C’Avete Trivellato i Coglioni

Mamma mia che volgarità! Ecco, proprio come una trivella vorrei girare un po’ attorno al punto prima di centrarlo, partendo con una supercazzola sul metodo: i problemi politici possono coinvolgere la sfera ideale a vari livelli, e possono pertanto essere anche concretissimi; quando ciò è vero, tanto più ideologico è l’approccio, tanto più retorica sarà la risposta.

Nel caso di questa consultazione referendaria la domanda è assai precisa, ovvero “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati gli impianti in attività nelle acque territoriali italiane, anche se i giacimenti non fossero ancora esauriti?”. Personalmente leggerei così la domanda “Ritieni che l’impatto ambientale dell’estrazione sia più grave del fermo di impianti già realizzati e funzionanti?” e, in ogni caso, la domanda non è certo “Il petrolio è giusto o sbagliato?”, sfruttare la scheda del 17 aprile per rispondere ad una domanda più ampia, sentita forse dall’amico immaginario, è banalmente fuori luogo.

Il fatto che il problema sia concretissimo non preclude diverse chiavi di lettura, ed anzi impone la conciliazione tra aspetti economici ed ambientali (e se pensate che siano due cose completamente diverse documentatevi sul concetto di esternalità e scoprirete che l’economia non è la scienza del male). La mia farneticante sensazione è, l’avrete capito, che questo referendum catalizzi il dibattito sulle fonti energetiche e che chi voti lo faccia prescindendo dal problema in questione, ma, concedetemi il francesismo, è inutile interessarsi di politica se della realtà non ve ne fotte un cazzo.

E ora veniamo ai fatti

Il referendum sulle trivelle riguarda il solo rinnovo delle concessioni agli impianti situati entro le 12 miglia dalla costa italiana. Si tratta di 92 impianti corrispondenti a 21 concessioni, la cui attività estrattiva copre circa l’1% del consumo nazionale di petrolio e il 3-4% di quello di metano. Per quanto riguarda l’attivazione di nuove piattaforme in tale zona vige il divieto dal 2006. 

L’esito positivo del referendum impedirebbe al legislatore il rinnovo delle concessioni, l’esito negativo del referendum lascerebbe inalterata la situazione – le concessioni potrebbero essere rinnovate oppure no.

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Nel 2014 la produzione di elettricità da combustibili fossili ha rappresentato il 63,5% del fabbisogno nazionale lordo, mentre il restante 36.5% è stato coperto da fonti rinnovabili. Nello stesso anno l’Italia ha importato il 71.5% dei consumi di gas naturale e il 92.9% di quelli di petrolio; principalmente da paesi ex-URSS (45% del gas e 42% del greggio), dall’Africa (35% del gas e 24% del greggio), e dal Medio Oriente (23.5% del greggio).

A gestire le piattaforme che rischiano di chiudere per via del referendum è soprattutto la nostra Eni. La cane a sei zampe della Repubblica italiana è azionista di maggioranza in 76 dei 92 impianti, Edison ne possiede 15 e Rockhopper 1.

Gli investimenti nella zona sono in calo: dopo Petroceltic e Shell Italia anche Transunion Petroleum ha rinunciato alle ricerche di gas e petrolio nel Golfo di Taranto e nel Canale di Sicilia. Una decisione derivata dal rigetto parziale delle istanze da parte del ministero dello Sviluppo economico, in attuazione della legge di Stabilità.

Le quota delle royalties versate da società petrolifere riconducibile agli impianti entro i 12 km dalle coste è di 38 milioni di euro.

Le spese certe  di ogni consultazione referendaria, escludendo i costi indiretti sostenuti dai cittadini, variano tra i 170 e i 200 milioni di euro. Per il referendum in questione la stima dei costi è 370 milioni di euro.

L’unico incidente relativo a questi impianti nella storia italiana è avvenuto al largo di Ravenna nel 1965: le conseguenze sono state 3 morti, ma nessun danno ambientale rilevante.

Degno di nota è infine lo scambio di battute tra gli allegri burloni di Greenpeace  e i plausibilmente più anziani ma comunque animosi Ottimisti e Razionali .

Inoltre un po’ argomenti semiseri e sfusi

“Attorno alle piattaforme non si riesce a pescare, quindi sono una sorta di riserva per la fauna marittima locale”

“Se il referendum per le trivellazioni prevede anche l’eliminazione di quelle terribili piattaforme che piazzano al largo gli stabilimenti balneari allora è doveroso andare a votare sì”

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“Gli incidenti dipendenti dalle piattaforme di trivellazione dipendono da moti della crosta terrestre ed errori umani, entrambi fattori piuttosto imprevedibili”

“Gli impianti sono lì da anni gli effetti negativi sul turismo, se ne hanno, li hanno già sortiti”

Un eventuale sì allontanerà ancora più gli investimenti stranieri dal nostro Paese, a prescindere dal settore

“Fermare le trivellazioni potrebbe dare un segnale forte, utile alla causa delle rinnovabili

“Se anche passasse il sì le trivellazioni nell’Adriatico proseguirebbero in Croazia, Montenegro e Grecia

Ma tra tutti gli argomenti possibili, in tutto l’universo del dialogo democratico, uno solo si merita indubbiamente il titolo dell’articolo, uno solo ci ha davvero, incredibilmente, trivellato i coglioni, e voi lo conoscete bene:

Sì Zio, ma se sei per il no devi andare a votare, non puoi startene a casa!

Ma cosa potrà mai pensare chi mette in fila dei significanti del genere? Passi magari il sentimento di umanissima rivalsa nei confronti di chi può esprimersi pur rimanendo all’Xbox, passi, un po’ meno, l’arguzia politica dello spaccare il fronte avversario in due, ma quello che più temo e ancora più spesso sento è qualcosa del tipo “Votare è giusto!” e qui davvero siamo nella sfera contenutistica del flagellante medievale.

Votare è lo strumento con cui il cittadino esercita un effetto sostanziale sul governo della cosa pubblica. Quando l’effetto desiderato è ottenibile anche tramite l’astensione ciò che resta è il mito del voto – alternativa dominata – in quanto tale, e ciò, cari amici tendenzialmente socialisti e anticlericali, è largo circa religione, e se volete pregare trovo che un crocefisso sia meglio delle urne.

La mia lettura vi è chiara fin dalla testata, non trovo una ragion d’essere a questo referendum perché si applica ad una casistica ristrettissima, riguarda un problema quasi del tutto tecnico, e difficilmente la forbice tra le due possibili alternative, a prescindere da quale riteniate più corretta, potrà superare il costo della consultazione.

Se siete arrivati addirittura qui in fondo permettetemi un ultimo spassionato consiglio: piuttosto che leggere altri articoli sulle trivelle preparatevi al 17 con degli occhiali ignoranti, pronti per il sole d’Aprile.

Nicola Rossi

Salario Minimo Al’Italiana

In questo periodo si sente parlare spesso in Italia, Europa o Stati Uniti, di giustizia sociale e condizioni di lavoro che consentano una vita “dignitosa” (qualunque cosa questo significhi).

Spesso, quindi, si discute dell’introduzione del “minimum wage”, il salario minimo, per consentire ai lavoratori a basso potere contrattuale uno stipendio “dignitoso”.

Dunque, varrebbe la pena introdurlo anche da noi in Italia? Gli Stati Uniti hanno introdotto una simile pratica molto tempo fa. Anche la Germania ha fatto altrettanto in tempi molto più recenti.

Tuttavia, per quanto felici (o no) possano essere gli esempi di chi prima ha adottato questa legge, ricordiamoci che il lavoro è una merce, come molte altre, e ha un prezzo stabilito tra chi vende e chi compra. Introdurre leggi che regolino questo prezzo è simile a introdurre leggi che regolino il prezzo della benzina, o di certi cibi, o delle case. La presunzione che i governi hanno di saper meglio del mercato quali prezzi assegnare a diversi beni ha storicamente portato a condizioni di scarsa felicità, per usare un eufemismo.

Comunque, prima di giungere a conclusioni affrettate riguardo i provvedimenti di cui avrebbe bisogno il nostro paese sarebbe meglio concentrarci su cosa sarebbe effettivamente possibile fare, evitando soprattutto di paragonare l’Italia ad altre nazioni, le cui necessità sono ben diverse.

Introdurre un salario minimo legale comporterebbe assumersi numerosi rischi e soprattutto far fronte a quello che in termini economici definiamo un trade-off: libertà contrattuale o pane per tutti? Questione di priorità.

Sappiamo da dati storici e da semplici modelli microeconomici di domanda e offerta che l’aumento del salario minimo, equivalente a un aumento del prezzo del bene Lavoro, provocherebbe un calo della domanda e quindi, necessariamente, un aumento della disoccupazione.

Ecco allora che lo Stato dovrebbe interferire ulteriormente attraverso l’utilizzo di ammortizzatori interni, per sopperire all’aumento della disoccupazione che il salario minimo causerebbe. Tuttavia, una indennità di disoccupazione eccessivamente elevata potrebbe scoraggiare i lavoratori.

Cominciamo quindi a chiederci se il gioco vale la candela, senza dimenticare che in momenti di crisi il costo del lavoro di solito si abbassa per consentire la ripresa. La nostra economia soffre di una crisi produttiva e gravarla di una “tassa” indiretta, cioè un costo, come il salario minimo potrebbe non essere la mossa giusta per aiutarla a ripartire. Ad ogni modo, in Italia le aziende che non applicano i contratti nazionali sono tenute a rispettare i minimi salariali da essi stabiliti, motivo per cui la sua introduzione rappresenterebbe un radicale cambiamento all’interno delle relazioni industriali.

L’introduzione del salario minimo potrebbe paradossalmente aumentare la concorrenza nel mercato del lavoro a sfavore dei più bisognosi e dei meno preparati, perché costringerebbe gli imprenditori a cercare disperatamente qualcuno che “valga” i soldi che lo Stato costringe a pagare. L’esperienza (discutibilmente positiva) della Germania ci insegna poi che uno degli effetti negativi più rilevanti potrebbe registrarsi sull’apprendistato e sulla formazione dei giovani.

Applicare il salario minimo dai 18 anni vorrebbe dire incentivare gli studenti ad abbandonare o rinunciare alla formazione in apprendistato e scegliere lavori non qualificati, ma che garantiscono il salario minimo, rischiando di danneggiare il loro posto futuro all’interno dell’occupazione o addirittura, in maniera quanto mai controproducente, spingerli nelle braccia del lavoro nero, in un Paese dove quest’ultimo fa da padrone in molti settori.

Tra l’altro sappiamo che, in Germania, la contrattazione collettiva ha subito numerosi aggiustamenti che l’hanno portata a virare sempre più verso una contrattazione aziendale tout court e il lavoro nero non ha ancora attecchito come in Italia. Per questo motivo, il salario minimo legale protegge i lavoratori a basso potere contrattuale, senza impattare su altri aspetti della contrattazione.

Ma nel nostro paese le cose probabilmente andrebbero in maniera diversa: il sistema politico italiano, a cui spetta prendere le decisioni sul salario legale, in assenza di forte decentramento contrattuale, potrebbe facilmente utilizzarlo in modo improprio a fini elettorali, slegandosi quindi dalle dinamiche reali del mercato del lavoro.

Per concludere, se l’obiettivo del governo è l’aumento dei salari e la rinascita dell’economia, dubitiamo che l’introduzione artificiosa di un salario minimo possa funzionare. Per prosperare le aziende hanno bisogno di costi bassi e libertà di prendersi rischi.

Con la crescita economica arriva anche, normalmente, la crescita del salario.

In serenità possiamo dire che il mercato di solito consente di raggiungere gli obiettivi che il governo si prefissa ma che è, strutturalmente, incapace di raggiungere.

Bisogna stare attenti a non lasciarsi fuorviare da esempi esterni su questo argomento: non è tutto ora ciò che luccica.

Luigi Falasconi

Dove finisce la libertà

Giusto e sbagliato non esistono. Esistono le maggioranze e le minoranze. Esiste l’unanimità, quasi mai, o un’approssimazione di essa. Il pluralismo funziona attraverso maggioranze e minoranze, fissa regole che vanno rispettate non perché giuste, ma perché unico mezzo per garantire il vivere civile. Il conflitto esiste, perché è intrinseco all’idea di pluralismo, ma attraverso l’esercizio democratico resta un conflitto concettuale e (quasi) mai materiale

Per la verità giusto e sbagliato esistono, ma sono idiosincratici. E ogni aggregazione e generalizzazione sono impossibili. L’unica via pacifica è quella delle maggioranze e delle minoranze, delle regole e del pluralismo. Tuttavia, il sistema regge fintanto che tutti accettano la soggettività di giusto e sbagliato, finché tutti sono pronti a fissare per sé i canoni etici che ritengono migliori, ma non pretendono di imporre i medesimi canoni ad altri. A meno che questi non siano previsti dalle regole. Ha un valore la libertà? Se sì, l’unica via per preservarla è il pluralismo. La libertà è tutelata dalle regole, che sono decise dalla maggioranza e accettate dalla minoranza, che le rispetta in nome della libertà stessa e nella speranza di diventare domani maggioranza.

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Quando però un gruppo di individui rifiutano l’idiosincrasia del giusto e dello sbagliato, quando rigettano il pluralismo, l’unica via da seguire è schierarsi. Il pluralismo è fragile e quando viene messo in discussione deve essere protetto da coloro che, soggettivamente, ritengono sia migliore della dittatura del pensiero che viene contrapposta ad esso. Anche in questo caso non è questione di giusto o sbagliato, è questione di maggioranze e minoranze. Se la maggioranza pluralista è capace di vedere il problema, non sottovalutarlo, comprenderlo in tempo, allora la maggioranza prevale. Ma se questo non avviene, allora anche una minoranza può prevalere e imporre il proprio regime. Opposto a quello democratico pluralista. E può fare ciò proprio perché rifiuta le regole decise attraverso il pluralismo. Solo la comprensione e la reazione sono la soluzione. Il pluralismo ammette mediazioni su tutto, ma non ammette mediazioni, tergiversazioni, compromessi sul pluralismo stesso.

Il punto è che il Corano, e con esso l’Islam, è totalmente incompatibile con la società pluralista, perché nega la libertà e impone il pensiero unico. E non fa ciò a livello teologico o filosofico, come fanno altri testi sacri delle religioni monoteistiche, ma lo fa a livello pratico. La legge coranica è legge dello Stato, pensata per essere legge che regola la vita quotidiana della società. Ed é una legge in cui il pluralismo non trova spazio. L’Islam cosiddetto moderato è una particolare interpretazione del Corano in chiave pluralista, (per fortuna) utile per coloro che già integrati nella società pluralista, vogliono mantenere la loro tradizione musulmana. Ma quanto l’interpretazione è moderata ed escluse la Guerra Santa, l’accettazione del pluralismo è già avvenuta da parte dell’individuo. Ma questa è l’eccezione, la forzatura, non la regola e la normalità. Se non vogliamo che il nostro pluralismo soccomba, allora dobbiamo schierarci. Non è un problema di giusto o sbagliato in senso assoluto, ma di giusto e sbagliato relativo alla nostra morale. Ciò che dobbiamo chiederci è quanto valore diamo alla nostra libertà e alla nostra democrazia pluralista, al nostro vivere civile e alla nostra coesistenza pacifica. Se riteniamo che queste cose siano preziose e siano preferibili all’alternativa di una società monocratica governata dalla legge religiosa mussulmana, allora è necessario reagire e schierarsi. E il problema non si può risolvere con il dialogo, in modo pluralista o democratico, proprio perché la controparte rifiuta il pluralismo e ha come scopo la sua eliminazione.

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Pazienza e tolleranza sono stati i principi applicati con cura nella gestione delle primavere arabe e nell’inerzia applicata fino a ieri nel combattere l’Isis. I risultati di questa strategia sono stati di fortificare la belva, di renderla meno controllabile, più efficace e più pericolosa. Questo atteggiamento è stato molto comodo e conveniente per i governi occidentali negli ultimi anni. La cultura della comprensione e della differenziazione a tutti i costi sono state pervasive, cosicché l’elettorato sarebbe stato molto poco comprensivo rispetto a interventi diretti e incisivi contro un pericolo non imminente. Penso che la strategia, da parte dei terroristi musulmani, di creare terrore, guerra, fame e povertà nei territori mediorientali sia stata precisamente mirata a creare l’ondata migratoria che si è verificata negli ultimi mesi. E l’obiettivo di questa strategia era di creare tensioni, asti, paralisi decisionale tra coloro che, unici, potevano decidere di intervenire contro l’espansione terroristica, ovvero gli stati occidentali. Il fatto che musulmani siano stati vittime di questa strategia militare, e sottolineo militare, non significa che altri musulmani e la legge islamica non siano la causa del problema.

Nessuno si augura di dover usare le bombe. Sappiamo tutti quanto la pace sia preferibile alla guerra, al sangue, alla perdita delle persone care, alla fame. Ma la reazione che dovevamo mettere in atto da ieri e che dobbiamo mettere in atto da domani è necessaria proprio per non arrivare alle bombe. Perché l’alternativa alla pace che ci garantisce il pluralismo è quella delle bombe, della dittatura e dell’assenza di libertà. E, ripeto, la ragione per cui questa contrapposizione, questa aggregazione maggioritaria, deve essere tanto eccezionale e forte è che il pluralismo è fragile, sopravvive fintantoché ogni attore interno ne accetta le regole autoimposte, ma soccombe non appena qualcuno dalla minoranza se ne frega delle regole e ribalta il tavolo delle trattative. Se pensiamo che la nostra libertà abbia qualche valore, dobbiamo cominciare presto a difenderla.

                                                                                                                 Fabio Zanardi

 

Chi è nemico dei froci

Un bel giorno ai gay sarà concesso di sposarsi, a chi vorrà suicidarsi di farlo in ospedale e non sotto un treno, a tutti di comprare marijuana in tabaccheria e cocaina in farmacia; quando succederà, forse non tra molto, saremmo tentati di salutare il progresso della civiltà, e di ringraziare per l’ennesima concessione, frutto del sistema legislativo statale: cazzate! Lo stato rida ciò che tanto tempo fa, quando stato non si chiamava, ha tolto.

Poter disporre della vita, dei frutti del proprio lavoro e dell’amore non è qualcosa che viene concesso, è una facoltà naturale, e quando non possiamo lecitamente esercitare queste facoltà, allora qualcuno, o peggio qualcosa, ce le ha sottratte: è, per variare, la Repubblica, a cui chiediamo leggi contro l’omofobia – che di fatto amplieranno semplicemente la forbice d’arbitrio nel giudizio – quando è lei realmente la prima omofoba, che vieta, lei sola può, agli omosessuali il matrimonio.

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Ecco, in effetti oggi lo stato non persegue più le relazioni omosessuali, ma vieta di consolidarle legalmente, quindi è coerente pensare che abbia realmente aggredito un nostro diritto nel momento in cui quel diritto è esso stesso a costituirlo? Buon punto, ma inquadrare il termine matrimonio in un’ottica prettamente giuridica, vuol dire prenderlo in considerazione scartando il suo significato religioso e tradizionale, e se così lo leggiamo, allora è lecito chiedersi perché sia valido se eterosessuale, invalido se omosessuale, elemento che costituisce, persino nel senso insiemistico del termine, una discriminazione.

Ma che tipo di discriminazione? Non è il matrimonio ad essere discriminato rispetto ai due tipi di relazione, ma sono i due tipi di relazioni ad essere discriminati di fronte alla medesima fattispecie; in questo senso la legge preserva, seppur in forma più sottile, pregiudizi e vincoli emersi quando le società si sono formate, a prescindere da come poi si siano sviluppate.

Anche la democrazia è solo una forma lieve di soppressione del dissenso, ed è certo da estremisti stigmatizzarla, è poco realistico dimenticarla, ma è grave santificarla, celebrando l’idea che giusto e sbagliato si decidano per alzata di mano, e che tra 5 persone 3 possano scegliere per le altre 2, perché magari è proprio così che i gay sono diventati froci, quando ai 3 quei 2 che limonavano davano fastidio.

Nicola Rossi

Verso l’ infinito e oltre!

Molti pensano che la libera iniziativa individuale sia qualcosa da tenere sotto controllo.
Molti credono che gli esseri umani siano pericolosi per se stessi e per gli altri se si lascia loro troppo spazio per muoversi, sognare e sbagliare. Qualche volta mi è stato persino detto che, in generale, la gente mica sa cosa vuole, che c’è bisogno di qualcuno che indichi loro la strada.
Io non sono d’accordo e oggi non vi racconto una storia di libertà calpestata, di quelle frustranti e che ti fanno incazzare, come di solito se ne leggono su questo blog. Oggi vi racconto la storia di un progetto ideato da uomini e donne liberi, che hanno in mente di fare qualcosa di grande, e non – badate bene!- perchè qualcuno gli abbia detto di farlo, ma perchè credono che così facendo entreranno nella storia, lasceranno un segno e – possibilmente – ricaveranno anche un discreto profitto.

Queste persone hanno deciso di colonizzare Marte.

Proprio così, stabiliranno una colonia su Marte spendendo i soldi provenienti solo da sponsor e donazioni volontarie, un po’ per la soddisfazione di dire di essere stati i primi ad andarci, e un po’ perchè vogliono girare una sorta di reality show. Non si tratta di un progetto governativo. La NASA o l’ESA non c’entrano nulla. Manderanno gente su Marte e noi seguiremo le loro vicende in streaming dal cellulare, senza muoverci dal nostro salotto. Provate a dirmi che non è meglio dell’Isola dei Famosi.

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In questo momento il processo di selezione del reality show interplanetario è nella fase finale. Le ultime 100 persone, da 200.000 che si sono presentate alla prima chiamata, verranno ridotte a 24 individui, scelti per essere i primi umani a lasciare per sempre la Terra.
Verranno addestrati per i prossimi anni e poi inviati sul pianeta rosso a coppie, ciascuna a distanza di due anni dall’altra, finchè non si sarà insediata una colonia autosufficiente. Tra loro ci saranno medici, ingegneri, botanici. Coltiveranno il loro cibo e si procureranno ciò di cui hanno bisogno in loco. Non torneranno, vivranno il resto della loro vita su Marte ed entreranno nei libri di storia.
La società che li ha mandati, invece, a fronte di un discreto investimento, si aggiudicherà i diritti televisivi di uno degli spettacoli più interessanti che avremo modo di vedere per un bel pezzo.
Ventiquattro persone abbandoneranno la loro vita, a fronte di un notevole rischio di esplodere in aria ancor prima di arrivare a destinazione, per poi vivere un’esistenza intera su un pianeta senz’aria, freddo come l’Antardide e bombardato di radiazioni, mentre chi ha ideato la missione e li ha spediti lassù vivrà e si godrà i frutti del proprio investimento.

Se non è mercato libero questo, non so cosa lo sia. La parte migliore, e il motivo per cui ho deciso di scrivere queste righe, è che va benissimo così.

Quelle persone hanno deciso per se stesse, coscienti dei loro rischi. Quei pionieri sono disposti a morire per lasciare un segno, per sapere che saranno ricordati negli anni a venire. Andranno lassù perchè qualcuno reputa profittevole mandarceli, non perchè qualcuno ha deciso che è giusto così, arrogandosi il diritto di prendere i soldi altrui per finanziarsi.
In tutto questo non c’è alcun cinismo, nessuno sfruttamento, nessun sopruso.
L’iniziativa di quelle persone porrà le basi per una futura impresa di infinito valore, autonoma e spontanea. Perchè la gente sa quello che vuole, lo sa meglio di chi la governa. Sa scegliere meglio di chiunque altro cosa fare del proprio denaro, del proprio tempo e in assoluto della propria vita. Questa missione è un inno alla libertà individuale e ai traguardi che può raggiungere. Le persone che vi parteciperanno daranno un senso alla propria vita, i suoi ideatori diventeranno verosimilmente molto ricchi e, cosa più importante di tutte, noi avremo finalmente qualcosa da vedere in tivù. Questa è liberta ed è per questo che vale la pena battersi. Per favore, chiamatemi se qualche istituzione governativa riesce a fare di meglio.

Alessandro D’ Amico

Nda: la società ideatrice della missione si chiama Mars One, qui trovate ogni possibile dettaglio (http://www.mars-one.com/).

C’è un giudice, ma è a Nottingham

“Fatti straordinari richiedono interventi straordinari”: è il 2008 quando il ministro delle Finanze – di un Governo che tutti ricordiamo come particolarmente lib(b)erale – istituisce con decreto legge un’ addizionale sull’ IRES dal 6,5% al 10,5% a carico delle imprese che operano nel settore dell’ energia.
Colto da un velleitario ma indubbiamente genuino impeto redistributivo, Tremonti battezza la sua creatura “Robin Hood Tax”, la tassa che toglierà ai petrolieri – e poi anche ad altre categorie di operatori energetici, compresi i produttori da rinnovabili… – per finanziare la social card per gli anziani poveri (sic).
La “congiuntura economica eccezionale” posta a giustificazione dell’aggravio fiscale è, nel frattempo e come da prassi, diventata strutturale e senza limiti di tempo (un po’come quelle accise sui carburanti dalla genesi leggendaria); prevedibilmente le conseguenze per il settore energetico sono state negative in termini di investimenti e di prezzi per i consumatori finali e il gettito è stato lungi dall’essere impiegato per finalità solidaristiche.
Sette anni dopo, la Robin Tax – che nell’ ultimo anno ha consentito di incassare circa un miliardo di euro dalle società energetiche- viene dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, per motivi legati all’ assenza di delimitazione temporale della sua applicazione, all’ impossibilità di prevedere meccanismi a garanzia della non-traslazione dell’aggravio fiscale dalle imprese ai consumatori finali, e perchè la stessa norma, nata come imposta sugli extra-profitti, si configurava in realtà come una maggiorazione d’ aliquota applicata all’ intero reddito d’impresa.
Il tutto apparirebbe piuttosto ragionevole, se non fosse per il particolare non irrilevante che la pronuncia di incostituzionalità non avrà effetti retroattivi. La norma è incostituzionale sì, ma solo “pro futuro”, a partire dal giorno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

robin hood
Quanto versato dai contribuenti non verrà restituito, perchè, viene spiegato nella sentenza della Corte, “l’ impatto macroeconomico delle restituzioni dei versamenti tributari determinerebbe uno squilibrio del bilancio dello Stato di entità tale da implicare la necessità di una manovra aggiuntiva”.
L’ aver scelto di abdicare ad un principio di rule of law per ragioni di convenienza amministrativa non è ciò che definirei un precedente rassicurante per il contribuente che deve già avere a che fare con un fisco molte volte arbitrario e norme tributarie complesse, spesso non univoche e ancor più spesso modificate a discrezione dei politici di turno.
Quante altre norme tributarie potenzialmente incostituzionali possiamo aspettarci, e qual è la probabilità che quanto pagato indebitamente al Fisco ci venga rimborsato?
E’ giustificabile trattenere un pagamento non dovuto, facendosi scudo della volontà di preservare le finanze statali?
<<Per diritto di natura è equo che nessuno possa arricchirsi a danno di un altro e in difformità dal diritto>>
Sì, a meno che il soggetto della frase sia “lo Stato”, e il complemento di svantaggio “i contribuenti”

Alice Speranza

Si parla di Islam ed è subito pomeriggio 5

“Togliamo la cittadinanza e/o arrestiamo quelli che sono andati a combattere in Siria”

Questo è uno dei mantra ripetuti in questi giorni. Semplice, diretto e non può che trovare tutti d’accordo: nessuno vorrebbe avere a che fare con qualcuno che ha imbracciato Kalashnikov combattendo fianco a fianco con i tagliagole dell’ISIS.
In quella frase ci sono tutti gli ingredienti, quindi, per ispirare il contenuto di qualche legge che, sicuramente, verrebbe approvata in tutta fretta per mostrare la risposta rapida e muscolare del nostro governo.

Non è una sparata o la boutade del giorno: quelli che affermano questo fanno un discorso molto pericoloso di cui non comprendono appieno gli effetti.
La possibilità di revocare la cittadinanza per un qualche tipo di reato (non esiste il reato di “viaggio per combattere al fianco di tagliagole”) è la morte di quel tipo di stato che pone la libertà e i diritti individuali come argine all’arbitrio dell’elité dominante. Se si levasse la cittadinanza a quei cittadini che partono per la Siria, si creerebbe un precedente pericolosissimo: il godimento dei diritti politici verrebbe legato ad una condotta. Qual è il confine tra condotte che garantiscono il godimento dei diritti politici e quelle che non lo garantiscono? A questo punto, chiaramente, il confine diventa esclusivamente di natura politica e, in quanto tale, arbitrario. Situazioni contingenti produrrebbero conseguenze di cui è davvero impossibile prevedere gli esiti e questo risulterebbe in contraddizione con la natura di uno stato liberale, dove l’obiettivo è anche la minimizzazione dell’incertezza prodotta dall’arbitrio.

Allo stesso modo è necessario criticare aspramente chi propone l’arresto immediato per chi torna dalla Siria. Quale sarebbe il reato contestato e quali sarebbero le prove? E’ necessario rispondere anche a queste domande  se si vogliono tutelare i diritti individuali e le garanzie che la legge pone per difendersi dai soprusi. Non tutelarli per una situazione contingente crea un precedente. Quale sarà la prossima emergenza da affrontare e quanti diritti violeremo per farvi fronte? Non lo sappiamo e tremo all’idea.

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P.S.
1) Esistono altri metodi di carattere eccezionale che possono essere utilizzati in situazioni eccezionali, come la sorveglianza da parte dei servizi di intelligence, che è per sua natura mirata e che tende a minimizzare l’intrusione nei diritti individuali della comunità, che verrebbero ridotti nel caso si ricorresse alla produzione di leggi ad hoc che hanno sempre carattere generale.

2) il titolo è una citazione.

Nicolò Bragazza

L’Impresa Di Tutti

L’altro giorno mi è apparsa in bacheca una pubblicità a pagamento (Il tutto portava a uno dei soliti siti-truffa a schema di Ponzi sulle opzioni binarie): “Questo è lo stile dei nuovi imprenditori”, recitava a chiare lettere l’inserzione, mostrando un gruppo di ragazzi sorridenti con tavole da surf e collanine tribali stipati dentro un range rover, con tutta l’aria di essere appena usciti dal set di “Summerland”.

“Non è quello lo stile dei nuovi imprenditori” ho subito pensato.

Jeans Levi’s che cadono larghi, scarpe nere, t-shirt dozzinale, camicia non stirata, cappellino NY yankees, maglia del Liverpool, maglioncino di Zara in saldo, Casio oro, calzini spaiati: questo è lo stile dei nuovi imprenditori.

Al diavolo Patrick Bateman e Paul Allen e che in American Psycho litigano per il miglior biglietto da visita. Al diavolo i corporativismi. Al diavolo tutto. Si chiama l’ascesa della micro-imprenditoria. Siamo tutti banchieri. Siamo tutti taxisti. Siamo tutti alberghieri. Siamo tutti imprenditori.

Hai una stanza inutilizzata in casa? Airbnb ti permette di affittarla.

Hai un’ idea vaga e irrazionale in testa? I portali di crowdfunding ti permettono di ottenere capitale.

Hai una macchina? Puoi improvvisarti tassista con Uber.

Hai bisogno di soldi? Puoi ottenere un prestito tramite da privati tramite portali di social lending.

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Tutto viene condiviso, gli asset sono impiegati in maniera più efficiente. E’ in atto un cambiamento inarrestabile.

A cambiare le regole nel settore dei Taxi ci avevano provato prima Bersani nel 2006 e poi Monti nel 2012. Il risultato è stato lo stesso: dopo l’alzata di scudi da parte degli ordini professionali, i timidi tentativi di riforma si sono spenti sul nascere. Adesso spiegate agli intellettuali e ai benpensanti che le guerre nelle piazze sono state Waterloo, che i venti riformisti si sono arenati su barriere di compromessi e voti di scambio. La rivoluzione ora si scarica direttamente sullo smartphone e costa al massimo 99 centesimi .

Chiamatela distruzione creativa. E’ l’ascesa dell’economia di condivisione, dell’imprenditoria 2.0. Siamo di fronte a una svolta epocale. A Maggio avete visto i tassisti di Milano lanciare uova e improvvisare scene di guerriglia urbana. Sappiate che era solo il trailer.

Mille regole, inefficienze, over-burocratizzazione, ascesa di monopoli e caste. Tutto crolla sotto i colpi di una nuova forza eretica, figlia del nuovo millennio, che mescola lo spirito di condivisione marxista e l’iniziativa imprenditoriale americana. I vostri discepoli saremo noi, che non compriamo giornali: è tutto perso tra Internet e Facebook.

Non compriamo Dvd: tutta la storia del cinema è in streaming.

E’ in atto una rivoluzione inarrestabile. I micro-imprenditori viaggiano in derapata sulle vecchie curve di domanda e offerta. Citando Burbank, presidente della Nielsen: “In un futuro non distante, tutto quello che potrà essere condiviso, verrà condiviso”. E non si parla solo delle foto di Jennifer Lawrence.

Tutto ciò che può essere simultaneamente posseduto da tutti è posseduto da tutti.

Tutto ciò che può essere facilmente fatto da tutti è fatto da tutti.

La direzione è chiara: scompare l’inutile, la proprietà intellettuale, la licenza, il vincolo, gli albi; tutto più elastico e tutto meno arbitrario.

Le associazioni di categoria, coi sindacati e la politica possono schiamazzare a Ballarò e trincerarsi sulla Costituzione, ma questa volta il rumore non vincerà.

(Airbnb ora affitta più camere di tutta la catena di Hotel Hilton, ndr.)

Fabio Diroma