Pillole Blu (07/01/2016)

Dopo una breve ma intensa pausa, ripartiamo tutti ancor più carichi (o quasi, povero Presidente!) per questo 2016 che ci aspetta.Il governo e i media provano a farci dimenticare dei problemi di un Italia ancora in trappola con gli ultimi dati, apparentemente incoraggianti, sulla disoccupazione mentre le Borse di tutto il mondo pagano di nuovo il pegno per la sfiducia nei confronti dello Stato cinese. Ennesimo allarme suona poi alle porte dell’Europa per l’emergenza immigrati, ancora in ballo le sorti di un progetto che appare più confuso che mai. Un ricordo va, infine, alle vittime che un anno fa persero la vita nell’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo.
Un buon anno a tutti da IlBocconianoLiberale!

Matrix

Noi e le tasse

03.01.2016
IlFoglio
Giuliano Ferrara

Come concludere l’anno con una gaffe che definiremmo “all’italiana”, il Presidente Mattarella tocca il tasto dolente dell’eterna e ridondante indisciplina fiscale, caratteristica del nostro popolo. Sarà lo scarso senso dello stato, la nostra mirabile “arte di arrangiarsi” o cos’altro a renderci così speciali?

La classe politica è determinata a difendere lo status quo e tenere in vita un disastro basato su alta tassazione e spesa fuori controllo

02.01.2016
Il Giornale
Carlo Lottieri

“L’Italia non è in crisi perché gli italiani versano poche tasse, ma semmai perché lo Stato sottrae troppa ricchezza a quanti la producono.” La voce dell’Istituto Bruno Leoni e il punto di vista a noi più caro sulla faccenda espressi in maniera impeccabile da Carlo Lottieri.

Why global economic disaster is an unlikely event

05.01.2016
Financial Times
Martin Wolf

Imperdibili le previsioni su questo anno che ci aspetta a cura di Martin Wolf: l’economia globale alle prese contro le numerose pessimistiche previsioni; ma la situazione è davvero delle più disastrose? Della serie “barcollo ma non mollo”.

Charlie Hebdo anniversary: Paris police shoot man dead

07.01.2016
BBC News

Ad un anno dall’attentato che ha messo la Francia e l’Europa in ginocchio, a Parigi viene sventato un altro probabile massacro. Non siamo ancora sufficientemente stanchi di sentir urlare “Allah Akbar!” ?!

La Cina sospende il blocco automatico degli scambi, le Borse limitano i danni

07.01.2016
IlSole24Ore
Stefano Carrer

Borse europee in forte calo, investitori infastiditi dal blocco del meccanismo di “circuit breaker” da parte della Cina, prezzo del petrolio ancora debole, Iran e Arabia Saudita alle strette e l’aumento dei tassi di interesse. Buon 2016!

Declino di Schengen, declino dell’Ue

07.01.2016
East Online
Irene Giuntella

Il processo di integrazione ad opera dell’Unione Europea, già di per se lungo e tortuoso, sembra prendere nuovamente la piega sbagliata. Tuttavia, molti sono quelli che continuano a salvaguardare le decisioni di Schengen.

Il 2015 dell’occupazione

23.12.2015
La Voce
Bruno Anastasia

Occupazione in aumento ma ancora troppo ampio il divario fra la crescita nell’area del lavoro dipendente e quello indipendente, ancora con le mani legate. Secondo i dati Istat essa sembra dovuta ad un incremento dei rapporti a termine rispetto al tempo indeterminato. Da ricordare che non è sempre tutto oro quel che luccica.

US dollar will dictate broad market performance in 2016

06.01.16
Financial Times
John Bilton

Potenziali scenari per un Dollaro ancora troppo forte in seguito alla mossa apparentemente restrittiva della Fed. La necessità di una stabilizzazione apre la strada ad una ripresa in questo 2016, in particolare per i mercati emergenti.

A cura di Luigi Falasconi

 

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Natale alla Mecca

Nel paese che non riesce a non buttare in caciara qualunque cosa, all’improvviso si è cominciato a porsi il problema della celebrazione del Natale.

Complice l’indelicata (e politicamente imbecille) mossa del preside della scuola di Rozzano, all’improvviso la priorità assoluta della discussione politica di uno Stato arrivato al settimo anno consecutivo di crisi economica è diventata quella di discutere di quali canti debbano o non debbano essere messi all’Indice questo 25 dicembre (“Ma le canzoni che parlano di neve e non di Gesù si possono cantare?”).

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Il Natale è guerra di religione, dimenticando che Gesù sia il secondo più grande profeta dell’Islam, oltre che ovviamente il Figlio di Dio per tutte le religioni cristiane che siano sopravvissute alla Pace di Vestfalia.

Il Natale è guerra di partiti, fra gli eredi dei partiti estremisti che una volta all’anno rivendicano le radici giudaico-cristiane, e gli eredi dei partiti democristiani che dicono che in fondo basta ricordarsene quando ci si trova nella cabina elettorale, ma il resto dell’anno meglio non dirlo troppo forte, anche se ci tengono a precisare che loro l’albero lo fanno tutti gli anni.

Ma a guardar bene ci si accorge che il Natale, più che altro, è guerra di poveri imbecilli, spesso troppo grotteschi per essere in malafede, spesso troppo in malafede per essere lombrosianamente decenti. Imbecilli che confondono la religione e la tradizione, che confondono la laicità e la storia, che confondono il rispetto con la censura, che confondono il coinvolgimento con il senso di vergogna.

Le lamentele per la celebrazione delle “feste cristiane” non sono mai venute da appartenenti ad altre religioni in Italia, ma sempre e soltanto da qualche peones dell’amministrazione pubblica (presidi, giudici, insegnanti, procuratori) in cerca di una improbabile carriera politica, o con l’aspirazione ad apparire sulla prima pagina del numero settimanale de L’Espresso o magari addirittura nella sezione “cultura” di Repubblica. Queste lamentele non sono mai venute da ebrei o musulmani o shintoisti o pastafariani, e cercare l’indomani delle stragi di Parigi di creare e aggiungere tensioni gettando altra benzina sul fuoco del fanatismo religioso, è solo una criminale operazione demagogica di politici terroristi, nel senso letterale di “coloro che fanno del terrore”.

Concludo: nel Natale del 1914, durante la Prima guerra mondiale, sul fronte occidentale le truppe tedesche, inglesi e francesi deposero le armi, lasciarono le trincee, e si scambiarono auguri, alcool e regali. Per pochi giorni, in un conflitto che ha lasciato 15 milioni di morti, senza che nessun generale o governo avesse organizzato alcunché, truppe nemiche interruppero la guerra, si trovarono a festeggiare, e giocarono a calcio. Non so se fra le truppe indiane-inglesi o nordafricane-francesi e quelle tedesche vi fossero indù, islamici o cristiani, ma il 25 dicembre 1914 tutti i soldati impegnati in guerra fecero una tregua per celebrare il Natale. E 100 anni dopo dichiararsi (metaforicamente) una guerra attorno a quella stessa giornata vuol dire non avere imparato nulla.

Andrea Inversini

Pillole Blu (15/12/2015)

Una settimana particolarmente calda, o forse non tanto (1.5° o 2°, questo è il dilemma), all’insegna del neo-fascismo di Donald Trump e dell’ennesima figura fatta dall’Italia agli occhi dei suoi cittadini, oltre che dell’Europa.

Una porta dopo un’altra il Giubileo procede e Papa Francesco è ormai ospite fisso sui nostri televisori.

A consolarci arriva almeno la notizia fresca dell’inaspettata sconfitta del Fronte Nazionale alle regionali in Francia.

Buona giornata a tutti!

Matrix

What if Donald Trump becomes president?

07.12.2015
Vox
Lee Drutman

Tre scenari divertenti su come la presidenza di Mr. Trump possa “rivoluzionare” (in negativo, ovviamente) gli USA. In questo caso più che di “Sogno Americano” potremo cominciare a parlare de “La Grande Fuga”.

COP21: Paris climate deal is ‘best chance to save planet’

13.12.2015
BBC News

A conclusione della Conferenza di Parigi, tanti obiettivi ma poche soluzioni e ampia fiducia agli Stati: ridurre il riscaldamento globale fino ad 1.5° non sarà mica troppo ambizioso?

La surreale vicenda della bancarotta delle banche

11.12.2015
NoiseFromAmerika

Alla luce del suicidio avvenuto a Civitavecchia lo scorso 28 Novembre, chiarissime considerazioni sulla “telenovelas” dello Stato italiano (Governo, Banca d’Italia, Consob e ABI) alle prese con il fallimento delle quattro banche.

Banche e Bail In: La prova delle colpe di Bankit e Consob

11.12.2015
LeoniBlog
Oscar Giannino

Tagliente critica nei confronti di un’Italia (quanto mai disonesta) ancora incapace di risolvere in maniera chiara e sistematica i suoi problemi interni. L’idea di un’Europa quale capro espiatorio dei nostri strafalcioni non dimostra altro che l’incompetenza di una classe politica confusa e di una finanza corrotta.

Il titolo sul Giubileo che non si può fare

08.12.2015
Il Foglio
Giuliano Ferrara

Nonostante il perenne timore per un potenziale attentato, la Porta Santa è stata aperta e i nostri amati media non fanno altro che bombardarci con immagini del Santo Pontefice. Avranno mica scambiato il Giubileo della Misericordia per “Expo Milano2015”?!

Fed, quattro buone ragioni per non alzare i tassi a dicembre

09.12.2015
IlSole24Ore
Martin Wolf

Una possibile divergenza fra le politiche monetarie in USA e EU potrebbe avere effetti davvero così disastrosi sull’economia globale? In attesa della prossima (oramai prevedibile) mossa della Fed, Martin Wolf ci suggerisce qualche spunto di riflessione al riguardo.

Shale Doesn’t Swing Oil Prices—OPEC Does

09.12.2015
Bloomberg
Peter Coy

Spaventati dalla caduta libera dei prezzi del petrolio, i mercati stentano a decollare. Coy smantella abilmente le argomentazioni di coloro che vedono nelle “shale companies” statunitensi il principale driver della volatilità dei prezzi dell’oro nero.

French elections: Front National makes no gains in final round

14.12.15
The Guardian
Angelique Chrisafis

Proprio quando tutto sembrava ormai fatto, ecco che Marine Le Pen inciampa nuovamente perdendo l’ennesima occasione.Potremmo dire: “Pericolo scansato”, forse.

A cura di Luigi Falasconi

Pillole Blu (5/12/2015)

Le notizie sono spesso troppe e troppo confuse perché riusciamo a seguirle.
Capita allora che ci disinteressiamo dall’attualità e nonostante l’abbondanza di informazioni finiamo per essere poco aggiornai sui fatti.
Il Bocconiano Liberale per questo vi propone una breve rassegna stampa, che verrà pubblicata ogni dieci giorni.
Useremo diverse fonti: quotidiani, periodici, persino altri blog.
Non sarà del tutto esaustiva, ma speriamo servirà almeno a darvi il polso dello strano, ma senz’altro bel mondo in cui viviamo.

Buona giornata!

Matrix

Mercato, l’Italia si apre (poco) E anche la Spagna ci sorpassaMercato, l’Italia si apre (poco) E anche la Spagna ci sorpassa
26.11.15
Corriere della Sera
Alessandra Puato

Out l’Indice delle liberalizzazioni 2014 elaborato dall’Istituto Bruno Leoni (Ibl), apertura del mercato alla concorrenza identificato quale mezzo imprescindibile per una sostanziosa crescita economica.

Ora che le 4 banche sono salve vi spieghiamo che significa e chi paga veramente
26.11.15
IlSole24Ore

Il controverso salvataggio delle 4 banche Italiane nelle sue cause e conseguenze analizzato in maniera efficace nella rubrica Econopoly.

«Sulle pensioni aprire il dossier della flessibilità in uscita»
01.12.15
IlSole24Ore
Dino Pesole

Riforme asservite al consenso politico e poca importanza data alla riduzione della spesa pubblica per alleggerire la pressione fiscale: è questa la strada giusta per una reale fuoriuscita dalla crisi?!

Ecco perché (forse) non ci sarà nessuna guerra tra Russia e Turchia
27.11.15
East
Danilo Elia

L’affacciarsi di una terza guerra mondiale non lascia assolutamente indifferenti ma Putin e Erdogan non sembrano essere realmente disposti a perdere quanto costruito in questi anni.

COP21: Paris conference could be climate turning point, says Obama
30.11.15
BBC News

Il servizio pubblico radiotelevisivo britannico sintetizza quelli che sono i punti chiave discussi durante la Conferenza sul Clima di Parigi, spiegandone poi con estrema chiarezza i tratti caratterizzanti.

Le conseguenze economiche di un attentato
24.11.15
LaVoce
Andrea Goldstein

Approfondimento sui potenziali effetti economici generati dall’attentato di Parigi dello scorso 13 novembre, questa volta consumi e investimenti non rimarranno indifferenti.

La risposta al terrorismo islamico non è nello statalismo onnipotente
28.11.15
IlFoglio
Carlo Lottieri

L’Europa non deve reagire al terrorismo statizzando gli affari pubblici e l’economia ma riabbracciando valori quali la libertà e la protezione dei diritti individuali: difenderci in maniera efficace vuol dire conoscere le proprie radici.

Draghi prepares for further monetary easing
24.11.15
Financial Times

Le prospettive di crescita e inflazione altamente deludenti lanciano un segnale alla BCE incoraggiando l’utilizzo di un secondo QE senza naturalmente lasciare indifferente l’opinione pubblica.

 

Delocalize Polonia

E la Polonia?” “Boh, tanta birra ,fa freddo, belle donne, uno di quei paesi dell’est dove farsi un giro e non tornare.”

Davvero?

La Polonia , si certo, è birra (Piwo), freddo, belle donne, ma vediamo cos’è di più.

E’ innanzitutto un paese che è stato martoriato dalle vicende storiche, per cent’anni il popolo polacco è stato sottoposto ad un tentativo di cancellazione delle sue radici culturali . Nonostante ciò i polacchi hanno oggi una fortissima identità, si riconoscono nel proprio paese, a mio giudizio sicuramente più di certi popoli mediterranei.

birra

Per strada ci imbattiamo nella persona media: sorride, è disponibile e quando vede che sei straniero cerca subito di farti capire che ti aiuterebbe, spiccica qualche parola in inglese, ma passa presto ai gesti per farsi capire. (L’inglese è conosciuto solo tra le generazioni più giovani, sempre con moderazione).

Gli studenti a Cracovia , si trovano fanno festa a base di Piwo e shot di “Wodka” (rigorosamente polacca, fruttata all’olfatto e dal sapore intenso, da non confondere con la Vodka, russa, la sola che arriva in Italia).

Le persone sono semplici, vedono un futuro di crescita, libertà economica e prosperità. I giovani sono dinamici e scambiano idee e in molti fondano aziende di trasporto merci o servizi di IT. Gli studenti sono motivati, sanno che una volta laureati, qualcosa da fare ci sarà di sicuro per loro.

…I magici anni del boom economico italiano insomma.

Ma cosa centra tutto questo con la delocalizzazione del nostro titolo?

Quella descritta è l’atmosfera che si respira. E gli stranieri che fanno?

Lo stato polacco è ben disposto ad accogliere gli stranieri, purché portino soldi, e gli italiani si spostano. Vittorio Merloni, presidente di Indesit, c’è andato nel 2007. “La scelta è dovuta esclusivamente a criteri di competitività sui mercati internazionali”, è il commento di Indesit per la stampa, quando viene annunciata la chiusura dello stabilimento storico di None, nel 2009, a favore dell’investimento in Polonia.

Cosa spinge le aziende italiane (e gli italiani stessi) a “delocalizzar(si)” in Polonia?

Wodka e Piwo sono un bell’incentivo, ma non sono da soli.

  • Stabilità politica, gli ultimi 8 anni di governo sono stati determinati da solide (ed efficaci) politiche per la crescita. Che ritornino sui propri passi, sembra improbabile.
  • Basso costo energia, la maggiore fonte è il carbone.
  • Alto livello formazione, i trentenni polacchi laureati erano quanti gli italiani nel 2000, dati del 2011 mostrano un netto sorpasso nei nostri confronti.formazione.jpg
  • Poche regole per l’impiego, e costo del lavoro del 30-35% in meno rispetto alle economie evolute dell’Europa occidentale. Tasso di occupazione elevato.
  • Pressione fiscale ridotta, moltissimi i vantaggi fiscali, primo tra tutto la deducibilità pressoché totale delle spese, per non parlare degli aiuti fiscali ed esenzioni d’imposta garantite nelle “zone economiche speciali”.

Interessante è il discorso sulle Zone a statuto speciale (SEZ), “ambienti protetti” dove installare centri di produzione e di ricerca con forti agevolazioni.

Il risultato? Gli FDI (investimenti diretti di capitale straniero) in dieci anni sono aumentati del +183%. L’economia ha imboccato una spirale positiva, che pare sostenibile a tutti, per primi a tutti quegli investitori inglesi, tedeschi e, soprattutto, italiani che spostano lì le loro fabbriche.

“Io un giro in Polonia me lo vado a fare, e magari ci ritorno”

E la cara Italia? Aspettiamo la ripresa.

Sperando.

 

Fabio Aprà

Quando evitare festoni a porte aperte

Tra le questioni più controverse del momento c’è senza dubbio l’immigrazione. Colpa della politica che tende a veicolare sempre più spesso messaggi semplicisti, e di un sistema di informazione che non fa nulla per spiegare alla gente un fenomeno difficile da inquadrare, l’immigrazione viene comunemente affrontata di pancia. Proveremo dunque in seguito a dare una lettura più razionale per cercare di inquadrare meglio il fenomeno.

Iniziamo dunque con qualche dato per capire di cosa stiamo parlando. Se nel 2014 le richieste d’asilo a livello europeo sono state 630mila, nei primi sei mesi del 2015 ne sono pervenute 420mila, con un’evidente trend positivo. La situazione complessiva però è distinta da quella italiana, che con 30mila richieste dei primi sei mesi dell’anno corrente sembra rimanere in linea con i numeri dell’anno precedente. Appare dunque evidente che i maggiori arrivi a livello europeo sono relativi alla rotta balcanica, che comprende i migranti provenienti prevalentemente dai Paesi mediorientali in guerra.

Il problema italiano però, ed è qui che il dibattito politico si anima, riguarda il totale degli sbarchi, comprendente quindi anche i “migranti economici”, che l’anno passato sono stati 170mila, e che quest’anno secondo le proiezioni dovrebbero rimanere costanti.

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Proviamo dunque a inquadrare il fenomeno e coglierne le cause, quanto meno quelle più recenti. Come piuttosto noto, il motivo dell’impennata degli arrivi in Europa negli ultimi due o tre anni è causato dall’instabilità politica che coinvolge molteplici aree, a partire dalla situazione del Medio Oriente (in cui la guerra civile siriana sta lacerando il paese e l’avvento dello Stato Islamico sta contribuendo a creare disordini e guerre, di cui si fatica pesantemente a cogliere le sfumature) passando per la situazione di fermento del Nord Africa, in cui a partire dalle primavere arabe si è faticato, per usare un eufemismo, a creare un equilibrio nella regione, per finire all’Africa sub-sahariana, territorio nel quale stanno avanzando gruppi terroristici quali Boko-Haram, cui va unito un progressivo inaridimento delle terre a complicare una situazione già esplosiva.

Ci sono però ragioni ulteriori, esclusivamente politiche, per le quali nell’ultimo periodo i flussi si sono intensificati. Esse riguardano la Turchia e la sua politica nei confronti dei migranti. Come evidenziato brillantemente da Limes, perché fino ad un paio di anni fa i migranti siriani venivano accolti in Turchia e qui si fermavano, mentre ora il governo turco lascia i migranti liberi di confluire a migliaia in Europa, i particolare sulle coste greche? È assolutamente ipotizzabile che dietro questo cambio di strategia ci sia la volontà di Ankara di esercitare una pressione sull’Europa, per fare in modo che prendano posizione in favore del rovesciamento del regime di al-Asad, e dell’affermazione di un “Islam politico” in Siria.

La medesima dinamica pare essere presente anche in Libia. Sebbene sia ricorrente sentir dire che è impossibile dialogare col governo libico per il semplice fatto che non esiste ma ne esistono due, e che quindi non si può fermare l’esodo dei migranti con accordi politici come si faceva ai tempi di Gheddafi, la verità è che il mercato illegale dei migranti sta dilagando grazie anche al consenso del governo di Tripoli (quello non riconosciuto dalla comunità internazionale), il quale usa l’arma dei flussi migratori come risposta all’atteggiamento francese e saudita, ma anche italiano, di riconoscere come governo legittimo quello di Tobruk.

Alla luce di tutto ciò risulta forse più chiaro come il fenomeno migratorio non sia qualcosa di semplice da arginare, ma è il risultato di una situazione di fermento che coinvolge un numero enorme di Stati, e che sarà veramente complicato sistemare nell’arco di anni, figuriamoci con soluzioni che i politicanti dichiarano di poter varare “domani mattina”.

Se è vero che siamo davanti ad un processo storico molto delicato, è anche vero però che l’Italia e l’Europa tutta stanno affrontando la questione in maniera del tutto inadeguata.

Non esiste ad oggi, dopo anni che è in atto il fenomeno in questione, una politica migratoria comunitaria, ma è lasciato ai singoli Stati il potere di prendere decisioni in materia. Il risultato è una frammentazione pazzesca, con Stati, vedi l’Ungheria, che ergono muri entro cui barricarsi, altri, vedi l’Italia e la Grecia, che sfavoriti dalla propria posizione geografica sono costretti a sobbarcarsi il peso di accogliere coloro che arrivano dal mare e trarli in salvo, e dopo aver fatto ciò, in nome del trattato di Dublino, di identificarli obbligando chi è stato registrato in Italia a rimanerci. Da qui la pratica tutta italiana (ma forse non solo) di “non vedere” molti immigrati per fare in modo che essi escano dalla penisola senza essere registrati, in modo che siano altri Stati a doverli accogliere e trattenere. Altri Stati infine a parole sono disposti ad aiutare i Paesi mediterranei a far fronte al problema, ma guai a parlar di quote di distribuzione.

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Quello che dovrebbe essere naturale fare nel breve termine sarebbe la creazione dei fantomatici hotspot, ovvero centri di riconoscimento dei profughi dislocati prevalentemente nei Paesi dove i migranti arrivano, ovvero Italia, Grecia e Ungheria ma non solo. Essi dovrebbero essere funzionali al rapido riconoscimento dei richiedenti asilo in modo da considerare l’accettabilità o meno della domanda, cosa che in Italia comporta tempistiche bibliche e conseguenti costi di gestione enormi. Manca però un dibattito sul tema più importante, ovvero chi vogliamo ospitare. La retorica di sinistra dell’accettare tutti è forse peggiore di quella nazional-populista. Paragonare la situazione attuale con quella degli italiani emigrati negli Stati Uniti nel secondo dopo guerra non è solo frutto di un’ignoranza spaventosa, ma di un’idiozia che fa incazzare. Al tempo gli Stati Uniti erano un Paese con prospettive di sviluppo enormi e largamente sottopopolato, quindi felice di accogliere braccia disposte a lavorare. L’Europa di oggi è invece un Paese (e già ho dei dubbi) provato da una crisi che stenta a passare, con prospettive di stagnazione economica, e con un mercato del lavoro così bloccato che in molti Stati, tra cui il nostro, quasi la metà dei giovani non ha un’occupazione. È quindi ovvio che non ci sono le condizioni per accogliere indiscriminatamente, ma bisogna creare dei distinguo. Pare che oggi si vada nella direzione in cui coloro che scappano dalla guerra debbano essere accolti, mentre chi scappa dalla fame e basta (i migranti economici) no. Posto che personalmente ho delle riserve sul fatto che il criterio dell’accettiamo quelli che scappano dalla guerra sia giusto, ma sarò io in torto, penso che vadano stabiliti altri parametri. Probabilmente ne ignoro di più significativi, ma credo che il patrimonio e il grado di istruzione debbano essere due elementi fondamentali. Come si può pensare di accogliere persone non istruite e senza una lira senza che questo vada a creare una situazione di disagio sociale? Ciò che è necessario è stabilire criteri che permettano di accogliere persone che siano in grado di inserirsi nel mondo del lavoro integrandosi così nella società, in modo tale da portare due benefici di cui abbiamo certamente bisogno, ovvero per prima cosa l’apporto di giovani lavoratori che contrastino il progressivo invecchiamento della popolazione, e in secondo luogo la creazione di un ambiente animato da una diversità culturale, da sempre vettore di idee e sviluppo.

Naturalmente queste sono idee, e sappiamo che tra questo e l’adozione di politiche che veramente affrontino la situazione ci passano decine di summit e incontri tra capi di Stato e ministri degli esteri, molti dei quali di nessuna utilità.

A proposito di summit, proprio nei giorni scorsi ce ne è stato uno a Malta tra i vertici europei e africani in cui si è andati nella direzione di costruire gli hotspot di cui sopra abbiamo parlato nei paesi africani dove i migranti transitano, in cambio di aiuti economici e dell’impegno ad accogliere coloro che verranno riconosciuti come profughi.

L’auspicio è che le idee proposte vengano rapidamente implementate, anche se come sappiamo i tempi della politica, soprattutto quando si cercano accordo internazionali, sono lunghi se non biblici.

Federico Castelli

Dove finisce la libertà

Giusto e sbagliato non esistono. Esistono le maggioranze e le minoranze. Esiste l’unanimità, quasi mai, o un’approssimazione di essa. Il pluralismo funziona attraverso maggioranze e minoranze, fissa regole che vanno rispettate non perché giuste, ma perché unico mezzo per garantire il vivere civile. Il conflitto esiste, perché è intrinseco all’idea di pluralismo, ma attraverso l’esercizio democratico resta un conflitto concettuale e (quasi) mai materiale

Per la verità giusto e sbagliato esistono, ma sono idiosincratici. E ogni aggregazione e generalizzazione sono impossibili. L’unica via pacifica è quella delle maggioranze e delle minoranze, delle regole e del pluralismo. Tuttavia, il sistema regge fintanto che tutti accettano la soggettività di giusto e sbagliato, finché tutti sono pronti a fissare per sé i canoni etici che ritengono migliori, ma non pretendono di imporre i medesimi canoni ad altri. A meno che questi non siano previsti dalle regole. Ha un valore la libertà? Se sì, l’unica via per preservarla è il pluralismo. La libertà è tutelata dalle regole, che sono decise dalla maggioranza e accettate dalla minoranza, che le rispetta in nome della libertà stessa e nella speranza di diventare domani maggioranza.

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Quando però un gruppo di individui rifiutano l’idiosincrasia del giusto e dello sbagliato, quando rigettano il pluralismo, l’unica via da seguire è schierarsi. Il pluralismo è fragile e quando viene messo in discussione deve essere protetto da coloro che, soggettivamente, ritengono sia migliore della dittatura del pensiero che viene contrapposta ad esso. Anche in questo caso non è questione di giusto o sbagliato, è questione di maggioranze e minoranze. Se la maggioranza pluralista è capace di vedere il problema, non sottovalutarlo, comprenderlo in tempo, allora la maggioranza prevale. Ma se questo non avviene, allora anche una minoranza può prevalere e imporre il proprio regime. Opposto a quello democratico pluralista. E può fare ciò proprio perché rifiuta le regole decise attraverso il pluralismo. Solo la comprensione e la reazione sono la soluzione. Il pluralismo ammette mediazioni su tutto, ma non ammette mediazioni, tergiversazioni, compromessi sul pluralismo stesso.

Il punto è che il Corano, e con esso l’Islam, è totalmente incompatibile con la società pluralista, perché nega la libertà e impone il pensiero unico. E non fa ciò a livello teologico o filosofico, come fanno altri testi sacri delle religioni monoteistiche, ma lo fa a livello pratico. La legge coranica è legge dello Stato, pensata per essere legge che regola la vita quotidiana della società. Ed é una legge in cui il pluralismo non trova spazio. L’Islam cosiddetto moderato è una particolare interpretazione del Corano in chiave pluralista, (per fortuna) utile per coloro che già integrati nella società pluralista, vogliono mantenere la loro tradizione musulmana. Ma quanto l’interpretazione è moderata ed escluse la Guerra Santa, l’accettazione del pluralismo è già avvenuta da parte dell’individuo. Ma questa è l’eccezione, la forzatura, non la regola e la normalità. Se non vogliamo che il nostro pluralismo soccomba, allora dobbiamo schierarci. Non è un problema di giusto o sbagliato in senso assoluto, ma di giusto e sbagliato relativo alla nostra morale. Ciò che dobbiamo chiederci è quanto valore diamo alla nostra libertà e alla nostra democrazia pluralista, al nostro vivere civile e alla nostra coesistenza pacifica. Se riteniamo che queste cose siano preziose e siano preferibili all’alternativa di una società monocratica governata dalla legge religiosa mussulmana, allora è necessario reagire e schierarsi. E il problema non si può risolvere con il dialogo, in modo pluralista o democratico, proprio perché la controparte rifiuta il pluralismo e ha come scopo la sua eliminazione.

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Pazienza e tolleranza sono stati i principi applicati con cura nella gestione delle primavere arabe e nell’inerzia applicata fino a ieri nel combattere l’Isis. I risultati di questa strategia sono stati di fortificare la belva, di renderla meno controllabile, più efficace e più pericolosa. Questo atteggiamento è stato molto comodo e conveniente per i governi occidentali negli ultimi anni. La cultura della comprensione e della differenziazione a tutti i costi sono state pervasive, cosicché l’elettorato sarebbe stato molto poco comprensivo rispetto a interventi diretti e incisivi contro un pericolo non imminente. Penso che la strategia, da parte dei terroristi musulmani, di creare terrore, guerra, fame e povertà nei territori mediorientali sia stata precisamente mirata a creare l’ondata migratoria che si è verificata negli ultimi mesi. E l’obiettivo di questa strategia era di creare tensioni, asti, paralisi decisionale tra coloro che, unici, potevano decidere di intervenire contro l’espansione terroristica, ovvero gli stati occidentali. Il fatto che musulmani siano stati vittime di questa strategia militare, e sottolineo militare, non significa che altri musulmani e la legge islamica non siano la causa del problema.

Nessuno si augura di dover usare le bombe. Sappiamo tutti quanto la pace sia preferibile alla guerra, al sangue, alla perdita delle persone care, alla fame. Ma la reazione che dovevamo mettere in atto da ieri e che dobbiamo mettere in atto da domani è necessaria proprio per non arrivare alle bombe. Perché l’alternativa alla pace che ci garantisce il pluralismo è quella delle bombe, della dittatura e dell’assenza di libertà. E, ripeto, la ragione per cui questa contrapposizione, questa aggregazione maggioritaria, deve essere tanto eccezionale e forte è che il pluralismo è fragile, sopravvive fintantoché ogni attore interno ne accetta le regole autoimposte, ma soccombe non appena qualcuno dalla minoranza se ne frega delle regole e ribalta il tavolo delle trattative. Se pensiamo che la nostra libertà abbia qualche valore, dobbiamo cominciare presto a difenderla.

                                                                                                                 Fabio Zanardi

 

Saluti a pugno…sui denti

Non so come eravamo rimasti, ma mi pare di ricordare che, l’ultima volta che ho controllato, i simboli avessero ancora un significato.

Cioè, se io andassi in giro facendo il saluto romano, per esempio, suppongo qualcuno mi direbbe qualcosa.

Specialmente se io fossi il commissario unico di EXPO e neo proclamato alumnus bocconi dell’anno Giuseppe Sala.

Se io fossi Giuseppe Sala e andassi in giro a fare il saluto romano, sono sicuro che qualcuno si incazzerebbe.

Dopotutto, come potrei biasimarli.

jhb

Sfoggiare sorridendo un simbolo di morte e oppressione, di un’ideologia che ha schiacciato la libertà individuale di milioni di persone per decenni e decenni non è un comportamento per il quale puoi sperare di passarla liscia, giusto?

Suppongo che almeno qualche spiegazione dovrei darla, tipo: ci credo davvero, era per ridere, dovevo farlo perché se no il Capo di Stato che l’ha fatto per primo si offendeva, e così via.

Eppure, ho la sensazione che comunque non la farei franca, a fare un saluto romano così, sorridendo tronfio.

Ovviamente ognuno deve essere libero di fare i saluti che vuole: pugni, marameo e tutto il resto, intendiamoci eh.

Però, se io rappresentassi qualcosa, se fossi l’amato prodotto di un sistema con certi valori, forse avrei degli obblighi nei confronti di quel sistema. Ancora di più, forse dovrei difendere quei valori e se incontrassi il leader di un movimento politico che mi saluta con il suo gesto consueto, che entrambi sappiamo significare un insieme di cose ben precise, beh forse dovrei avere il coraggio di difendere quello in cui credo, accettare che lui può fare ciò che vuole, ma non seguirlo. Perché nel mio mondo, quello è un gesto inaccettabile.

Il pugno che vedete sopra in foto è il simbolo di una brutalità storica che abbiamo il dovere di ripudiare, noi che diciamo di amare la libertà e la democrazia. Non può essere sfoggiato col sorriso e senza conseguenze, perché è una schifezza.

Ciò che però senz’altro deve farci riflettere è la reazione della nostra università di fronte al gesto di Sala. Una reazione di calma indifferenza, per un gesto che all’occhio dell’osservatore più clemente sarebbe considerato almeno una pagliacciata.

A che pro cospargersi il capo di cenere per interventi di personaggi controversi, ma non vergognosi, come ce ne sono stati in università in passato, proteggere il proprio nome a ogni costo e conservarlo come una reliquia, se poi in seguito a questi episodi non si solleva neanche un indizio di vergogna?

O per loro quel gesto non ha il significato che dovrebbe avere, oppure io mi sto perdendo qualche grosso dettaglio.

Ad ogni modo, noi, che siamo i figli di un mondo che ha respinto quel simbolo, prosperando, e siamo grati di averlo ripudiato, non possiamo restare indifferenti e soprattutto non possiamo accettarlo col sorriso.

Non c’è davvero niente da ridere.

Alessandro D’Amico

Fermo o forse sparo

In Italia esiste una reale libertà di agire dell’individuo entro i confini della propria proprietà? E con libertà di agire mi riferisco anche alla possibilità di autodifesa. Questa sovrastruttura tentacolare, lo Stato, con il suo eccesso di legittima difesa, invece, non me lo permette. Dovrebbe. Dovrebbe lasciarmi libero di scegliere, libero di agire come meglio credo, tanto più quando sono entro i miei confini.

Diversi sono stati gli episodi, negli ultimi giorni, che hanno scatenato un acceso dibattito da parte di esponenti diversi della politica nostrana. L’europarlamentare e sindaco di Borgosesia, Buonanno, ha persino detto di voler introdurre il “bonus pistola”. Un pensionato, Francesco Sicignano, spara a Gjergi Gjoni, immigrato albanese senza permesso di soggiorno ed è subito polemica, con tanto di perizia psichiatrica per l’anziano. Il pensionato gli spara perché il clandestino gli è entrato in casa. (That’s it). D’altronde, se qualcuno ti entra in casa non certo per prendere latte e biscotti, se poi è un immigrato clandestino con tanto di precedenti, di certo non gli stendi il tappeto rosso quando sorpassa la soglia.

Cattura

Altra vicenda è quella di Ermes Mattielli da poco condannato per aver sparato ripetutamente a due ragazzi, due nomadi, con l’accusa  di essersi accanito. Li aveva scovati a rubare del rame dalla sua tenuta. Ora,  mentre lui passera i prossimi 5 anni in carcere, i due stranieri riceveranno un indennizzo di quasi 150.000 euro.  Joe Formaggio, qualche giorno fa, ospite da Cruciani, su radio 24, ha affermato:  “se qualcuno prova ad entrarmi in casa, gli sparo in faccia e quello si trova le cervella nelle scarpe da ginnastica”. Una frase che, certo, non ha bisogno di ulteriori chiarimenti. Chi può dargli torto. E’ possibile che non si possa avere il diritto di difendere ciò che costituzionalmente inteso come la naturale estensione della propria persona, come meglio si crede?  Senza contare che spesso da un semplice furto in appartamento si arriva, poi, ad atti di violenza nei confronti di chi nell’appartamento ci abita. E’ un mio diritto, allora, difendere nella maniera più opportuna l’integrità dei miei cari e dei miei beni quando  questi sono messi in pericolo.

In paesi civili, come gli US, tutto ciò è supportato dalla tesi che la vita, la  proprietà stessa ed il suo naturale e sereno godimento siano diritti fondamentali ed inalienabili per l’individuo e perciò difendibili con ogni mezzo se seriamente minacciati. In una società libera tutto si basa sul concetto di proprietà privata, intesa come sfera intangibile, che nessuno può intaccare coercitivamente. Se poi Lo Stato non riesce a garantirne la dovuta protezione, interna od esterna, un via libera alla detenzione di armi è dovuto. Altro che sconfitta della civiltà.

Con la legge 13 Febbraio 2006 n.59 il legislatore ha inserito due nuovi commi all’art 52 del c.p. sulla legittima difesa. L’intento è di accordare ad i cittadini onesti uno strumento contro i malfattori. Nel nostro paese, invece, dove il paternalismo ed il politicamente corretto regnano sovrani, una conquista della civiltà è stata bollata con la formula mediatica “licenza di uccidere” e non sono mancate le polemiche sulla costituzionalità della stessa legge citata. “Dalla nostra costituzione (la più bella del mondo) -a detta degli addetti ai lavori- “si ricava il superiore valore del bene vita, rispetto al bene patrimonio”
Ora, Joe Formaggio a parte, siete sicuri che esistano sostanziali differenze fra il bene vita ed il bene patrimonio? Io, sinceramente, non credo.

                      Filippo Camerada feat. Azzeccagarbugli

Non c’è trucco, non c’è inganno

Vista la nuova ondata di attenzione mediatica sul problema vaccini, voglio condividere qualche pensiero sui complottisti, i negazionisti e i vegani, sugli anti-vaxxers e quelli che credono nelle scie chimiche, quelli contrari alla sperimentazione animale e così via. Se qualcuna di queste persone ci legge, vi dico: non preoccupatevi, perchè il libero mercato vi protegge.

Molte persone temono, ad esempio, che il dibattito su farmaci e vaccini sia inquinato dall’influenza delle case farmaceutiche, le quali corromperebbero i ricercatori affinchè i risultati dei loro studi occultino chissà quali tremendi effetti dei medicinali che assumiamo tutti i giorni.

Lo stesso vale per il dibattito sulla sperimentazione animale: secondo i teorici del complotto esisterebbero metodi alternativi che potrebbero risparmiare gli animali, ma che tuttavia restono inutilizzati perchè dannosi per gli interessi economici dei potenti.

Di solito tutto questo viene condito con una buona dose di disprezzo verso le logiche di profitto che queste aziende perseguono e una difesa degli ideali del passato, perchè si stava davvero meglio quando si stava peggio.

Ora, io non voglio convincervi che la logica del profitto sia giusta, perché sono realista ed è inutile sprecare parole, però vi invito a valutare questo fattore quando pensate ai vaccini, oppure agli ogm e avete paura che qualcuno vi stia nascondendo la verità.

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Nel mondo di oggi non si può nascondere la verità, almeno non su larga scala. Se i vaccini davvero provocassero l’autismo, se gli ogm facessero venire il cancro o esistessero alternative alla sperimentazione animale, qualcuno lo saprebbe e ci guadagnerebbe sopra.

Si comincerebbero a studiare vaccini che non provocano l’autismo, si studierebbero altri modi per sfamare le persone e si adotterebbero nuove tecniche per testare i farmaci.

Per inciso, la sperimentazione animale è costosissima e non ci sarebbe casa farmaceutica che non ne farebbe a meno se potesse.

Insomma, pensate pure che le multinazionali siano cattive e il profitto sia sbagliato, ma state pur certi che se le teorie del complotto fossero vere, qualcuno cercherebbe nuove soluzioni per guadagnarci su.

Un’ulteriore rassicurazione, se ancora avete paura dell’influenza delle case farmaceutiche o della Monsanto. Sappiate che queste, anche combinate fra loro, non potrebbero mai competere per fatturato, e quindi potere economico, con uno qualsiasi dei produttori di sigarette. Eppure, sapete bene che le sigarette fanno male e qualcuno ha provato a proporre alternative ad esse, cercando di far soldi.

La logica del profitto è una constante della nostra società. Potrà non piacervi, ma da delle belle garanzie quando si tratta di farsi un’opinione sui problemi del mondo e questo è, certamente, un suo grande pregio.

Insomma, potete sempre fidarvi dell’avidità altrui.

Alessandro D’Amico

Sui liberali che odiano i poveri

E’ ormai di dominio comune l’idea che chi si professa liberale lo fa perché manca di una morale, perché è un egoista, perché è uno che vorrebbe che il mondo venisse governato dalle lobby bancarie che vanno a braccetto con i ricchi. Niente di più vero, ve lo posso confermare.

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Sin dai primi autori che “liberali” potevano definirsi, era ben chiaro questo atteggiamento di odio e menefreghismo nei confronti dei poveri, tant’è che spesso e volentieri le maggiori opere che compongono il panorama culturale liberale sono fantastici artifici retorici atti a nascondere ai più quello che è in realtà il vero intento dei liberali, delle associazioni che si definiscono tali, e dei partiti che si riferiscono ad una tal ideologia.

Noi difendiamo a spada tratta il libero mercato perché sappiamo benissimo che va a svantaggio dei poveracci, e siamo più che contenti di ciò. Il mondo dovrebbe essere governato solo dai ricchi, chissene frega se pur di guadagnare cancellano, annullano, e schiavizzano implicitamente le classi svantaggiate. E’ esattamente quello che vogliamo e perseguiamo. Noi liberali vogliamo che il sistema sanitario venga privatizzato apposta per questo. Chi non può permettersi le cure deve morire, è giusto che sia così, sono anni che combattiamo questa battaglia tutti insieme. La battaglia per l’acqua pubblica ad esempio fu, a mio avviso, un triste intento di dare l’acqua, bene primario, a tutti, cosa che io non posso personalmente tollerare. L’acqua va solo ai ricchi, che la meritano. La scuola non deve essere per tutti, in modo tale che i meno colti e i meno abbienti vengano sopraffatti dai borghesi che li vogliono sfruttare per sottopagarli e fare ingenti profitti. E’ proprio per questo che i sindacati non dovrebbero esistere. Come potremmo infatti perseguire il nostro obiettivo se ci sono queste associazioni piene di coscienza morale che ci costringono a pagare giustamente i nostri dipendenti? Come facciamo a compiere la nostra opera di sterminio e arricchimento se finisce sempre che siamo costretti a dare soldi anche a questi poveracci straccioni? I sindacati devono cessare di esistere.

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E pensare che i più grandi intellettuali liberali si sono spacciati per filosofi morali, che furbacchioni! Noi liberali non abbiamo una morale, è questo il bello. Siamo l’unico gruppo che ha sempre combattuto, e sempre combatterà per i propri interessi, per chi ne fa parte, che spesso e volentieri è un ricco colto che vuole arricchirsi sempre di più, giustamente, alle spalle di chi non può campare se non mettendosi ai suoi ordini. E’ possibile che il pensiero liberale oggi non attecchisca profondamente perché siamo un caso a parte, perché l’uomo è naturalmente portato a perseguire l’interesse del più debole. Nonostante io non riesca a comprendere tutto questo, mi rendo conto che siamo unici nel nostro genere, sono in pochi a desiderare così ardentemente come noi la morte dei poveri, il totalitarismo dei più ricchi e la totale disuguaglianza. Non ci interessa se stiamo parlando di neri, di cinesi o di froci, se sono poveri è bene che si mettano agli ordini di chi comanda veramente, noi ricchi, e che o si lasci morire, o si lasci sfruttare da noi che gli lasciamo giusto qualche spiccio per mangiare, dopo naturalmente aver corrotto la politica e avergli tolto le cure mediche di base. Quando parlo ai banchetti e mi accusano di immoralità io sono contento, è proprio quello che perseguo, non capisco anzi perché la maggior parte dei liberali devono fingere quel marcato approccio morale che chiaramente non si confà all’obiettivo che vogliono perseguire. Sono d’accordo sul fatto che sia una buona maschera per accalappiare i più stolti, ma dobbiamo cambiare tattica.

Io lotto per un mondo in cui i poveri rimangano tali, senza alcuna possibilità di uscita. Un mondo dove giustamente i ricchi si appropriano di tutto il potere e di tutte le risorse. Un mondo in cui finalmente, per chi la merita, vi è la libertà.

Spero l’abbiate capito, stavo scherzando, e voi?

Enrico Mattia Salonia

Chi è nemico dei froci

Un bel giorno ai gay sarà concesso di sposarsi, a chi vorrà suicidarsi di farlo in ospedale e non sotto un treno, a tutti di comprare marijuana in tabaccheria e cocaina in farmacia; quando succederà, forse non tra molto, saremmo tentati di salutare il progresso della civiltà, e di ringraziare per l’ennesima concessione, frutto del sistema legislativo statale: cazzate! Lo stato rida ciò che tanto tempo fa, quando stato non si chiamava, ha tolto.

Poter disporre della vita, dei frutti del proprio lavoro e dell’amore non è qualcosa che viene concesso, è una facoltà naturale, e quando non possiamo lecitamente esercitare queste facoltà, allora qualcuno, o peggio qualcosa, ce le ha sottratte: è, per variare, la Repubblica, a cui chiediamo leggi contro l’omofobia – che di fatto amplieranno semplicemente la forbice d’arbitrio nel giudizio – quando è lei realmente la prima omofoba, che vieta, lei sola può, agli omosessuali il matrimonio.

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Ecco, in effetti oggi lo stato non persegue più le relazioni omosessuali, ma vieta di consolidarle legalmente, quindi è coerente pensare che abbia realmente aggredito un nostro diritto nel momento in cui quel diritto è esso stesso a costituirlo? Buon punto, ma inquadrare il termine matrimonio in un’ottica prettamente giuridica, vuol dire prenderlo in considerazione scartando il suo significato religioso e tradizionale, e se così lo leggiamo, allora è lecito chiedersi perché sia valido se eterosessuale, invalido se omosessuale, elemento che costituisce, persino nel senso insiemistico del termine, una discriminazione.

Ma che tipo di discriminazione? Non è il matrimonio ad essere discriminato rispetto ai due tipi di relazione, ma sono i due tipi di relazioni ad essere discriminati di fronte alla medesima fattispecie; in questo senso la legge preserva, seppur in forma più sottile, pregiudizi e vincoli emersi quando le società si sono formate, a prescindere da come poi si siano sviluppate.

Anche la democrazia è solo una forma lieve di soppressione del dissenso, ed è certo da estremisti stigmatizzarla, è poco realistico dimenticarla, ma è grave santificarla, celebrando l’idea che giusto e sbagliato si decidano per alzata di mano, e che tra 5 persone 3 possano scegliere per le altre 2, perché magari è proprio così che i gay sono diventati froci, quando ai 3 quei 2 che limonavano davano fastidio.

Nicola Rossi

La parola ai Greci

Ma cosa vorranno mai, questi creditori dello stato Ellenico?
Un avanzo pubblico, in termini di percentuale del PIL, pari all’1% nel 2015, al 2% nel 2016, al 3% nel 2017 e al 3,5% nel 2018, attraverso una serie di misure che interessano 5 diversi campi:
1. IVA;
2. tasse;
3. pensioni;
4. PA;
5. lotta all’evasione fiscale;
6. altre ed eventuali.
Le autorità europee sono state molto precise sugli obiettivi di spesa e di entrate, in particolare in merito alla gestione dell’IVA, delle tasse e delle pensioni. Non sembra esserci troppa chiarezza sugli altri aspetti. Ma vediamo un po’ più nel dettaglio di cosa si tratta.
Cominciando con l’IVA, l’obiettivo unico e imprescindibile è il raggiungimento di un’entrata pari all’1% del PIL su base annua. Tale risultato è ritenuto conseguibile tramite l’adozione di un’aliquota pari al 23%, fatta eccezione per alcune categorie di beni, e la diminuzione del numero di operazioni che non vengono colpite dall’IVA.
Iniziando con la fiscalità generale, le società assisteranno a un aumento della tassa gravante sui propri redditi (dal 26 passerà al 28%) e un minor numero di categorie imprenditoriali potranno beneficiare dei sussidi e dei trattamenti fiscali privilegiati. Peraltro, oltre ad un aggiustamento della tassa proprietaria, il governo dovrà riorganizzarsi nella lotta all’evasione fiscale e alle frodi. Infine, tutto il sistema assumerà un tonalità più progressiva.
In campo sanitario, sarà ridotto il prezzo di tutti i medicinali di almeno il 32,5%, ed è prevista una riduzione anche di quello dei test diagnostici.
Concentrandoci poi sul welfare, troviamo fissato un altro obiettivo molto semplice ma preciso: bisogna risparmiare lo 0,5% del PIL per facilitare l’adozione del reddito minimo garantito. Secondo il gruppo dei creditori, le risorse necessarie a raggiungere tale obiettivo dovranno essere ricercate nei risparmi sulle spese militari, nella concessione di licenze per lo sfruttamento delle frequenze radiotelevisive e nella tassazione delle pubblicità televisive e delle videolottery.
Con le pensioni, poi, c’è da sbizzarrirsi! Anche qui si vuole ovviamente risparmiare: tra lo 0,25 e lo 0,5% del PIL nel 2015 e l’1% del PIL nel 2016. Come? Semplice:
1. si va in pensione o a 67 anni o a 62 con 40 anni di contributi;
2. chi vuole ritirare i propri contributi dal Fondo Assicurativo Sociale deve pagare una penale del 10% piuttosto che del 6%;
3. la garanzia di solidarietà non c’è più;
4. i limiti alle pensioni garantite in termini nominali restano fissi fino al 2021.
Inoltre, perché la centralizzazione permette di ottenere economie di scala, tutti i fondi pensioni saranno integrati nell’ETEA. Infine, in maniera molto più vaga si parla di avviamento di procedure per avvicinare i contributi alle retribuzioni, di razionalizzazione di tutte le categorie pensionistiche e di armonizzazione delle regole sui benefici pensionistici.
Questo era tutto ciò che riguardava le riforme strutturali. La sezione successiva tratta i rapporti con la PA, la riforma della giustizia e le leggi anti-corruzione.
Il messaggio che si vuole portare avanti nella riforma della PA è chiaro: il capitale umano pubblico è troppo costoso! Per ridurre i costi bisogna prendere a esempio le altre amministrazioni europee, sono da introdurre dei principi aziendali per valutare le risorse umane e servono assolutamente dei manager capaci. Tra le manovre si parla anche di un riordino amministrativo dell’ELSTAT, il cugino greco dell’ISTAT.
La proposta per il terzo potere è unica ma pesante perché si parla di riordino del Codice di Procedura Civile.
Finendo con l’anti-corruzione, i creditori si appellano alle autorità greche affinché applichino delle norme finalizzate ad aumentare il grado di trasparenza nella gestione di bilancio dei partiti e a impedire interferenze da parte dei politici nelle investigazioni anti-corruzione.
Circa a metà del documento si parla di tax administration. Procediamo con calma.
In primo luogo, si prevede l’istituzione di un’agenzia delle entrate, di cui vengono indicate le connotazioni fondamentali. In secondo luogo, si vuole abbassare del 25% il tetto dei salari e delle pensioni. In terzo luogo, si mira a migliorare la gestione, preferibilmente per via informatica, dei crediti e dei debiti tributari, puntando a portare i primi al minimo. Inoltre, i tassi d’interessi applicati devono essere allineati ai loro valori di mercato e il processo d’installazione di una struttura informatica efficiente dev’essere accelerato.
Parte della discussione volge, poi, verso l’argomento “lotta all’evasione fiscale”, che si riassume nelle seguenti esigenze:
• bisogna combattere il contrabbando di benzina;
• bisogna controllare meglio le transazioni bancarie in Grecia e all’estero;
• bisogna migliorare la gestione dei conti IVA;
• bisogna promuovere l’utilizzo dei pagamenti elettronici.
Abbiamo superato di qualche pagina la metà del documento. Ora si parla di finanza e gli argomenti principali sono 4:
1. riforma della legge fallimentare;
2. istituzione e liberalizzazione della professione di amministratore fallimentare;
3. privatizzazione del settore bancario;
4. implementazione di una strategia che miri a risolvere il problema dei crediti deteriorati.
Alla finanza segue il mercato del lavoro, sul quale bisogna intervenire in materia di consultazioni collettive, sia per i licenziamenti sia per i contratti, sempre sotto l’egida della sempre sia lodata Troika. Alla luce della lettura dei punti precedenti, il nemico individuato e da combattere sembra essere il lavoro in nero perché danneggia le imprese in regola e i lavoratori.
Il penultimo settore da riformare è il mercato dei beni. Qui urgono assolutamente l’apertura di alcune professioni (anche da noi note per il loro carattere quasi settario), una parziale deregulation e l’adozione delle predisposte riforme del mercato del gas. Un paragrafo di questa sezione è dedicato all’energia elettrica, che dev’essere prodotta efficientemente, ovvero nel rispetto di certe condizioni:
• gli impianti non devono andare a ca**o;
• le tariffe PPC devono essere in linea con i costi;
• non si devono accumulare arretrati tra il fornitore e il regulator.
Infine, si parla di energie rinnovabili e d’indipendenza operativa e finanziaria dei regulators dalle autorità pubbliche.
And last but not least, le privatizzazioni. Destinatari delle relative mosse saranno gli aeroporti regionali e i porti del Pireo e di Tessalonica. Entro fine ottobre saranno annunciate le date per le aste e, al più presto, sarà assegnata la gestione degli aeroporti regionali ai migliori offerenti.

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Nella stragrande maggioranza delle costituzioni è fissato il principio secondo il quale le leggi aventi ad oggetto la fiscalità generale non sono da sottoporre ad alcun referendum. È, infatti, pacifico che difficilmente diverse fasce della popolazione si accordino sulla disposizione del carico fiscale. La predisposizione di un accordo con i creditori è sempre stato un dovere del governo, e nessuna proposta seria è stata finora avanzata. Di conseguenza, la responsabilità dell’impasse corrente che non può che ricadere sulle autorità greche, qualsiasi sarà l’esito del referendum.

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Giovanni Trebbi

Punirne cento per educarne uno

Un giorno mi sono chiesto come un liberale come me potesse essere a favore di un’operazione economica centralizzata, politicizzata, pianificata e recessiva come l’Austerity.

Mi son risposto che la crisi economica ha spinto gli Stati a versare molti danari come argine, che ora questi soldi vanno trovati. E tutto sommato, già che questi soldi van trovati, la crisi (già che c’è) può essere la buona scusa per ridimensionare le politiche di Stati particolarmente spendaccioni, inefficienti, improduttivi e spesso criminali nei confronti dei loro stessi cittadini, come accade nei fantomatici Paesi del Sud Europa.

Molto bene, ha senso. Mi sono tranquillizzato, convinto che il mio essere pro-austerity mi collocasse dalla parte del giusto.
Ricordo però un giorno di aver visto una tabella su “come gli stati europei si vedono fra loro”, e che in essa i Greci si considerassero i maggiori lavoratori in Europa. Mi son fatto una risata, mi son connesso su fb, ho visto alcuni amici che si facevano una risata sullo stesso articolo, e sono andato a letto tranquillo.
Il giorno dopo però d’improvviso notai che l’Italia era considerata da qualcuno come uno dei paesi meno lavoratori, e mi è apparso strano. Ogni giorno chiude un’impresa, qualcuno per non chiudere o perdere il posto sostiene ritmi forsennati. I piccoli imprenditori indebitano la casa, spesso la vita, e spesso non solo la loro vita, per aver accesso al credito e poter lavorare. E ho pensato che non è vero che siamo i meno lavoratori d’Europa, e pur tuttavia, se fossi stato uno straniero, probabilmente avrei pensato io stesso che siamo dei fannulloni. E provando ad accordare questi due pensieri, mi son reso conto che probabilmente, quello che gli stranieri pensino sia l’Italia, in realtà è lo Stato italiano. Non sono i LAVORATORI ITALIANI a non essere produttivi, ma è lo STATO ITALIANO, inteso come baraccone politico che utilizza la Pubblica Amministrazione come strumento di arricchimento e scambio di favori nei confronti di conniventi e amici trombati alle elezioni.

E ho pensato che allora, se è così per l’Italia, forse è così anche per la Grecia, e potrebbe quindi essere vero che i Greci che ancora hanno un lavoro siano fra i più grandi lavoratori d’Europa, timorosi di perdere quel poco che ancora hanno, e probabilmente anche in Grecia il problema non sta nelle imprese greche, ma nello sperpero di denaro pubblico compiuto in tutti questi anni dai governi che si sono susseguiti, dalle spese non giustificate delle regioni, dai soldi maldistribuiti (per inefficienza o per favoreggiamento) alle municipalizzate.
E allora ho capito che in quest’Austerity c’è qualcosa di sbagliato, perché dovrebbe rivolgersi ai governi, ma finisce per essere pagata invece dai cittadini, dai “consumatori finali”.

Come se fosse una specie di IVA, che ripercorre tutta la filiera di produzione (contadino -> redistributore -> panettiere ->consumatore) per essere alla fine pagata tutta e interamente dall’ultimo che acquista la merce, così l’Austerity (Europa-> Governi nazionali-> cittadini) viene, alla fin fine, pagata tutta e interamente dall’ultimo che rimane nella “filiera di Sovranità”, cioè il cittadino, le imprese private, i lavoratori dipendenti, i liberi professionisti, gli artigiani.
Insomma: 1) I cittadini lavorano, 2) gli stati sprecano le risorse, 3) le risorse ormai non ci sono più, e allora 4) l’Europa dice “fermi tutti, gli stati non dovranno più sprecare, ordiniamo l’austerity”. Eppure gli stati continuano a sprecare, perché come fosse semplicemente un passaggio, scaricano tutta l’austerity sui cittadini, offrendo minori servizi, più tasse, più tasse, più tasse e più tasse, facendo rimbalzare semplicemente la palla dell’austerity a un altro.

E allora, per assurdo, si può verificare la situazione in cui un Greco magari effettivamente LAVORI più di un Tedesco, ma lo Stato greco sperperi molto più di quello tedesco, e così il lavoro del cittadino greco non è abbastanza, deve lavorare di più, deve fare di più, deve pagare il debito, deve vendersi l’azienda, la casa, l’istruzione, e intanto lo Stato greco continua a star lì, immobile, a fagocitare tutto.

“Certo”, mi son subito obiettato, “magari è così, ma i loro politici mafiosi non li ho mica votati io, sono stati loro” Già, e allora perché ho votato i nostri, di politici? A ripensarci, non ho votato nemmeno i nostri. A ripensarci, anzi, ho sempre votato il miglior candidato possibile, a volte votando perfino partiti dell’1%. Ma d’altronde uno non può inventarsi un candidato migliore di quelli che effettivamente ci sono, io non posso votare qualcuno che non sia fra i candidati presenti.

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E i candidati presenti sono sempre quelli, sempre collusi, conniventi con la crisi, parassitari e parassiti. Ed ecco che allora la situazione è un po’ più complessa: non basta, dal punto di vista dell’Europa, 1) imporre l’Austerity agli stati, 2) sperando che questi siano efficienti, 3) sperando che i cittadini possano controllare i loro stati ad agire per il meglio, 4) punendo (tramite le elezioni) quei partiti che non sappiano governare bene la Cosa Pubblica. In questo sistema c’è una falla, e cioè che EFFETTIVAMENTE i cittadini NON POSSONO controllare i loro stati ad agire per il meglio, e così facendo, sono infine gli ultimi e gli unici a pagare tutto.

Viviamo ad oggi in uno Stato politico che, come un’arma che si autodifenda e non si possa disinnescare, non è tenuto a giustificare nulla a nessuno, non si può modificare e, messo (dall’Europa) in condizioni di dover rendere conto a qualcuno, scarica il lavoro a qualcun altro (i cittadini) senza che possa tornargli indietro.

Andrea Inversini

L’ Europa per la concorrenza?

Lo scorso 20 aprile la Commissione Europea per la concorrenza, capitanata da Margrethe Vestager, ha ufficializzato l’ accusa di utilizzo di pratiche commerciali scorrette e di abuso di posizione dominante per l’azienda russa Gazprom, che fornisce quasi un terzo del gas consumato in tutta Europa. Dopo l’accusa e l’avvio degli accertamenti – sempre per abuso di posizione dominante – contro Google, l’agenzia antitrust sembra essere uno degli organi europei più attivi ed efficaci nella protezione del consumatore.
Bisognerebbe capire meglio come il cittadino sia danneggiato da Google o da Gazprom, che, si potrebbe affermare, forniscono un servizio abbastanza soddisfacente. Dopotutto, dalla sua nascita, il motore di ricerca è arrivato a soddisfare ben il 90% del mercato e Gazprom ha raggiunto nel 2012 il record di gas venduto in Europa: non poi così male. Senza dubbio, se i loro servizi fossero così scadenti non continueremmo a usufruire delle loro forniture. In realtà queste ultime mosse della Commissione sono l’ultimo atto di una storia che va ben oltre gli avvenimenti delle ultime settimane e che mette in discussione l’intera azione dell’antitrust europeo.
La Commissione Europea per la concorrenza nasce per imporre il rispetto degli articoli 101/102/106/107 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e, più in generale, per difendere il consumatore e garantire che vi sia un mercato competitivo.
Definire questi obiettivi non è cosa semplice e lascia alla Commissione un grande margine di operatività che, all’interno di un sistema talvolta poco trasparente come l’Unione Europea, aumenta il rischio che le procedure di antitrust vengano strumentalizzate per motivi politici e di immagine.  Ad esempio, la procedura contro Google, che era stata sospesa l’anno scorso, è stata ripresentata in questo periodo, proprio mentre in Europa si sta ripensando il carico fiscale per aziende come quella di Mountain View o Amazon. Ancora più esemplificativo è il caso di Gazprom, che sembra essere un ultimo scacco alla Russia dopo le sanzioni per la guerra in Ucraina.
D’altra parte, la difficoltà di interpretazione del mandato del commissario per la concorrenza non è cosa da poco. Mantenere un mercato concorrenziale significa sapere cosa sia. Possiamo definire concorrenziale un mercato dove una singola impresa detiene il 50% delle vendite? E se la percentuale fosse il 35%? Oppure il 90% come Google? Tutti i consumatori hanno imparato sui giornali che l’azienda di Mountain View era in “abuso di posizione dominante” e che li stava danneggiando senza che nemmeno se ne accorgessero.
Andando più nello specifico, la commissione attualmente contesta a Google di aver favorito il suo servizio di shopping online “Google Shopping” a scapito dei concorrenti. In pratica, Google è accusata di non fornire adeguata visibilità a chi si rifiutasse di pagare per apparire nelle scritte pubblicitarie che appaiono ad ogni ricerca. Il danno ai consumatori è dunque chiaro: mostrando solo gli annunci delle aziende che pagano per apparire nei risultati, potrei finire ad acquistare un oggetto solo perché sponsorizzato da Google. Ragionandoci più a fondo, però, questa logica può essere applicata a qualsiasi mezzo di comunicazione che fornisca spazi pubblicitari a pagamento, dalla televisione ai giornali cartacei. Tuttavia, la posizione dominante nel mercato è la causa scatenante, la colpa di Google è forse quella di fornire a troppe persone un servizio di gran lunga superiore ai concorrenti? Le motivazioni della sentenza rimangono poco convincenti: potrebbe venire il dubbio che la Commissione abbia poco a cuore il benessere dei consumatori, quanto piuttosto sia attratta da una potenziale multa da quasi 6 miliardi di euro, il 10% del fatturato totale di Google.
Non si tratta della prima sentenza controversa. Nel 2011, la Commissione vietò la fusione delle due compagnie di bandiera greca Olympic Air e la Aegean Airlines per rischio monopolio, per poi ripensarci l’anno successivo, quando che l’Olympic, a causa della mancata fusione, era vicina al fallimento.
Un altro dei principali compiti della Commissione europea è il contrasto ai cartelli tra imprese. Anche in questo caso, trascurando noiose considerazioni su come i cartelli siano per natura instabili e poco sostenibili, sembra strano come in un mercato via via sempre più moderno, concorrenziale e tutelato, ogni anno vengano scoperti dalla commissione in media 30 cartelli organizzati da imprese di un settore. In effetti, i requisiti per iniziare un’indagine sono relativamente semplici: basta aver scambiato informazioni sensibili con altre aziende e fissare prezzi simili.
Viene da chiedersi come si possa distinguere un mercato pienamente concorrenziale, dove a causa della bassa marginalità i prezzi tra i concorrenti sono simili, da un mercato dove i prezzi sono artificialmente simili a causa di un cartello. Anche ammettendo che tutte le aziende multate in questi anni abbiano veramente colpe, non svanisce il dubbio che queste azioni siano strumento per fare cassa per una Europa sempre più affamata. Infatti, i proventi delle multe rappresentano quasi il 2,2% del budget europeo tra il 2007-2014.

Grafico cesare

Infine, la Commissione si occupa anche di aiuti di Stato alle imprese. Nonostante anche questi creino distorsioni nel mercato, sembra che qui la mano di ferro del Commissario si faccia più delicata. Questo accade forse perché è più facile fare la voce grossa con un’azienda, anche se multimiliardaria, piuttosto che con uno stato membro della stessa Unione Europea. Scorrendo la relazione dell’anno 2013 della Commissione concorrenza, sembra però che si vogliano rendere più “moderni” gli aiuti di Stato e più in regola con gli articoli del trattato europeo che vietano suddetti aiuti, se non per casi straordinari. Nonostante questo, proprio l’ appello alla straordinarietà del caso ha permesso nel 2013 alla commissione di approvare gli aiuti di Stato italiani dell’ammontare di 4 miliardi al Gruppo Monte Paschi di Siena. Nella motivazione si legge:
“Dopo aver verificato che il modello aziendale della banca è meno rischioso e prevede la redditività a lungo termine, la Commissione ha approvato il piano di ristrutturazione di MPS” 
(http://ec.europa.eu/competition/publications/annual_report/2013/part1_it.pdf).
Per contestualizzare, MPS nello stesso anno aveva 20 miliardi di crediti deteriorati, 1,5 miliardi di perdite e un rating a livello spazzatura assegnato da Moody’s. Nel 2014, le perdite sono state ancora maggiori, pari a 5,3 miliardi. A questo punto, speriamo giunga la redditività a lungo termine auspicata dalla Commissione.  In conclusione, il Commissario europeo per la competitività sta assumendo un ruolo sempre più controverso. È sempre più difficile stabilire quanto la Commissione sia in grado di difendere il consumatore. Forse il modo migliore per difendere i cittadini è lasciar loro fare le scelte che credono, perché la Commissione a Bruxelles ha a volte un’idea parziale e incompleta di cosa ci sia fuori dai palazzi. Fuori, il mercato è dinamico ed in continuo miglioramento. Il “monopolista” Google, così come Microsoft anni fa, non durerà per sempre, ma dovrà fare i conti con l’innovazione o altrimenti lasciare il passo, indipendentemente dalle multe. Ricordando il libro “The Antitrust Paradox” di Robert Bork, citato in diverse sentenze della corte americana, sembra, in realtà, che l’unica parte tutelata dalle pratiche di antitrust siano proprio i concorrenti, inefficienti, che non riescono a farsi strada in un mercato competitivo, dove i consumatori sono già soddisfatti da alcune imprese sane e ben organizzate.

Cesare Ancherani