Merendine Moncalieri

Immaginate di dover andare a comprare della frutta. Ora immaginate che ogni volta dobbiate andare a comprare della frutta compaia magicamente una persona alla vostra porta, pronta ad offrirvi i vostri frutti preferiti ad un prezzo più basso di quello che trovereste in qualunque negozio della vostra città. Vi darebbe fastidio?

 

Parafrasando è questo che succede da ormai un anno all’ITIS Pininfarina, dove un ragazzo di 17 anni ogni giorno vendeva ai suoi compagni merendine a prezzi inferiori di quelli offerti dalla scuola. Questo giovane imprenditore girava per tutti i negozi della città cercando i prezzi più bassi per poi rivendere a scuola, modulando inoltre l’offerta in base a quali merendine piacevano di più ai suoi compagni.

 

Il ragazzo è stato premiato con una bocciatura ed una sanzione ancora da decidere, tutto in nome della legalità e della sicurezza dei singoli.

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Questo diciassettenne ha avuto la piccola sfortuna di essere concorrente in un mercato monopolizzato dalla burocrazia di un’istituzione nazionale, facendo semplicemente ciò che è la base di qualunque contesto di scambio che funzioni, conquistando la parte di offerta che meritava. Di qui non è ammissibile che dei giovani risparmino quotidianamente dei soldi quando la loro Scuola ha stabilito che il prezzo delle merendine debba essere più alto. Allo stesso modo non è ammissibile che un ragazzo si impegni in modi non convenzionali per avere successo a discapito di situazioni non efficienti.

 

Questo episodio è una metafora perfetta della situazione italiana, un paese in cui serve la licenza anche per tagliare l’erba del vicino per cinque euro. Siamo circondati da associazioni di categoria, albi e burocrazia varia. Siamo circondati da tanti cartelli legalizzati che uccidono la competizione nel nostro paese e con essa ogni spirito imprenditoriale od ogni volontà lavorativa.

 

Sorge spontanea una profonda riflessione: non siamo stanchi degli infiniti tempistiche burocratiche di attesa, degli innumerevoli documenti e permessi per poter mettere in piedi anche la più piccola delle nostre iniziative? Non siamo stanchi di sottostare ad un giudice che si arroga il diritto esclusivo di decidere chi può fare cosa? Secondo quale principio etico od economico se ci sono persone che sono disposte a fare affari con noi non possiamo liberamente decidere di accordarci con loro?

 

È giusto che esistano delle regole è giusto cercare di rompere le barriere di asimmetria informativa cercando di incentivare comportamenti volti alla trasparenza, ma è veramente giusto impedire ad un libero cittadino di partecipare all’economia? La risposta è semplice, anche se in questo paese non appare così scontata. La liberalizzazione dell’economia non è il demonio, è solo il modo attraverso cui diamo il potere ad ogni singolo di fare ciò che vuole, e di contribuire nei modi che più preferisce fin tanto che ci sono altri disposti a fidarsi e collaborare con lui. Peccato che in questo paese interessi solo evitare che qualcuno sia più bravo di noi.

Ancora una volta #dallapartedeglioppressi

 

Simone Pasquini

I <3 Bocconi #escile: una prospettiva hegeliana

Molti sarebbero tentati dallo spiegare il fenomeno “tette e culi per la tua università” con un noto adagio de “Il cavaliere Oscuro” per incasellare il fenomeno Joker: “Certi uomini (donne in questo caso) vogliono solo vedere bruciare il mondo”. Senza alcun fine, senza alcun motivo apparente: solo per il gusto di attizzare un’umanità varia e a tratti bestiale.
Ma nessuna interpretazione del fenomeno può essere più sbagliata di questa: qui non si tratta di voler vedere bruciare il mondo ma di una tappa fondamentale per pervenire ad una maggiore consapevolezza del ruolo che hanno le università nel formare classe dirigente. Dobbiamo perciò rinunciare alla spiegazione individuale del perché alcune ragazze “le escono”, perché la motivazione è la stessa che spinge altre ragazze “più caste” a pubblicare i loro selfie 15 volte al giorno con altrettanti filtri diversi: la voglia di ricordare agli altri e a se stessi di esistere.
A prima vista il mio potrebbe apparire un discorso paradossale, ma facciamoci aiutare da Hegel per comprendere il fenomeno e riportarlo nell’alveo della razionalità.

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Il mantra (il frame per usare un gergo più tecnico) che si va ripetendo, soprattutto nella nostra università, è il seguente: la vita è un percorso lineare. Se ti impegni prenderai bei voti. Se prendi bei voti avrai un buon lavoro. Se avrai un buon lavoro sarai felice. Questo è quello che ogni bocconiano si sente ripetere dal primo giorno in Università. Sia chiaro, se fosse vero che la vita è un percorso lineare il resto del problema sarebbe, almeno in una buona parte, vero. Questo modo di intendere la vita si riflette poi in un istinto di repulsione verso le novità che non siano accettate dalla maggioranza, e nell’incapacità di fare scelte coraggiose e di rottura. Chi bazzica l’ambiente associativo sa benissimo quanto la nostra Università sia ossessionata dalla sua immagine e come si prodighi costantemente per bloccare qualsiasi iniziativa che possa infastidire qualcuno. E questo è una variante della mentalità precedente: università fa solo cose nel mainstream, perciò non infastidirà nessuno, perciò la sua reputazione migliorerà. Ma questo non è assolutamente in linea con quello che dovrebbe essere un’università, come ho scritto qui: è solo un tentativo di mediare in quello che è uno scontro tra fazioni non ben identificate e questo non ha ovviamente nulla a che fare con la volontà di espandere la nostra conoscenza e di formare classe dirigente (che è fatta di persone con una visione indipendente rispetto a quella proposta dai vari editorialisti dei quotidiani). Questo ci introduce al fatto che molti interpretano il fenomeno “tette” nel senso “come è caduta in basso la nostra università”. Questi sono quelli che più hanno interiorizzato il discorso della nostra università, per cui, coerentemente, associare il nome Bocconi ad un paio di tette è al limite del sacrilego perché fuori da quello che è il branding pulito e rassicurante che viene proposto. E questa è la nostra tesi, in senso hegeliano.

L’antitesi è la comparsa del fenomeno tette: un paio di tette non è rassicurante e rompe lo schema precedente. Lo dimostra il fatto che la gente si spacca immediatamente in due fazioni che possiamo chiamare per comodità “allupati” e “bigotti”.
Le tette dividono, creano discussione e alimentano una gara a chi fa la battuta più divertente. Tutto questo urta la sensibilità di alcuni ed esalta la creatività di altri, in una spirale che termina per esaurimento più che per superamento.

Ma se questo articolo si propone di fare un’opera di interpretazione di stampo hegeliano, il suo compito è anche quello di preparare il terreno per il superamento di tesi e antitesi cosicché si pervenga alla sintesi vera e propria. Se la tesi è un’impostazione chiusa e bigotta rispetto alla vita e alla realtà, mentre l’antitesi è la negazione di questo per una spensierata distruzione di ogni ordine prestabilito, la sintesi deve essere, per usare un linguaggio più friendly, un mix di entrambe. E allora ecco che il fenomeno tette ci ricorda che dobbiamo prenderci un po’ meno sul serio e soprattutto che la consapevolezza di sé stessi e l’accumulazione della conoscenza non seguono sempre un percorso lineare. Quando la cappa di perbenismo e bigottismo (che in alcuni momenti possono svolgere un ruolo inconsciamente salvifico) diventa insopportabile si creano naturalmente le condizioni per la rottura. E rispetto a quello che è l’establishment di questo paese una rottura è necessaria ed è doveroso che arrivi proprio da quelle università che si propongono, per ragioni storiche, di sfornare classe dirigente.
Su una cosa, infatti, possiamo stare assolutamente tranquilli: se la classe dirigente del futuro sarà peggiore di quella attuale, non lo sarà perché ci sono gli allupati e le tipe che “escono” le tette.

Nicolò Bragazza

Natale alla Mecca

Nel paese che non riesce a non buttare in caciara qualunque cosa, all’improvviso si è cominciato a porsi il problema della celebrazione del Natale.

Complice l’indelicata (e politicamente imbecille) mossa del preside della scuola di Rozzano, all’improvviso la priorità assoluta della discussione politica di uno Stato arrivato al settimo anno consecutivo di crisi economica è diventata quella di discutere di quali canti debbano o non debbano essere messi all’Indice questo 25 dicembre (“Ma le canzoni che parlano di neve e non di Gesù si possono cantare?”).

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Il Natale è guerra di religione, dimenticando che Gesù sia il secondo più grande profeta dell’Islam, oltre che ovviamente il Figlio di Dio per tutte le religioni cristiane che siano sopravvissute alla Pace di Vestfalia.

Il Natale è guerra di partiti, fra gli eredi dei partiti estremisti che una volta all’anno rivendicano le radici giudaico-cristiane, e gli eredi dei partiti democristiani che dicono che in fondo basta ricordarsene quando ci si trova nella cabina elettorale, ma il resto dell’anno meglio non dirlo troppo forte, anche se ci tengono a precisare che loro l’albero lo fanno tutti gli anni.

Ma a guardar bene ci si accorge che il Natale, più che altro, è guerra di poveri imbecilli, spesso troppo grotteschi per essere in malafede, spesso troppo in malafede per essere lombrosianamente decenti. Imbecilli che confondono la religione e la tradizione, che confondono la laicità e la storia, che confondono il rispetto con la censura, che confondono il coinvolgimento con il senso di vergogna.

Le lamentele per la celebrazione delle “feste cristiane” non sono mai venute da appartenenti ad altre religioni in Italia, ma sempre e soltanto da qualche peones dell’amministrazione pubblica (presidi, giudici, insegnanti, procuratori) in cerca di una improbabile carriera politica, o con l’aspirazione ad apparire sulla prima pagina del numero settimanale de L’Espresso o magari addirittura nella sezione “cultura” di Repubblica. Queste lamentele non sono mai venute da ebrei o musulmani o shintoisti o pastafariani, e cercare l’indomani delle stragi di Parigi di creare e aggiungere tensioni gettando altra benzina sul fuoco del fanatismo religioso, è solo una criminale operazione demagogica di politici terroristi, nel senso letterale di “coloro che fanno del terrore”.

Concludo: nel Natale del 1914, durante la Prima guerra mondiale, sul fronte occidentale le truppe tedesche, inglesi e francesi deposero le armi, lasciarono le trincee, e si scambiarono auguri, alcool e regali. Per pochi giorni, in un conflitto che ha lasciato 15 milioni di morti, senza che nessun generale o governo avesse organizzato alcunché, truppe nemiche interruppero la guerra, si trovarono a festeggiare, e giocarono a calcio. Non so se fra le truppe indiane-inglesi o nordafricane-francesi e quelle tedesche vi fossero indù, islamici o cristiani, ma il 25 dicembre 1914 tutti i soldati impegnati in guerra fecero una tregua per celebrare il Natale. E 100 anni dopo dichiararsi (metaforicamente) una guerra attorno a quella stessa giornata vuol dire non avere imparato nulla.

Andrea Inversini

Dove finisce la libertà

Giusto e sbagliato non esistono. Esistono le maggioranze e le minoranze. Esiste l’unanimità, quasi mai, o un’approssimazione di essa. Il pluralismo funziona attraverso maggioranze e minoranze, fissa regole che vanno rispettate non perché giuste, ma perché unico mezzo per garantire il vivere civile. Il conflitto esiste, perché è intrinseco all’idea di pluralismo, ma attraverso l’esercizio democratico resta un conflitto concettuale e (quasi) mai materiale

Per la verità giusto e sbagliato esistono, ma sono idiosincratici. E ogni aggregazione e generalizzazione sono impossibili. L’unica via pacifica è quella delle maggioranze e delle minoranze, delle regole e del pluralismo. Tuttavia, il sistema regge fintanto che tutti accettano la soggettività di giusto e sbagliato, finché tutti sono pronti a fissare per sé i canoni etici che ritengono migliori, ma non pretendono di imporre i medesimi canoni ad altri. A meno che questi non siano previsti dalle regole. Ha un valore la libertà? Se sì, l’unica via per preservarla è il pluralismo. La libertà è tutelata dalle regole, che sono decise dalla maggioranza e accettate dalla minoranza, che le rispetta in nome della libertà stessa e nella speranza di diventare domani maggioranza.

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Quando però un gruppo di individui rifiutano l’idiosincrasia del giusto e dello sbagliato, quando rigettano il pluralismo, l’unica via da seguire è schierarsi. Il pluralismo è fragile e quando viene messo in discussione deve essere protetto da coloro che, soggettivamente, ritengono sia migliore della dittatura del pensiero che viene contrapposta ad esso. Anche in questo caso non è questione di giusto o sbagliato, è questione di maggioranze e minoranze. Se la maggioranza pluralista è capace di vedere il problema, non sottovalutarlo, comprenderlo in tempo, allora la maggioranza prevale. Ma se questo non avviene, allora anche una minoranza può prevalere e imporre il proprio regime. Opposto a quello democratico pluralista. E può fare ciò proprio perché rifiuta le regole decise attraverso il pluralismo. Solo la comprensione e la reazione sono la soluzione. Il pluralismo ammette mediazioni su tutto, ma non ammette mediazioni, tergiversazioni, compromessi sul pluralismo stesso.

Il punto è che il Corano, e con esso l’Islam, è totalmente incompatibile con la società pluralista, perché nega la libertà e impone il pensiero unico. E non fa ciò a livello teologico o filosofico, come fanno altri testi sacri delle religioni monoteistiche, ma lo fa a livello pratico. La legge coranica è legge dello Stato, pensata per essere legge che regola la vita quotidiana della società. Ed é una legge in cui il pluralismo non trova spazio. L’Islam cosiddetto moderato è una particolare interpretazione del Corano in chiave pluralista, (per fortuna) utile per coloro che già integrati nella società pluralista, vogliono mantenere la loro tradizione musulmana. Ma quanto l’interpretazione è moderata ed escluse la Guerra Santa, l’accettazione del pluralismo è già avvenuta da parte dell’individuo. Ma questa è l’eccezione, la forzatura, non la regola e la normalità. Se non vogliamo che il nostro pluralismo soccomba, allora dobbiamo schierarci. Non è un problema di giusto o sbagliato in senso assoluto, ma di giusto e sbagliato relativo alla nostra morale. Ciò che dobbiamo chiederci è quanto valore diamo alla nostra libertà e alla nostra democrazia pluralista, al nostro vivere civile e alla nostra coesistenza pacifica. Se riteniamo che queste cose siano preziose e siano preferibili all’alternativa di una società monocratica governata dalla legge religiosa mussulmana, allora è necessario reagire e schierarsi. E il problema non si può risolvere con il dialogo, in modo pluralista o democratico, proprio perché la controparte rifiuta il pluralismo e ha come scopo la sua eliminazione.

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Pazienza e tolleranza sono stati i principi applicati con cura nella gestione delle primavere arabe e nell’inerzia applicata fino a ieri nel combattere l’Isis. I risultati di questa strategia sono stati di fortificare la belva, di renderla meno controllabile, più efficace e più pericolosa. Questo atteggiamento è stato molto comodo e conveniente per i governi occidentali negli ultimi anni. La cultura della comprensione e della differenziazione a tutti i costi sono state pervasive, cosicché l’elettorato sarebbe stato molto poco comprensivo rispetto a interventi diretti e incisivi contro un pericolo non imminente. Penso che la strategia, da parte dei terroristi musulmani, di creare terrore, guerra, fame e povertà nei territori mediorientali sia stata precisamente mirata a creare l’ondata migratoria che si è verificata negli ultimi mesi. E l’obiettivo di questa strategia era di creare tensioni, asti, paralisi decisionale tra coloro che, unici, potevano decidere di intervenire contro l’espansione terroristica, ovvero gli stati occidentali. Il fatto che musulmani siano stati vittime di questa strategia militare, e sottolineo militare, non significa che altri musulmani e la legge islamica non siano la causa del problema.

Nessuno si augura di dover usare le bombe. Sappiamo tutti quanto la pace sia preferibile alla guerra, al sangue, alla perdita delle persone care, alla fame. Ma la reazione che dovevamo mettere in atto da ieri e che dobbiamo mettere in atto da domani è necessaria proprio per non arrivare alle bombe. Perché l’alternativa alla pace che ci garantisce il pluralismo è quella delle bombe, della dittatura e dell’assenza di libertà. E, ripeto, la ragione per cui questa contrapposizione, questa aggregazione maggioritaria, deve essere tanto eccezionale e forte è che il pluralismo è fragile, sopravvive fintantoché ogni attore interno ne accetta le regole autoimposte, ma soccombe non appena qualcuno dalla minoranza se ne frega delle regole e ribalta il tavolo delle trattative. Se pensiamo che la nostra libertà abbia qualche valore, dobbiamo cominciare presto a difenderla.

                                                                                                                 Fabio Zanardi

 

Non c’è trucco, non c’è inganno

Vista la nuova ondata di attenzione mediatica sul problema vaccini, voglio condividere qualche pensiero sui complottisti, i negazionisti e i vegani, sugli anti-vaxxers e quelli che credono nelle scie chimiche, quelli contrari alla sperimentazione animale e così via. Se qualcuna di queste persone ci legge, vi dico: non preoccupatevi, perchè il libero mercato vi protegge.

Molte persone temono, ad esempio, che il dibattito su farmaci e vaccini sia inquinato dall’influenza delle case farmaceutiche, le quali corromperebbero i ricercatori affinchè i risultati dei loro studi occultino chissà quali tremendi effetti dei medicinali che assumiamo tutti i giorni.

Lo stesso vale per il dibattito sulla sperimentazione animale: secondo i teorici del complotto esisterebbero metodi alternativi che potrebbero risparmiare gli animali, ma che tuttavia restono inutilizzati perchè dannosi per gli interessi economici dei potenti.

Di solito tutto questo viene condito con una buona dose di disprezzo verso le logiche di profitto che queste aziende perseguono e una difesa degli ideali del passato, perchè si stava davvero meglio quando si stava peggio.

Ora, io non voglio convincervi che la logica del profitto sia giusta, perché sono realista ed è inutile sprecare parole, però vi invito a valutare questo fattore quando pensate ai vaccini, oppure agli ogm e avete paura che qualcuno vi stia nascondendo la verità.

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Nel mondo di oggi non si può nascondere la verità, almeno non su larga scala. Se i vaccini davvero provocassero l’autismo, se gli ogm facessero venire il cancro o esistessero alternative alla sperimentazione animale, qualcuno lo saprebbe e ci guadagnerebbe sopra.

Si comincerebbero a studiare vaccini che non provocano l’autismo, si studierebbero altri modi per sfamare le persone e si adotterebbero nuove tecniche per testare i farmaci.

Per inciso, la sperimentazione animale è costosissima e non ci sarebbe casa farmaceutica che non ne farebbe a meno se potesse.

Insomma, pensate pure che le multinazionali siano cattive e il profitto sia sbagliato, ma state pur certi che se le teorie del complotto fossero vere, qualcuno cercherebbe nuove soluzioni per guadagnarci su.

Un’ulteriore rassicurazione, se ancora avete paura dell’influenza delle case farmaceutiche o della Monsanto. Sappiate che queste, anche combinate fra loro, non potrebbero mai competere per fatturato, e quindi potere economico, con uno qualsiasi dei produttori di sigarette. Eppure, sapete bene che le sigarette fanno male e qualcuno ha provato a proporre alternative ad esse, cercando di far soldi.

La logica del profitto è una constante della nostra società. Potrà non piacervi, ma da delle belle garanzie quando si tratta di farsi un’opinione sui problemi del mondo e questo è, certamente, un suo grande pregio.

Insomma, potete sempre fidarvi dell’avidità altrui.

Alessandro D’Amico

Sui liberali che odiano i poveri

E’ ormai di dominio comune l’idea che chi si professa liberale lo fa perché manca di una morale, perché è un egoista, perché è uno che vorrebbe che il mondo venisse governato dalle lobby bancarie che vanno a braccetto con i ricchi. Niente di più vero, ve lo posso confermare.

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Sin dai primi autori che “liberali” potevano definirsi, era ben chiaro questo atteggiamento di odio e menefreghismo nei confronti dei poveri, tant’è che spesso e volentieri le maggiori opere che compongono il panorama culturale liberale sono fantastici artifici retorici atti a nascondere ai più quello che è in realtà il vero intento dei liberali, delle associazioni che si definiscono tali, e dei partiti che si riferiscono ad una tal ideologia.

Noi difendiamo a spada tratta il libero mercato perché sappiamo benissimo che va a svantaggio dei poveracci, e siamo più che contenti di ciò. Il mondo dovrebbe essere governato solo dai ricchi, chissene frega se pur di guadagnare cancellano, annullano, e schiavizzano implicitamente le classi svantaggiate. E’ esattamente quello che vogliamo e perseguiamo. Noi liberali vogliamo che il sistema sanitario venga privatizzato apposta per questo. Chi non può permettersi le cure deve morire, è giusto che sia così, sono anni che combattiamo questa battaglia tutti insieme. La battaglia per l’acqua pubblica ad esempio fu, a mio avviso, un triste intento di dare l’acqua, bene primario, a tutti, cosa che io non posso personalmente tollerare. L’acqua va solo ai ricchi, che la meritano. La scuola non deve essere per tutti, in modo tale che i meno colti e i meno abbienti vengano sopraffatti dai borghesi che li vogliono sfruttare per sottopagarli e fare ingenti profitti. E’ proprio per questo che i sindacati non dovrebbero esistere. Come potremmo infatti perseguire il nostro obiettivo se ci sono queste associazioni piene di coscienza morale che ci costringono a pagare giustamente i nostri dipendenti? Come facciamo a compiere la nostra opera di sterminio e arricchimento se finisce sempre che siamo costretti a dare soldi anche a questi poveracci straccioni? I sindacati devono cessare di esistere.

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E pensare che i più grandi intellettuali liberali si sono spacciati per filosofi morali, che furbacchioni! Noi liberali non abbiamo una morale, è questo il bello. Siamo l’unico gruppo che ha sempre combattuto, e sempre combatterà per i propri interessi, per chi ne fa parte, che spesso e volentieri è un ricco colto che vuole arricchirsi sempre di più, giustamente, alle spalle di chi non può campare se non mettendosi ai suoi ordini. E’ possibile che il pensiero liberale oggi non attecchisca profondamente perché siamo un caso a parte, perché l’uomo è naturalmente portato a perseguire l’interesse del più debole. Nonostante io non riesca a comprendere tutto questo, mi rendo conto che siamo unici nel nostro genere, sono in pochi a desiderare così ardentemente come noi la morte dei poveri, il totalitarismo dei più ricchi e la totale disuguaglianza. Non ci interessa se stiamo parlando di neri, di cinesi o di froci, se sono poveri è bene che si mettano agli ordini di chi comanda veramente, noi ricchi, e che o si lasci morire, o si lasci sfruttare da noi che gli lasciamo giusto qualche spiccio per mangiare, dopo naturalmente aver corrotto la politica e avergli tolto le cure mediche di base. Quando parlo ai banchetti e mi accusano di immoralità io sono contento, è proprio quello che perseguo, non capisco anzi perché la maggior parte dei liberali devono fingere quel marcato approccio morale che chiaramente non si confà all’obiettivo che vogliono perseguire. Sono d’accordo sul fatto che sia una buona maschera per accalappiare i più stolti, ma dobbiamo cambiare tattica.

Io lotto per un mondo in cui i poveri rimangano tali, senza alcuna possibilità di uscita. Un mondo dove giustamente i ricchi si appropriano di tutto il potere e di tutte le risorse. Un mondo in cui finalmente, per chi la merita, vi è la libertà.

Spero l’abbiate capito, stavo scherzando, e voi?

Enrico Mattia Salonia

Punirne cento per educarne uno

Un giorno mi sono chiesto come un liberale come me potesse essere a favore di un’operazione economica centralizzata, politicizzata, pianificata e recessiva come l’Austerity.

Mi son risposto che la crisi economica ha spinto gli Stati a versare molti danari come argine, che ora questi soldi vanno trovati. E tutto sommato, già che questi soldi van trovati, la crisi (già che c’è) può essere la buona scusa per ridimensionare le politiche di Stati particolarmente spendaccioni, inefficienti, improduttivi e spesso criminali nei confronti dei loro stessi cittadini, come accade nei fantomatici Paesi del Sud Europa.

Molto bene, ha senso. Mi sono tranquillizzato, convinto che il mio essere pro-austerity mi collocasse dalla parte del giusto.
Ricordo però un giorno di aver visto una tabella su “come gli stati europei si vedono fra loro”, e che in essa i Greci si considerassero i maggiori lavoratori in Europa. Mi son fatto una risata, mi son connesso su fb, ho visto alcuni amici che si facevano una risata sullo stesso articolo, e sono andato a letto tranquillo.
Il giorno dopo però d’improvviso notai che l’Italia era considerata da qualcuno come uno dei paesi meno lavoratori, e mi è apparso strano. Ogni giorno chiude un’impresa, qualcuno per non chiudere o perdere il posto sostiene ritmi forsennati. I piccoli imprenditori indebitano la casa, spesso la vita, e spesso non solo la loro vita, per aver accesso al credito e poter lavorare. E ho pensato che non è vero che siamo i meno lavoratori d’Europa, e pur tuttavia, se fossi stato uno straniero, probabilmente avrei pensato io stesso che siamo dei fannulloni. E provando ad accordare questi due pensieri, mi son reso conto che probabilmente, quello che gli stranieri pensino sia l’Italia, in realtà è lo Stato italiano. Non sono i LAVORATORI ITALIANI a non essere produttivi, ma è lo STATO ITALIANO, inteso come baraccone politico che utilizza la Pubblica Amministrazione come strumento di arricchimento e scambio di favori nei confronti di conniventi e amici trombati alle elezioni.

E ho pensato che allora, se è così per l’Italia, forse è così anche per la Grecia, e potrebbe quindi essere vero che i Greci che ancora hanno un lavoro siano fra i più grandi lavoratori d’Europa, timorosi di perdere quel poco che ancora hanno, e probabilmente anche in Grecia il problema non sta nelle imprese greche, ma nello sperpero di denaro pubblico compiuto in tutti questi anni dai governi che si sono susseguiti, dalle spese non giustificate delle regioni, dai soldi maldistribuiti (per inefficienza o per favoreggiamento) alle municipalizzate.
E allora ho capito che in quest’Austerity c’è qualcosa di sbagliato, perché dovrebbe rivolgersi ai governi, ma finisce per essere pagata invece dai cittadini, dai “consumatori finali”.

Come se fosse una specie di IVA, che ripercorre tutta la filiera di produzione (contadino -> redistributore -> panettiere ->consumatore) per essere alla fine pagata tutta e interamente dall’ultimo che acquista la merce, così l’Austerity (Europa-> Governi nazionali-> cittadini) viene, alla fin fine, pagata tutta e interamente dall’ultimo che rimane nella “filiera di Sovranità”, cioè il cittadino, le imprese private, i lavoratori dipendenti, i liberi professionisti, gli artigiani.
Insomma: 1) I cittadini lavorano, 2) gli stati sprecano le risorse, 3) le risorse ormai non ci sono più, e allora 4) l’Europa dice “fermi tutti, gli stati non dovranno più sprecare, ordiniamo l’austerity”. Eppure gli stati continuano a sprecare, perché come fosse semplicemente un passaggio, scaricano tutta l’austerity sui cittadini, offrendo minori servizi, più tasse, più tasse, più tasse e più tasse, facendo rimbalzare semplicemente la palla dell’austerity a un altro.

E allora, per assurdo, si può verificare la situazione in cui un Greco magari effettivamente LAVORI più di un Tedesco, ma lo Stato greco sperperi molto più di quello tedesco, e così il lavoro del cittadino greco non è abbastanza, deve lavorare di più, deve fare di più, deve pagare il debito, deve vendersi l’azienda, la casa, l’istruzione, e intanto lo Stato greco continua a star lì, immobile, a fagocitare tutto.

“Certo”, mi son subito obiettato, “magari è così, ma i loro politici mafiosi non li ho mica votati io, sono stati loro” Già, e allora perché ho votato i nostri, di politici? A ripensarci, non ho votato nemmeno i nostri. A ripensarci, anzi, ho sempre votato il miglior candidato possibile, a volte votando perfino partiti dell’1%. Ma d’altronde uno non può inventarsi un candidato migliore di quelli che effettivamente ci sono, io non posso votare qualcuno che non sia fra i candidati presenti.

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E i candidati presenti sono sempre quelli, sempre collusi, conniventi con la crisi, parassitari e parassiti. Ed ecco che allora la situazione è un po’ più complessa: non basta, dal punto di vista dell’Europa, 1) imporre l’Austerity agli stati, 2) sperando che questi siano efficienti, 3) sperando che i cittadini possano controllare i loro stati ad agire per il meglio, 4) punendo (tramite le elezioni) quei partiti che non sappiano governare bene la Cosa Pubblica. In questo sistema c’è una falla, e cioè che EFFETTIVAMENTE i cittadini NON POSSONO controllare i loro stati ad agire per il meglio, e così facendo, sono infine gli ultimi e gli unici a pagare tutto.

Viviamo ad oggi in uno Stato politico che, come un’arma che si autodifenda e non si possa disinnescare, non è tenuto a giustificare nulla a nessuno, non si può modificare e, messo (dall’Europa) in condizioni di dover rendere conto a qualcuno, scarica il lavoro a qualcun altro (i cittadini) senza che possa tornargli indietro.

Andrea Inversini

Viva l’Indiana!

È sorprendente come un qualsiasi fatto di cronaca possa portare a rimettere in discussione le proprie idee sulla libertà: è quanto successo al sottoscritto una volta avuta notizia di una legge appena approvata dallo Stato dell’Indiana, attenendosi alla quale un wedding planner potrebbe rifiutarsi di servire una coppia omosessuale chiamando in causa le proprie convinzioni religiose.

Ebbene, dopo incessanti riflessioni circa le possibili derive discriminatorie della norma, che mi portavano ad un severo giudizio di condanna, sono giunto a tutt’altra conclusione: credo che la legge in questione rappresenti un grande passo in avanti verso l’affermazione del principio di libera scelta.

Ma procediamo con ordine. Cosa viene previsto esattamente? La legge SB 101, nota come Indiana Religious Freedom Restoration Act, dichiara che lo Stato non può restringere l’esercizio della libertà religiosa da parte dei singoli cittadini, delle istituzioni religiose, delle associazioni e delle attività commerciali. In realtà non si tratta di un’innovazione normativa introdotta dall’Indiana, ma è semplicemente l’applicazione a livello statale del Religious Freedom Restoration Act, una legge federale approvata nel 1993, il cui fine era tracciare delle linee guida per i singoli Stati. La polemica nasce dal fatto che in Indiana non vi sono norme contro la discriminazione in base all’orientamento sessuale. Se a ciò si aggiunge che la SB 101 include le attività commerciali tra le persone giuridiche, apriti cielo. La conclusione è presto che tracciata: appellandosi alle convinzioni religiose, ogni ristoratore può legittimamente cacciare gli omosessuali dal proprio locale.

La reazione immediata è quella di condanna. Ognuno ha pari dignità ed è libero di manifestare le proprie inclinazioni e convinzioni senza dover temere ritorsioni di qualsiasi genere. Ma il punto è proprio questo: libero da chi? Libero dallo Stato e da chiunque possa esercitare un potere coercitivo per orientare la volontà altrui. Tuttavia qui siamo difronte a privati cittadini. Nell’esercizio delle proprie funzioni, lo Stato è vincolato al principio di imparzialità, garantendo uguali diritti a tutti i cittadini senza distinzione di sesso, razza, religione, orientamento politico, sessuale, e così via. Invece sul privato non può gravare tale obbligo e, proprio perchè è un libero cittadino, le sue convinzioni politiche e religiose devono essere rispettate, senza che gli vengano imposti oneri contrari all’insieme dei suoi valori. Nei sistemi di libero mercato, ogni scambio è il risultato di un volontario accordo tra due parti contraenti; di conseguenza, l’acquirente decide liberamente se comprare o meno il bene e da chi acquistarlo, così come la parte offerente può stabilire spontaneamente se vendere il bene, a chi cederlo e a quale prezzo. Nessuna delle due parti può essere obbligata a concludere l’ accordo con la controparte a meno che non si preferisca, a quel punto, sacrificare i principi della libertà contrattuale e di mercato.

Certo, sarebbe facile paragonare il regime dell’apartheid e quello nazista all’ordinamento giuridico dell’Indiana, che di fatto legittima la discriminazione nell’esercizio delle attività commerciali. Niente di più sbagliato. I primi due impongono di discriminare, l’altro consente la libertà di scelta. In virtù di questa differenza, anche se ci dovessero essere 10, 100, 1000 esercenti omofobi che rifiutano di servire una coppia omosessuale, ci sarà comunque qualcun altro pronto a offrirle il medesimo servizio. Laddove continuerà a essere presente una domanda libera di manifestarsi, ci sarà sempre l’offerta per il bene o servizio richiesto (ormai dovremmo sapere che è la domanda a determinare l’offerta e non viceversa).

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Ecco perchè una legge che apparentemente sembra ledere i diritti individuali, rappresenta invece un enorme progresso della libertà individuale. E allora, viva l’Indiana, Stato liberale.

Francesco Billari

Anche le donne sanno correre!

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Nella serata del 7 marzo “Otto e mezzo” è andato in onda con una scoppiettante puntata sulle donne, con il presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini e Sandrine Mazetier, vice presidente dell’Assemblea Nazionale francese. Come agilmente prevedibile nessuno degli … Continua a leggere

E’ stato li zingheri sono stati, zingari!

Qualche giorno fa, rispondendo a varie osservazioni polemiche, l’ottimo post di Nicola Rossi spiegava le ragioni della nostra campagna dalla parte degli oppressi.
Mancava, forse, un esempio lampante delle conseguenze pratiche dell’impostazione criticata dal post, ossia quella per la quale “la giustizia diventa un presidio del perbenismo, uno strumento mediatico le cui condanne sanno di lieto fine di una soap opera” e nel quale l’innocente la cui condanna fa poca impressione non fosse un soggetto di per se’ famoso, o quantomeno noto.
La quotidianita’ ci viene immediatamente in soccorso, grazie all’episodio del video girato, si supponeva, da un gruppo di rom alla guida di un’auto della polizia. Si e’ poi scoperto, e non era difficile, che l’auto era probabilmente una vettura di scena: mancava la targa, e poi non e’ esattamente cosi’ semplice sottrarre un’auto delle forze dell’ordine e portarla in giro. Troppo tardi, perche’ era partito il solito coro di opinioni moderate: inviti a piazzare i rom nei forni, a farne saponette, pacate analisi di opinionisti affermati che senza timore di smentita dicono, in generale e senza distinzioni, che “i rom sono un problema”.

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Ora, chi scrive su questo blog non invochera’ mai una censura per le parole altrui, fossero anche dense di violenza, idiozia e incapacita’ di andare oltre il becerume da bar. Ci permettiamo, pero’, di farvi notare che stare dalla parte degli oppressi significa anche questo: ricordare al mondo che il club dei brutti, sporchi e cattivi, come ormai sono i supposti evasori, gli spacconi e i cafoni, include da sempre “gli zingari”. A prescindere dalla responsabilita’ individuale e dalla storia di ciascuno, come sempre accade quando si mette un criterio sostanzialmente estetico davanti a valutazioni razionali, basate su un sano individualismo e su un po’ di salutare, robusta ironia.

P.S.: per fortuna che l’auto non era davvero della polizia. Adesso possiamo ammettere che il video di quei tizi che facevano evoluzioni nel parcheggio, rom o non rom, era divertentissimo.

Luca Mazzone

C’è un giudice, ma è a Nottingham

“Fatti straordinari richiedono interventi straordinari”: è il 2008 quando il ministro delle Finanze – di un Governo che tutti ricordiamo come particolarmente lib(b)erale – istituisce con decreto legge un’ addizionale sull’ IRES dal 6,5% al 10,5% a carico delle imprese che operano nel settore dell’ energia.
Colto da un velleitario ma indubbiamente genuino impeto redistributivo, Tremonti battezza la sua creatura “Robin Hood Tax”, la tassa che toglierà ai petrolieri – e poi anche ad altre categorie di operatori energetici, compresi i produttori da rinnovabili… – per finanziare la social card per gli anziani poveri (sic).
La “congiuntura economica eccezionale” posta a giustificazione dell’aggravio fiscale è, nel frattempo e come da prassi, diventata strutturale e senza limiti di tempo (un po’come quelle accise sui carburanti dalla genesi leggendaria); prevedibilmente le conseguenze per il settore energetico sono state negative in termini di investimenti e di prezzi per i consumatori finali e il gettito è stato lungi dall’essere impiegato per finalità solidaristiche.
Sette anni dopo, la Robin Tax – che nell’ ultimo anno ha consentito di incassare circa un miliardo di euro dalle società energetiche- viene dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, per motivi legati all’ assenza di delimitazione temporale della sua applicazione, all’ impossibilità di prevedere meccanismi a garanzia della non-traslazione dell’aggravio fiscale dalle imprese ai consumatori finali, e perchè la stessa norma, nata come imposta sugli extra-profitti, si configurava in realtà come una maggiorazione d’ aliquota applicata all’ intero reddito d’impresa.
Il tutto apparirebbe piuttosto ragionevole, se non fosse per il particolare non irrilevante che la pronuncia di incostituzionalità non avrà effetti retroattivi. La norma è incostituzionale sì, ma solo “pro futuro”, a partire dal giorno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

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Quanto versato dai contribuenti non verrà restituito, perchè, viene spiegato nella sentenza della Corte, “l’ impatto macroeconomico delle restituzioni dei versamenti tributari determinerebbe uno squilibrio del bilancio dello Stato di entità tale da implicare la necessità di una manovra aggiuntiva”.
L’ aver scelto di abdicare ad un principio di rule of law per ragioni di convenienza amministrativa non è ciò che definirei un precedente rassicurante per il contribuente che deve già avere a che fare con un fisco molte volte arbitrario e norme tributarie complesse, spesso non univoche e ancor più spesso modificate a discrezione dei politici di turno.
Quante altre norme tributarie potenzialmente incostituzionali possiamo aspettarci, e qual è la probabilità che quanto pagato indebitamente al Fisco ci venga rimborsato?
E’ giustificabile trattenere un pagamento non dovuto, facendosi scudo della volontà di preservare le finanze statali?
<<Per diritto di natura è equo che nessuno possa arricchirsi a danno di un altro e in difformità dal diritto>>
Sì, a meno che il soggetto della frase sia “lo Stato”, e il complemento di svantaggio “i contribuenti”

Alice Speranza

GIORNATA DELLA SCHIAVITU’ CIVILE

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Oggi, giovedì 4 dicembre, si tiene la “Giornata della virtù civile – LA SFIDA DELL’EQUITÀ FISCALE”: questo vuol dire che per tutta la città di Milano si terranno convegni quali “LE BELLE TASSE”, “LE TASSE PER ME”, “SCATTI DI LEGALITÀ: I TANTI RIS-VOLTI DELLE TASSE”.

La ratio su cui è costruita questa importantissima giornata, di cui sentivamo senz’altro la mancanza, è la memoria di Padoa Schioppa che, pochi anni prima della sua morte, ci regalò il mantra politico che sembra aver guidato tutti gli ultimi governi: “Le tasse sono una cosa bellissima”.

L’Italia sa bene che, quando bisogna bluffare, come Sorrentino mette in bocca al protagonista del suo film “Le conseguenze dell’amore”, «il bluff dev’essere condotto fino in fondo, fino all’esasperazione. Non c’è compromesso. Non si può bluffare fino a metà e poi dire la verità. Bisogna essere pronti ad esporsi al peggior rischio possibile: il rischio di apparire ridicoli».

E l’Italia-per-bene non teme quindi di apparire ridicola a celebrare la bellezza delle tasse quando sempre più spesso vediamo imprese che chiudono non riuscendo a pagare gli oneri fiscali.

Non teme di apparire ridicola quando dà maximulte a fronte di centesimi di euro non versati.

Non teme di apparire ridicola quando imprenditori si suicidano o si danno fuoco fuori dalle sedi di Equita(g)lia, non potendo dar da mangiare alla propria famiglia, ma dovendo far ingrassare la classe politica.

Non teme di apparire ridicola ogni volta in cui assistiamo a scene pietose di servizi televisivi su persone costrette a viver come topi in ambienti malsani per risparmiare qualcosa da dover consegnare all’ incombente esattore.

Chi campa di tasse pagate da altri non ha il timore di usare la polverosa retorica che le tasse servano ai servizi di tutti, quando invece è sempre più lampante che al momento del bisogno il servizio non ci sia.

E allora, questo Stato, che ti costringe oggi a versare denaro in cambio della promessa di un servizio futuro NON CONCESSO a fronte del bisogno, appare piuttosto come un ladro, come un frodatore, come un socio occulto che senza lavorare un giorno partecipi al frutto del tuo lavoro, senza però assumersi la responsabilità di contribuire a pagare al momento opportuno, evadendo dai suoi doveri civici.

E allora, a questo Stato, che ci chiede di essere virtuosamente civili, che ci chiede di fare il nostro dovere di contribuenti, senza che sia lui a contribuire, che ci chiede di non essere evasori, di non evadere dal nostro dovere di pagare, quando è lui che evade dai servizi che promette di garantire, quando è quindi lui il primo evasore, e pure a questa Italia-per-bene che si fa bella appoggiando questo sistema di frode legalizzata (perché “sono tutti contribuenti con le tasse degli altri”), a QUESTO Stato, siamo NOI che chiediamo di pagarci le nostre tasse.

E lo faccia secondo “virtù civile”, ovviamente.

Andrea Inversini

Post-Crash, la Matematica non è un Reato

Quanti studenti di economia, trascorrendo nottate su grafici e libri che spiegano formule, funzioni ed enunciati si sono chiesti il perché di tanta fatica, quanti si sono voltati e rivoltati nel letto la notte prima dell’esame di matematica, e quanti ancora avrebbero preferito leggere un bel manuale di filosofia economica, i cui unici numeri si trovano agli angoli per ordinare le pagine?

Ebbene, Alcuni studenti dell’università di Manchester, nel momento esatto in cui stavano per premere il grilletto con la pistola puntata alla tempia, si sono guardati negli occhi, hanno abbassato il braccio e si sono detti: “ragazzi facciamo una bella associazione, che magari salviamo qualcun altro, e poi forse rivoluzioniamo lo studio dell’economia a livello mondiale”.
Questi quattro tipi dopo aver partecipato ad una conferenza tenuta nella loro università dalla Bank of England il cui titolo recitava “Are Economics Graduates Fit for Purpose?”, hanno deciso di fondare la Post–Crash Economics Society, associazione studentesca portavoce di coloro i quali sostengono che i programmi di studio odierni non preparino le giovani menti ad affrontare la realtà economica attuale, con evidenti ripercussioni a livello globale. I nostri colleghi si sono impegnati ed hanno scritto un bel report di 60 pagine nel quale, presi dall’entusiasmo, hanno scritto un sacco di cose simpatiche ed interessanti. Ma bando alle ciance, vediamo di cosa si tratta.

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Il punto cruciale dell’analisi degli studenti di Manchester riguarda l’utilità dello studio dell’economia neoclassica. Nel report si legge infatti che i syllabus universitari sembrano monopolizzati da una singola scuola di pensiero, senza lasciar spazio all’analisi di altre teorie. Uno dei punti a favore, che possiamo trovare bene in vista anche sulle pagine del sito, è il fatto che nessuno degli economisti con una formazione simile sia riuscito a predire la crisi finanziaria, il che è vero, ma prima di sottolineare quanto sia intelligente questo punto, conserviamo le nostre energie per guardarlo più a fondo di quanto abbiano fatto loro. Quando mi sono iscritto ad economia sinceramente non pensavo di diventare un medium e imparare a predire eventuali crisi o shock di mercato.

Scorrendo le pagine si legge che al mondo d’oggi non si riescono a cogliere i limiti dell’economia, che gli economisti spesso si comportano come degli sbruffoni sostenendo di sapere tutto. Allora può essere che qualcuno la crisi l’abbia predetta, ma era uno sbruffone, l’hanno mandato a casa. I moduli di micro e macroeconomia secondo la Post-Crash si soffermano esclusivamente sullo studio della teoria, senza analizzarne l’applicazione o gli sviluppi moderni. Un po’ come studiare la fisica al liceo, quando non sai che nel novecento sono arrivati dei signori che hanno detto che la legge gravitazionale (lo studente non sapeva fosse stata scoperta da Newton nell’ambito della fisica classica del milleseicento), è sbagliata. Sono parzialmente d’accordo, sarebbe utile considerare gli sviluppi, ma è anche vero che fortunatamente non ci limitiamo a studiare la formula, ma la testiamo matematicamente grazie a modelli semplificati più vicini alla nostra portata di studenti. Sinceramente mi sembra il modo giusto di mettere il naso fuori dalla finestra nei primi esami. Non dimentichiamo poi che spesso gli economisti più moderni hanno guardato a situazioni particolari, e non hanno scandito teorie generali come i loro predecessori, di qui la necessità dello studio di quest’ultimi in modo sistematico per comprendere a pieno la metodologia di analisi economica, tempo a mio avviso impiegato in modo più che utile. Si può essere d’accordo o no, ma non è difficile comprendere che la loro non possa essere considerata una motivazione valida. Non è inoltre ben chiara la soluzione proposta nel report, che io vi spiegherei sommariamente in questo modo: “studiamo più modelli e applichiamoli tutti insieme, sicuro così non sbagliamo”.

Il secondo punto del report concerne la mancanza di una massiccia preparazione in materie quali: storia dell’economia, storia del pensiero economico, storia generale, etica, politica. Insomma, ai nostri amici non interessa molto avere un approccio quantitativo, sostenendo inoltre che il mancato insegnamento delle suddette materie porti ad un allontanamento dell’economista dalla realtà. E’ chiaro che per la formazione di una persona completa queste conoscenze siano più che utili, sono il primo ad essere interessato, ma dobbiamo fare attenzione a non cadere in errore. L’economia è una scienza sociale, ed è ben diversa dalle discipline che si occupano di fare valutazioni qualitative, come la filosofia ad esempio. Come è sostenuto giustamente nel report, non è un caso che Keynes abbia pensato quelle belle cose durante la depressione, così come è evidente che l’economia dei pescatori del tremila avanti Cristo sia diversa da quella dell’Europa del milleottocento. E’ altresì comprensibile che giovani studenti come me si sentano preparati ad eseguire solamente analisi quantitative, senza la possibilità di dare giudizi di valore o cercare di capire cosa è “giusto “o “sbagliato “. Ma queste sono motivazioni labili e giustificano una presa di posizione che non a caso è sostenuta in 5 righe, nonostante sia uno dei cavalli di battaglia della Post-Crash. Dimostrerò la fallacia della più che riduttiva analisi con un esempio semplice: durante la lezione di meccanica, dopo aver risolto il problema di due macchine che viaggiano a duecento chilometri orari una verso l’altra, lo studente non si chiede se la collisione tra i due corpi sia un fatto buono o cattivo, è semplicemente un fatto. Ci aspettiamo professori che ci dicano che il monopolio è cattivo perché sottrae benessere alla società? Io no, preferisco scoprirlo da solo se il monopolio è un “bene” o un “male” (questione questa poi che rimanda a problemi di altro tipo).

Questo ovviamente non significa che lo studio scientifico sia una forma di abbandono della coscienza. Proprio per non fuggire l’analisi di quella che è una realtà piena di problemi nella quale i dati forniti sono spesso mal interpretati è importante essere in grado di compiere un’attenta sintesi degli stessi, senza cadere in errori, senza ricondurli a mere ideologie o sistemi di pensiero, ma perseguendo idee e utilizzando sistemi che solo dopo aver imparato a strutturare attraverso lo studio di quelli accademici saremmo in grado di elaborare. Non è che noi ci si diverta a massimizzare sempre il solito guadagno, non ci va di essere visti come quelli che ricercano solo un utilità pecuniaria, studiamo economia per organizzare le risorse scarse, ci possono interessare la storia o la filosofia, ma concentriamoci prima su quello che abbiamo scelto di studiare, senza cominciare con i giudizi di valore.
L’ultimo punto che analizzerò è strettamente collegato al precedente. Gli studenti di Manchester concludono nel loro report: “ insomma, tutta sta roba che ho studiato, a che serve nella vita reale? “, ovvero, che attinenza ha lo studio della matematica e dei modelli economici con la realtà? Perché non possiamo comprendere pragmaticamente le soluzioni, grazie ad esempio agli accadimenti storici in ambito economico, ma invece soffermarci su metodologie deduttive? Perché dopo aver preso una laurea in economia spero di aver acquisito prima di tutto una capacità di analisi, di riuscire a interpretare dati, numeri, informazioni storiche grazie allo studio approfondito dei modelli che tentano di descrivere la realtà quantitativamente, con quel geniale linguaggio della realtà che è la matematica.

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Mi spiegherò meglio prendendo in considerazione ciò che è scritto nel report a riguardo, dove è sottolineata una certa somiglianza tra un modello fisico ed un modello economico. Gli ingegneri sanno quali gas sono approssimativamente identificabili con i gas perfetti, per questo saranno in grado di interpretare il loro studio applicandolo in modo tale che si avvicini il più possibile alla realtà. Chiaramente non succederà mai che un gas ad un certo punto decida di comportarsi in modo diverso, al massimo può essere che il modello fisico abbia precedentemente considerato dati non aderenti alla realtà, ma di certo non sarà l’atomo di idrogeno a svegliarsi al mattino e dire: “Bella! Oggi vado al negozio per comprarmi un altro elettrone ganzo, che sono stanco di fare a metà con quella bischero dell’ossigeno”. Per quanto riguarda i modelli economici è chiaro che non sia così. Di certo non si agisce tutti secondo il principio di non sazietà, tantomeno secondo una razionalità perfetta e inattaccabile, la libera scelta e l’umanità dell’individuo glielo impediscono. Allora è una perdita di tempo studiare l’oligopolio di Cournot che gli economisti inglesi citano nel loro scritto? Beh se tanto è assodato che ognuno agisce a caso, che senso ha studiare un modello che non ha niente a che fare con la realtà? Se tutti la pensassimo così è chiaro che le scienze umane non esisterebbero, la motivazione data è più che fallace. E’ chiaro che i modelli dell’economia classica non siano perfetti, altrimenti potremmo sapere in ogni caso cosa accadrà nel futuro con la stessa sicurezza grazie alla quale sappiamo che i sassi cadono. I modelli hanno una parziale rilevanza empirica perché chi li ha descritti è stato analitico, ha valutato una metodologia e ha rielaborato le informazioni in modo coerente, ed è questo il valore di un modello. La metodologia, la capacità di analisi, le interpretazioni dei dati, questo dovrebbe fare uno scienziato, naturale o economico che sia.  Sfido chiunque a passare la vita a cercare dati statistici, informazioni storiche e a studiare casi ed esperimenti senza ricondurre il tutto ad un modello o una teoria, neoclassica o innovativa che sia. Certo, chi studia sul libro prende trenta e non guarda fuori dalla finestra non sarà mai in grado di avere una visione critica, ma questo vale per qualsiasi tipo di studi e non sarà di certo una rivoluzione ideologica a mettere sullo stesso piano uno studente arido da uno sveglio e osservatore.

L’etica, la storia, la politica, sono argomenti interessanti, ed hanno un punto di incontro con l’economia, ma non sono le scienze il cui obiettivo è prendere la scelta migliore, possono essere contingenti, ma non il programma di studi. I nostri coetanei inglesi vanno premiati per l’essere andati contro corrente ed aver sostenuto con gran fervore la necessità di un cambiamento di cui non si discute la necessità, gli studenti devono essere incitati a guardare le cose in modo diverso, ad avere più punti di vista, ma non si può insegnare tutto.

Enrico Salonia