas Schelling ha vinto il Nobel nel 2005: facile notare i punti di contatto tra il lavoro di Schelling, il lavoro di Kenneth Waltz e altri studiosi delle Relazioni Internazionali; anche Oliver Williamson, Elinor Ostrom e Douglass North hanno vinto il Nobel, e il loro lavoro (“istituzionalista”) e’ ampiamente citato in vari ambiti della letteratura mainstream. Negli ultimi anni ha acquisito una certa notorietà anche il lavoro di Daniel Kahnemahn, altro premio Nobel: parecchio strana, questa dogmatica teoria mainstream che assume tutti perfettamente razionali e poi riesce a valorizzare i contributi di un intero filone (behavioural, per non dire della letteratura di decision theory) basato sull’abbandono dell’ipotesi di razionalita’. L’economia si e’ cosi’ aperta al contributo di psicologi, scienziati politici, sociologi, politologi, storici: studiosi come Joachim Voth o Avner Greif rappresentano una lettura indispensabile per molti economisti.
Insomma, se gli amici di Rethinking Economics chiedono l’apertura, forse discutono dell’economia del 1960. Nel 2014, la loro battaglia e’ gia’ vinta. Ma allora, come si diceva sopra, forse l’obiettivo era un altro. Pur dicendosi pluralisti, vogliono, in fondo, una disciplina più ideologizzata nel metodo d’indagine, basata su scuole schierate in base a opposti dogmatismi. Parlano, non a caso, di aprire a metodologie che già da sole sono accompagnate da una etichetta che ne definisce premesse, conclusioni e scopi.

Appelli come quello che leggiamo sono diventati popolari non dimostrando i problemi dell’economia neoclassica (o dell’assunto metodologico che sostiene il mainstream), ma facendone uno straw-man così da giustificare la necessità di un nuovo quadro teorico. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che la maggior parte dei contributi si inventa un problema per giustificare il suo metodo prediletto. In un articolo di quasi due anni fa, Alberto Bisin scriveva che non e’ corretto affermare che non vi sia “distinzione alcuna tra economisti, che sono tutti d’accordo su tutto (…). È che l’economia come è concepita in Italia, dibattito tra scuole ideologiche contrapposte, non esiste (da molto ma molto tempo). L’economia è un metodo comune con diverse applicazioni: gli economisti discutono modelli diversi e quanto questi si avvicinino alla realtà dei dati – basta esser stato ad un seminario in un buon dipartimento per accorgersi che le discussioni sono spesso vivaci, ma mai tra “scuole” che parlano linguaggi diversi”.
Pur consapevoli che lo stato attuale della scienza economica, nonostante non possa vantare unicamente successi, e’ tale da permettere aggiustamenti anche sostanziali nel modo di affrontare i problemi, coloro i quali definiscono se stessi pluralisti sembrano tradire da subito l’intenzione di diventare molto più ortodossi e dogmatici nel caso in cui dovessero per caso diventare egemoni. Tra gli approcci da rivalutare compaiono cosi’ il keynesismo pre-1980, nonostante il suo superamento non sia stato un accidente, ma dovuto all’emergere di problemi teorici profondi nella teoria mainstream precedente alla rivoluzione delle rational expectations. Bisogna anzi dire chiaramente che, in un mondo come quello propostoci da chi si definisce pluralista, un cambiamento di paradigma poderoso come quello avvenuto a cavallo dei primi anni ’80 sarebbe impossibile: ogni critica verrebbe etichettata come un prodotto di scuola, ogni argomento diventerebbe oggetto di battaglia di parte.
Torniamo al punto di partenza, allora: noi siamo liberali, e lo rivendichiamo. Questo implica pero’ che riteniamo che l’accademia debba essere libera da oscene balcanizzazioni.

Crediamo nell’autonomia individuale e nell’insegnamento libero.

Non crediamo per questo che l’economia oggi sia insegnata sempre nel modo migliore: forse si potrebbe stimolare di più il pensiero critico riducendo l’importanza delle lezioni frontali e aumentando il peso della produzione autonoma dello studente, forse si potrebbe strutturare in modo più intelligente il passaggio attraverso la modellizzazione, l’inferenza, il rapporto coi dati.
Aprire alle “eterodossie” significa, d’altra parte, privare l’economia di uno dei suoi grandi privilegi: un linguaggio comune a chi parte da premesse valoriali molto distanti, in grado di permettere a chiunque di verificare, comprendere e contestare le affermazioni che legge, senza per questo dover etichettare o essere etichettato. Questo gli amici di Rethinking Economics non lo capiscono, o forse lo capiscono, e hanno cosi’ poca fiducia della sostenibilità delle proprie proposte da preferire un mondo in cui ci si urla addosso a un mondo in cui le opinioni vengono pesate per quello che sono, e non in base all’appartenenza di chi le presenta o all’etichetta ideologica di comodo attribuita da chi le contesta.

Studenti Bocconiani Liberali – Milton Friedman Society


Il Tribunale delle Acque Pubbliche

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Spesso in Italia il legislatore finisce fuori strada, a volte, però, gli effetti rasentano la pura follia – del resto, che dovremmo aspettarci da una legge in vigore il cui titolo è: Decreto Legislativo Luogotenenziale del 20 Novembre 1916 n.1664? … Continua a leggere

L’infallibile Sorgenia

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Tanto tempo, così si racconta, esisteva un mercato in cui tutti potevano fallire, fare bancarotta, chiudere e andare avanti. Dico tanto tempo fa perché, come sappiamo tutti, ora non è mica più così. Ora per poter fallire bisogna essere persone … Continua a leggere

Sesso, Droga e Rock’n Roll

Un grande passo per lo Stato, un piccolo passo per la comunità: da quest’anno verranno conteggiate nel calcolo del PIL anche le attività illegali. Le ultime stime disponibili risalivano al 2007, quando Obama non era ancora stato eletto e Prodi non si era ancora congedato dalla vita politica. In ogni caso, la situazione allora era questa:
L’11,2% della popolazione nazionale tra i 15 e i 64 anni consuma annualmente 1172 tonnellate di cannabis (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, 2005) e l’offerta di sesso oscilla tra un minimo di 17,500 (Parsec Consortium, 2006) e un massimo di 70,000 sex workers (Osservatorio permanente sulla prostituzione, 2007), di cui intorno al 60% lavora per strada.

Tuttavia, in termini reali, cosa cambia? Sembra nulla. Infatti, la regola è ancora la stessa: fumo e puttane fanno andare all’inferno.
La strategia di Gianfranco Fini ed in generale del blocco cattolico è stata quella di bloccare il mercato dei due beni per limitarne il consumo. La Francia aveva già impiegato una soluzione simile per quanto riguarda i bordelli. Risultato? I Francesi hanno spostato il loro consumo su beni del mercato tedesco.

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In ogni caso, dare la caccia ai pusher e picchiare le prostitute ha dei risvolti economici, e neppure inconsistenti. Ottimisticamente guardiamo ai mancati guadagni.
Partiamo dalla cannabis: considerando un prezzo sul mercato nero intorno ai 7 euro al grammo, ci troviamo davanti ad un giro d’affari di circa 27,075 miliardi di euro. Ipotizzando l’applicazione di una tassa sul consumo e il risparmio derivante dalla cessazione della politica proibizionista (ben 943 mln!), le casse dello Stato registrerebbero un’entrata annuale di almeno 6,358 miliardi.
Cambiando bene di consumo, stimiamo che il business valga annualmente, prendendo come prezzo medio 30 euro per una prostituta di strada e 175 per una che lavora in casa e come numero di prestazioni giornaliere 10 per tutta la settimana, 10 miliardi. Anche in questo caso, se le new entry dell’albo dei professionisti avessero la possibilità di aprire una loro partita IVA, si avrebbe un guadagno pubblica di almeno 2 miliardi circa.
Volendo rimanere nel concreto facciamo un paragone con qualcuno che sta sbocciando a forza di legalizzare: l’Olanda ha un’industria del sesso che fattura circa 625 milioni di dollari l’anno, sui quali impone una tassa del 33%, mentre il consumo di cannabis frutta 400 milioni di IVA.
Recentemente anche l’Uruguay ha adottato una politica più morbida con le canne, ben lungi dall’avvicinarci ai radicali ma riconoscendo che siano gli unici a fregarsene un minimo, ci si domanda se nel loro prossimo spot Pannella menzionerà anche loro.

Giovanni Trebbi

Esiste la Scuola Austriaca?

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Recentemente il variegato universo liberale italiano è rimasto traumatizzato da un gravissimo scisma interno. Leonardo Facco ha proposto a Michele Boldrin di discutere in live streaming le loro diverse posizioni economiche. Sembra che Boldrin abbia telefonicamente declinato l’invito, sostenendo che … Continua a leggere

Eurobond-Scettici

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Qualche giorno fa, navigando sul web intento a spulciare i programmi dei principali partiti italiani per le imminenti elezioni europee, notavo la particolare affezione che la maggior parte di loro ha per alcuni strumenti ‘magici’ di contrasto alla crisi del … Continua a leggere

Il Padoan Pensiero e la Tassa sui BoT

Pier Carlo Padoan è il nuovo Ministro dell’Economia e delle Finanze: professore di economia alla Sapienza di Roma; vice segretario generale e capo economista dell’Ocse; presidente dell’Istat in pectore. Si è puntato quindi nuovamente su un tecnico, facendo leva sulle relazioni nella comunità internazionale che dovrebbero essere utili per dare garanzie all’Europa. Non male, fin quando andiamo a ricordare il suo periodo di consulenza alla presidenza del consiglio tra 1998 e il 2001 per Massimo D’Alema e Giuliano Amato, che ci fa capire quindi quale è il pensiero economico del neo-ministro: si salvi chi può!

Se da un lato il neo ministro ha detto che ci sarà l’impegno a diminuire il cuneo fiscale (come dicono tutti del resto), dall’altro lato si prospetta, come abbiamo potuto ascoltare in questi primi giorni del nuovo governo, un aumento dell’imposizione sui consumi e sui patrimoni poiché, a detta di Padoan, “sono tasse che non penalizzano molto la produttività del paese e hanno effetti più limitati sulla crescita economica, rispetto a quelle sul lavoro”, e quindi più facilmente imponibili. Questo vorrà dire, quindi, che non ci sarà un alleggerimento del prelievo fiscale sugli immobili, anzi ci sarà un probabile ulteriore aumento in virtù della Tasi e della Tari a partire dal prossimo giugno. E poi nuove accise sulla benzina e ancora rialzi dell’Iva. Infine un aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie, oggi colpite al 20% e destinate a salire fino al 30% affinché sia più vicina alla media europea. Che sia allora l’inizio per arrivare ad una maxi patrimoniale, proprio come voleva Amato?

BOT
Tra le idee, che riguardano la tassazione sulle rendite finanziarie, vi è quella di un possibile innalzamento dell’imposizione sui BoT, che ad oggi godono di una tassazione privilegiata rispetto alle altre rendite, con un’aliquota del 12,5%. Un’idea caldeggiata da diversi esponenti del PD, ma che risulta inefficace. È interessante ragionarci su. Aumentando la tassazione sui titoli di Stato diminuisce la domanda e quindi il prezzo dei titoli stessi. Di conseguenza, essendo il prezzo dei titoli di Stato inversamente proporzionale al loro rendimento, crolla il prezzo e aumenta il rendimento. Cioè, per poter continuare a piazzare le proprie obbligazioni, lo Stato dovrà ricompensare gli investitori offrendo loro un rendimento lordo più alto, in modo che il rendimento netto per gli investitori sia uguale. È una cosiddetta partita di giro. Risultato: l’effetto netto sul bilancio è pressappoco nullo.
Consiglio di dare un’occhiata al link ”http://noisefromamerika.org/articolo/illusioni-tassazione-sostitutiva-bot-3“, in cui sono spiegate approfonditamente le dinamiche, sia nel caso in cui tale tassazione si dovesse applicare su titoli di nuova emissione (il caso appena trattato) che di vecchia.

Questa dovrebbe essere una delle manovre da attuare per raggiungere i dieci miliardi utili per ridurre il cuneo fiscale. Dalla quale però, come abbiamo detto, si potrebbe guadagnare ben poco, solamente circa 400 milioni, secondo alcune analisi. Tassare le rendite finanziarie non ha mai portato a grandi risutati: basti pensare alla Tobin Tax, l’imposta sulle transazioni finanziarie, introdotta lo scorso anno e che ha portato nelle casse dello Stato meno di 200 milioni.
Meglio concentrarsi sulla liberalizzazione dei servizi pubblici e sul taglio di una spesa pubblica più che mai improduttiva.

Andrea Garofalo

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