E’ colpa di…

E’ colpa

  • dei  vecchi
  • degli ubriaconi dei pub
  • dei campagnoli
  • dei cafoni
  • dei razzisti
  • dei pazzi
  • di Salvini
  • di Trump
  • di Carlo Conti
  • degli ignoranti
  • della disuguaglianza
  • del TTIP
  • dei bevitori incalliti di thè

e chi più ne ha più ne metta.

E’ certamente possibile fare finta che questo non sia un risultato in continuità con il no di Francia e Olanda alla Costituzione Europea. Ma è impossibile non riconoscere come da qualche anno il progetto europeo venga costantemente bocciato dai cittadini europei chiamati ad esprimersi. Forse è il caso di chiedersi se, dove e perchè stanno sbagliando le elitè europee, dato che aspiriamo ad esserne parte, almeno a parole. Se davvero pensate che non stiano sbagliando nulla, potete sempre divertirvi ad allungare la lista di colpe di cui sopra: magari prima o poi ci azzeccherete.

 

Nicolò Bragazza

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Sui liberali che odiano i poveri

E’ ormai di dominio comune l’idea che chi si professa liberale lo fa perché manca di una morale, perché è un egoista, perché è uno che vorrebbe che il mondo venisse governato dalle lobby bancarie che vanno a braccetto con i ricchi. Niente di più vero, ve lo posso confermare.

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Sin dai primi autori che “liberali” potevano definirsi, era ben chiaro questo atteggiamento di odio e menefreghismo nei confronti dei poveri, tant’è che spesso e volentieri le maggiori opere che compongono il panorama culturale liberale sono fantastici artifici retorici atti a nascondere ai più quello che è in realtà il vero intento dei liberali, delle associazioni che si definiscono tali, e dei partiti che si riferiscono ad una tal ideologia.

Noi difendiamo a spada tratta il libero mercato perché sappiamo benissimo che va a svantaggio dei poveracci, e siamo più che contenti di ciò. Il mondo dovrebbe essere governato solo dai ricchi, chissene frega se pur di guadagnare cancellano, annullano, e schiavizzano implicitamente le classi svantaggiate. E’ esattamente quello che vogliamo e perseguiamo. Noi liberali vogliamo che il sistema sanitario venga privatizzato apposta per questo. Chi non può permettersi le cure deve morire, è giusto che sia così, sono anni che combattiamo questa battaglia tutti insieme. La battaglia per l’acqua pubblica ad esempio fu, a mio avviso, un triste intento di dare l’acqua, bene primario, a tutti, cosa che io non posso personalmente tollerare. L’acqua va solo ai ricchi, che la meritano. La scuola non deve essere per tutti, in modo tale che i meno colti e i meno abbienti vengano sopraffatti dai borghesi che li vogliono sfruttare per sottopagarli e fare ingenti profitti. E’ proprio per questo che i sindacati non dovrebbero esistere. Come potremmo infatti perseguire il nostro obiettivo se ci sono queste associazioni piene di coscienza morale che ci costringono a pagare giustamente i nostri dipendenti? Come facciamo a compiere la nostra opera di sterminio e arricchimento se finisce sempre che siamo costretti a dare soldi anche a questi poveracci straccioni? I sindacati devono cessare di esistere.

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E pensare che i più grandi intellettuali liberali si sono spacciati per filosofi morali, che furbacchioni! Noi liberali non abbiamo una morale, è questo il bello. Siamo l’unico gruppo che ha sempre combattuto, e sempre combatterà per i propri interessi, per chi ne fa parte, che spesso e volentieri è un ricco colto che vuole arricchirsi sempre di più, giustamente, alle spalle di chi non può campare se non mettendosi ai suoi ordini. E’ possibile che il pensiero liberale oggi non attecchisca profondamente perché siamo un caso a parte, perché l’uomo è naturalmente portato a perseguire l’interesse del più debole. Nonostante io non riesca a comprendere tutto questo, mi rendo conto che siamo unici nel nostro genere, sono in pochi a desiderare così ardentemente come noi la morte dei poveri, il totalitarismo dei più ricchi e la totale disuguaglianza. Non ci interessa se stiamo parlando di neri, di cinesi o di froci, se sono poveri è bene che si mettano agli ordini di chi comanda veramente, noi ricchi, e che o si lasci morire, o si lasci sfruttare da noi che gli lasciamo giusto qualche spiccio per mangiare, dopo naturalmente aver corrotto la politica e avergli tolto le cure mediche di base. Quando parlo ai banchetti e mi accusano di immoralità io sono contento, è proprio quello che perseguo, non capisco anzi perché la maggior parte dei liberali devono fingere quel marcato approccio morale che chiaramente non si confà all’obiettivo che vogliono perseguire. Sono d’accordo sul fatto che sia una buona maschera per accalappiare i più stolti, ma dobbiamo cambiare tattica.

Io lotto per un mondo in cui i poveri rimangano tali, senza alcuna possibilità di uscita. Un mondo dove giustamente i ricchi si appropriano di tutto il potere e di tutte le risorse. Un mondo in cui finalmente, per chi la merita, vi è la libertà.

Spero l’abbiate capito, stavo scherzando, e voi?

Enrico Mattia Salonia

La parola ai Greci

Ma cosa vorranno mai, questi creditori dello stato Ellenico?
Un avanzo pubblico, in termini di percentuale del PIL, pari all’1% nel 2015, al 2% nel 2016, al 3% nel 2017 e al 3,5% nel 2018, attraverso una serie di misure che interessano 5 diversi campi:
1. IVA;
2. tasse;
3. pensioni;
4. PA;
5. lotta all’evasione fiscale;
6. altre ed eventuali.
Le autorità europee sono state molto precise sugli obiettivi di spesa e di entrate, in particolare in merito alla gestione dell’IVA, delle tasse e delle pensioni. Non sembra esserci troppa chiarezza sugli altri aspetti. Ma vediamo un po’ più nel dettaglio di cosa si tratta.
Cominciando con l’IVA, l’obiettivo unico e imprescindibile è il raggiungimento di un’entrata pari all’1% del PIL su base annua. Tale risultato è ritenuto conseguibile tramite l’adozione di un’aliquota pari al 23%, fatta eccezione per alcune categorie di beni, e la diminuzione del numero di operazioni che non vengono colpite dall’IVA.
Iniziando con la fiscalità generale, le società assisteranno a un aumento della tassa gravante sui propri redditi (dal 26 passerà al 28%) e un minor numero di categorie imprenditoriali potranno beneficiare dei sussidi e dei trattamenti fiscali privilegiati. Peraltro, oltre ad un aggiustamento della tassa proprietaria, il governo dovrà riorganizzarsi nella lotta all’evasione fiscale e alle frodi. Infine, tutto il sistema assumerà un tonalità più progressiva.
In campo sanitario, sarà ridotto il prezzo di tutti i medicinali di almeno il 32,5%, ed è prevista una riduzione anche di quello dei test diagnostici.
Concentrandoci poi sul welfare, troviamo fissato un altro obiettivo molto semplice ma preciso: bisogna risparmiare lo 0,5% del PIL per facilitare l’adozione del reddito minimo garantito. Secondo il gruppo dei creditori, le risorse necessarie a raggiungere tale obiettivo dovranno essere ricercate nei risparmi sulle spese militari, nella concessione di licenze per lo sfruttamento delle frequenze radiotelevisive e nella tassazione delle pubblicità televisive e delle videolottery.
Con le pensioni, poi, c’è da sbizzarrirsi! Anche qui si vuole ovviamente risparmiare: tra lo 0,25 e lo 0,5% del PIL nel 2015 e l’1% del PIL nel 2016. Come? Semplice:
1. si va in pensione o a 67 anni o a 62 con 40 anni di contributi;
2. chi vuole ritirare i propri contributi dal Fondo Assicurativo Sociale deve pagare una penale del 10% piuttosto che del 6%;
3. la garanzia di solidarietà non c’è più;
4. i limiti alle pensioni garantite in termini nominali restano fissi fino al 2021.
Inoltre, perché la centralizzazione permette di ottenere economie di scala, tutti i fondi pensioni saranno integrati nell’ETEA. Infine, in maniera molto più vaga si parla di avviamento di procedure per avvicinare i contributi alle retribuzioni, di razionalizzazione di tutte le categorie pensionistiche e di armonizzazione delle regole sui benefici pensionistici.
Questo era tutto ciò che riguardava le riforme strutturali. La sezione successiva tratta i rapporti con la PA, la riforma della giustizia e le leggi anti-corruzione.
Il messaggio che si vuole portare avanti nella riforma della PA è chiaro: il capitale umano pubblico è troppo costoso! Per ridurre i costi bisogna prendere a esempio le altre amministrazioni europee, sono da introdurre dei principi aziendali per valutare le risorse umane e servono assolutamente dei manager capaci. Tra le manovre si parla anche di un riordino amministrativo dell’ELSTAT, il cugino greco dell’ISTAT.
La proposta per il terzo potere è unica ma pesante perché si parla di riordino del Codice di Procedura Civile.
Finendo con l’anti-corruzione, i creditori si appellano alle autorità greche affinché applichino delle norme finalizzate ad aumentare il grado di trasparenza nella gestione di bilancio dei partiti e a impedire interferenze da parte dei politici nelle investigazioni anti-corruzione.
Circa a metà del documento si parla di tax administration. Procediamo con calma.
In primo luogo, si prevede l’istituzione di un’agenzia delle entrate, di cui vengono indicate le connotazioni fondamentali. In secondo luogo, si vuole abbassare del 25% il tetto dei salari e delle pensioni. In terzo luogo, si mira a migliorare la gestione, preferibilmente per via informatica, dei crediti e dei debiti tributari, puntando a portare i primi al minimo. Inoltre, i tassi d’interessi applicati devono essere allineati ai loro valori di mercato e il processo d’installazione di una struttura informatica efficiente dev’essere accelerato.
Parte della discussione volge, poi, verso l’argomento “lotta all’evasione fiscale”, che si riassume nelle seguenti esigenze:
• bisogna combattere il contrabbando di benzina;
• bisogna controllare meglio le transazioni bancarie in Grecia e all’estero;
• bisogna migliorare la gestione dei conti IVA;
• bisogna promuovere l’utilizzo dei pagamenti elettronici.
Abbiamo superato di qualche pagina la metà del documento. Ora si parla di finanza e gli argomenti principali sono 4:
1. riforma della legge fallimentare;
2. istituzione e liberalizzazione della professione di amministratore fallimentare;
3. privatizzazione del settore bancario;
4. implementazione di una strategia che miri a risolvere il problema dei crediti deteriorati.
Alla finanza segue il mercato del lavoro, sul quale bisogna intervenire in materia di consultazioni collettive, sia per i licenziamenti sia per i contratti, sempre sotto l’egida della sempre sia lodata Troika. Alla luce della lettura dei punti precedenti, il nemico individuato e da combattere sembra essere il lavoro in nero perché danneggia le imprese in regola e i lavoratori.
Il penultimo settore da riformare è il mercato dei beni. Qui urgono assolutamente l’apertura di alcune professioni (anche da noi note per il loro carattere quasi settario), una parziale deregulation e l’adozione delle predisposte riforme del mercato del gas. Un paragrafo di questa sezione è dedicato all’energia elettrica, che dev’essere prodotta efficientemente, ovvero nel rispetto di certe condizioni:
• gli impianti non devono andare a ca**o;
• le tariffe PPC devono essere in linea con i costi;
• non si devono accumulare arretrati tra il fornitore e il regulator.
Infine, si parla di energie rinnovabili e d’indipendenza operativa e finanziaria dei regulators dalle autorità pubbliche.
And last but not least, le privatizzazioni. Destinatari delle relative mosse saranno gli aeroporti regionali e i porti del Pireo e di Tessalonica. Entro fine ottobre saranno annunciate le date per le aste e, al più presto, sarà assegnata la gestione degli aeroporti regionali ai migliori offerenti.

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Nella stragrande maggioranza delle costituzioni è fissato il principio secondo il quale le leggi aventi ad oggetto la fiscalità generale non sono da sottoporre ad alcun referendum. È, infatti, pacifico che difficilmente diverse fasce della popolazione si accordino sulla disposizione del carico fiscale. La predisposizione di un accordo con i creditori è sempre stato un dovere del governo, e nessuna proposta seria è stata finora avanzata. Di conseguenza, la responsabilità dell’impasse corrente che non può che ricadere sulle autorità greche, qualsiasi sarà l’esito del referendum.

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Giovanni Trebbi

Neoliberismo: genesi di una disgrazia lessicale [parte quinta]

QUINTA PARTE DEL PAPER “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” DI OLIVER MARC HARTWICH. QUI LE PUNTATE PRECEDENTI.

Il programma neoliberista di Rüstow

Quali dovrebbero essere le caratteristiche del neoliberismo, secondo la visione di chi ne ha coniato il nome? Negli scritti di Rüstow troviamo l’abbozzo di un ordine economico che è proprio a metà strada tra il liberalismo e il socialismo, un sistema politico ed economico che mostra le caratteristiche di entrambi i mondi. Tali sistemi ad economia mista sono solitamente descritti come socialdemocratici, e forse questo sarebbe stato un termine più appropriato da usare anche per il neoliberismo di Rüstow. In ogni caso, è anni luce distante da una libera economia di mercato, mettendo insieme elementi del romanticismo sociale tedesco, ideali socialisti e un generale scetticismo nei confronti del potere.

Il nucleo del neoliberismo proviene direttamente dal rifiuto di Rüstow nei confronti del potere: per lui il potere del mercato era dannoso tanto quanto quello politico e necessitava di essere ridimensionato da una “Marktpolizei” (polizia del mercato). In “Between Capitalism and Communism” troviamo richiesta di

“una rigorosa polizia di mercato sotto responsabilità statale in ogni area dell’attività economica in cui si applicano la libertà e le leggi del mercato, al fine di garantire una giusta competizione fondata sulla performance ed evitare qualsiasi competizione basata sull’ostacolo contro i propri compagni di mercato.”

Per Rüstow, tali misure di polizia del mercato andavano al di là di una semplice legge antitrust. Al contrario, egli assegnava allo Stato un ruolo molto più importante nel dare forma alle strutture di mercato. Per esempio, qualsiasi tipo di pubblicità nei giornali, radio o cinema avrebbe dovuto essere proibito. Non solo, come egli scrisse, perchè era volgare, improduttivo, e si prendeva gioco delle masse, ma anche perchè questi strumenti di marketing favorivano i grandi inserzionisti a spese delle piccole imprese. Sosteneva anche che la tassazione sui redditi d’impresa dovesse essere progressiva rispetto alla dimensione dell’azienda, per rendere di fatto impossibili le grandi imprese e ridurre loro a più piccole dimensioni (o a quelle che lui riteneva ottimali). Inoltre, Rüstow suggeriva di costringere le grandi compagnie proprietarie di brevetti a concederli ai loro più piccoli competitors.

Non esattamente l’idea di un programma che oggi chiameremmo neoliberista, ma Rüstow aveva idee ancora più sorprendenti: tutte le reti, tutte le compagnie ferroviarie, tutte le compagnie con un presunto monopolio naturale o tecnico avrebbero dovuto essere nazionalizzate, così come, per motivi differenti, l’industria degli armamenti.

Per quanto riguarda l’agricoltura, le idee di Rüstow non erano meno radicali. Egli pensava che la Germania fosse “fortemente sovrappopolata” (cosa di cui si dispiaceva molto), e avrebbe dovuto passare ad un sistema di unità agricole piccole, sane e altamente produttive. Per realizzare ciò, egli prevedeva una grande, pianificata e sviluppata rete di istituti per l’insegnamento, la ricerca e la consulenza a favore dell’intero settore agricolo; una omnicomprensiva e compatta organizzazione di  educazione agricola.

L’atteggiamento di Rüstow verso l’agricoltura mostra una spiccata simpatia per le piccole unità, ma anche per uno stile di vita abbastanza moderato, romantico. Recentemente Joachim Zweynert ha fatto notare che in passato gli ideali di Rüstow furono attaccati quando egli concordò con rimorso con il poeta romantico Novalis che la società odierna era solo  “vivere dei frutti  di tempi migliori”. Anche l’aperta ostitlità di Rüstow alla tecnologia è singolare. In un passo egli chiama il periodo medievale “il meglio delle condizioni sociali fino ad ora possibile” e si lamentava che il progresso della tecnologia non avesse servito l’umanità ma derivasse solamente da una cieca venerazione per il progresso.

Anche nei campi di politica sociale e occupazionale, Rüstow è a malapena all’altezza di un neoliberista moderno: sebbene si schierò contro i salari minimi, appoggiava i sussidi salariali temporanei (finanziati mediante tasse sui salari elevati in periodi di prosperità), l’assicurazione obbligatoria da disoccupazione, un servizio di collocamento gestito dal governo. Forse ancor più sorprendentemente, prevedeva una politica industriale attiva durante le crisi per assistere e rendere meno estremi cambiamenti settoriali e strutturali. Inoltre, era devoto alla causa dell’ uguaglianza sociale, che voleva realizzare tramite elevate imposte di successione che avrebbero dovuto essere usate per finanziare una qualche redistribuzione e l’istruzione gratuita per tutti.

Sebbene Rüstow avesse chiaramente un’idea di come organizzare l’economia, pensava che le questioni economiche, alla fine, non avrebbero dovuto essere la priorità di un  progetto neoliberista. Egli insisteva che “il nostro liberismo differisce dal paleoliberismo perchè non riduce ogni cosa a un problema economico. Al contrario, noi crediamo che le questioni economiche debbano essere subordinate alle materie che si collocano sopra l’economia”. In un altro paper scrisse che “l’economia deve trovarsi in posizione servente”, il significava che “l’economia è lì per la gente” e non il contrario. Infine, il suo sistema di neoliberismo potrebbe funzionare meglio sotto il tetto di una teologia cristiana: “così è importante vedere”, diceva Rüstow “ che non c’è incompatibilità tra il Cristianesimo e il neoliberalismo e che insieme potrebbero formare un fronte unito contro il paleoliberismo, ma specialmente contro il comunismo e il bolscevismo”.

[fine quinta parte]

Neoliberismo: genesi di una disgrazia lessicale [parte quarta]

QUARTA PARTE DEL PAPER “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” DI OLIVER MARC HARTWICH. QUI LE PUNTATE PRECEDENTI.

La “terza via” di Rustow

Se vogliamo capire cosa avesse in mente Rustow quando parlava di neoliberismo, dobbiamo capire la sua essenziale interpretazione della storia economica. Durante tutti gli anni Venti si è occupato di strutture di mercato e cartelli. Come abbiamo visto in precedenza, la Germania era diventata una nazione di capitalismo corporativo, e le centinaia di cartelli erano una parte centrale di questo sistema. Come abbiamo notato, ci sono buone ragioni per considerare i cartelli e il grado di concentrazione nella Germania del tardo Diciannovesimo e dell’inizio del Ventesimo secolo come un risultato diretto di politica pubblica. Il fatto che i mercati fossero diventati monopolizzati, cosicché le grandi compagnie potessero colludere con i loro presunti concorrenti senza essere disturbate da nessuno, non accadde per caso. Fu possibile unicamente poiché i cartelli erano protetti dalla competizione internazionale attraverso il sistema protezionistico della Germania, che fu posto in essere dal 1879. I tribunali hanno confermato i contratti che limitavano il commercio rifacendosi alla loro desiderabilità da un punto di vista di politica pubblica.
Inoltre, concentrare la struttura industriale della Germania era nell’interesse del Kaiser e del suo governo, che miravano a guidare lo sviluppo industriale del paese. I loro obiettivi politici finali erano raggiungere il potere industriale dell’Inghilterra, magari competendo a livello militare con essa, e trovare il “posto al sole” della Germania nell’era dell’Imperialismo.
Il periodo in cui prese il via la monopolizzazione delle strutture industriali della Germania era un’epoca di mobilizzazione (politica), non di capitalismo rampante. Dove, dopo il 1873, furono messe in atto leggi economicamente liberali (guardiamo per esempio al Codice Civile) il loro obiettivo finale era facilitare il processo di recupero economico della Germania nei confronti dell’Impero inglese. Tra gli storici dell’economia di oggi c’è ampio accordo nel sostenere che la Germania stesse praticando un sistema di “capitalismo organizzato”, ovvero una versione politicizzata del capitalismo the utilizzava i mercati per raggiungere obiettivi politici.
L’analisi di Rustow differiva da questa visione della storia economica della Germania. Egli vide anche lo sviluppo della Gemania all’interno di una degenerata economia di mercato: pesantemente cartellizzata, dipendente dai sussidi, soggetta a frequenti intromissioni. Ma per Rustow tutti questi fenomeni potevano essere ascrtiti non a qualche politica del governo, ma ai mercati non regolati. Egli prevedeva un’inevitabile tendenza dei mercati a degenerare se lasciati liberi, ignorando al contempo l’influenza negativa di un’ economia chiusa. Nel suo libro “The Failure of Economic Liberalism”, Rustow apparve totalmente deterministico, come Marx: Noi [i neoliberali] siamo d’accordo con i marxisti e i socialisti nella convinzione che il capitalismo è insostenibile e deve essere superato. E pensiamo anche che la loro dimostrazione che il capitalismo esagerato conseguentemente porta al collettivismo sia corretta e sia una geniale scoperta del loro maestro [Karl Marx]. Riconoscerlo sembra essere richiesto dall’onestà intellettuale. Comunque, noi rifiutiamo gli errori che Marx ha adottato dal liberalismo storico. E se noi, insieme ai socialisti, rifiutiamo il capitalismo, allora rifiutiamo anche il collettivismo che cresce ancor di più dal capitalismo esagerato. La nostra più severa accusa verso il capitalismo è semplicemente questa: che esso (come i collettivisti si insegnano tra loro) presto o tardi porta al collettivismo.
Nel suo saggio “Between Capitalism and Communism” (originariamente pubblicato nel 1949 su ORDO, il giornale del movimento neoliberale tedesco), Rustow ha esplicitamente sostenuto una “Terza Via” tra le due ideologie. Egli ha riconosciuto che i mercati generalmente funzionano bene in perfetta competizione. In ogni caso, accusò Adam Smith di avere un astio polemico contro lo Stato, che gli ha fatto negare le necessarie istituzioni dei mercati determinate dallo Stato stesso. Questo, così ha affermato Rustow, ha causato la degenerazione dell’economia di mercato in un sistema di insostenibile capitalismo. In una lunga nota, egli proseguì a spiegare che aveva bisogno di insistere su una differenziazione tra “l’economia di mercato in perfetta competizione veramente libera” e la sua “degenerazione sussidiarista-monopolista-pluralista”, che egli considerava come una “varietà patologicamente degenerata” della vera competizione di mercato e per la quale egli suggerì il termine “capitalismo”. Se il “laissez faire” e il liberalismo secondo lo stile di Adam Smith erano così negativi secondo Rustow, avrebbe allora preferito un’economia pianificata? La sua risposta è un netto, roboante “no”.
Con la stessa verve retorica che ha usato per condannare il capitalismo, egli rifiuta ugualmente le promesse del socialismo e del comunismo. Essi non erano sistemi economici praticabili, ed erano anche incompatibili con la democrazia, la libertà e la dignità umana. Tutto ciò lo portò a richiedere una via di mezzo tra il “laissez faire” e socialismo, una “Terza Via”. “Dovremmo essere felici”, scrisse Rustow, “di non dover fare una difficile scelta tra “capitalismo” e “comunismo”, ma che ci sia una “Terza Via”. Ironicamente, è la stessa identica logica che fa affermare agli odierni critici del neoliberismo che non bisogna più scegliere tra Hayek e Brezhnev, come il Primo Ministro Kevin Rudd ha espresso in un discorso al Centro per gli Studi Indipendenti nel 2008. Sebbene i sostenitori contemporanei di una “Terza Via” pretendano di combattere il neoliberismo, secondo Rustow questa stessa “Terza Via” era neoliberismo. Egli lo chiamò neoliberismo per differenziarlo dal precedente liberalismo, per il quale Rustow ha usato frequentemente termini dispregiativi come “liberalismo volgare”, “liberalismo di Manchester”, o “paleo-liberalismo”. Rustow voleva rompere con questa vecchia tradizione liberale per inserire un nuovo liberalismo al suo posto – da qui il prefisso “neo”.

[fine quarta parte]

Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale [terza parte]

TERZA PARTE DEL PAPER “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” DI OLIVER MARC HARTWICH. QUI LE PUNTATE PRECEDENTI.

La nascita del neoliberismo

La crisi economica tra la fine degli anni Venti e l’ inizio dei Trenta aveva lasciato alla Germania una pesante eredità, riparazioni di guerra comprese. La disoccupazione aveva raggiunto il picco di oltre sei milioni di persone nel 1932, la povertà era diffusa e la situazione politica della Repubblica di Weimar sempre più fragile. I partiti si trovavano nell’impossibilità di assicurarsi maggioranze parlamentari per nessuna delle loro proposte politiche, il paese era governato attraverso decreti di emergenza e tutto ciò aveva rafforzato il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, che avrebbe poi portato il suo führer, Adolf Hitler, al potere.
L’illusione della “prosperità eterna” era stata distrutta dagli eventi innescati dal venerdì nero di Wall Street, e non solo in Germania. La crisi economica globale era stata ampiamente considerata prova del fallimento del liberalismo. Nel quindicesimo anniversario dell’Unione Sovietica, nel 1932, i suoi leader avevano celebrato la fine del capitalismo con parate monumentali, negli Stati Uniti il presidente Franklin D. Roosevelt aveva promesso “un nuovo patto per il popolo americano”, orientando il suo paese verso politiche più interventiste, mentre in Gran Bretagna l’economista John Maynard Keynes lavorava alla sua Teoria Generale con cui intendeva spiegare (e superare) le instabilità intrinseche del sistema capitalistico.

La situazione economica e politica della Germania era catastrofica, e così era anche lo spirito degli accademici e intellettuali di orientamento liberale: il liberalismo sembrava essere un sistema di idee ormai screditate, un anacronismo da diciottesimo secolo, un’ ideologia fallimentare.
Uno dei pochi intellettuali che nutriva ancora simpatie per l’economia di mercato era Alexander Rüstow. Nato nel 1885, studiò matematica, fisica, filosofia, economia e psicologia a Gottinga, Monaco e Berlino. Conseguito il dottorato all’Università di Erlangen nel 1908, lavorò per una casa editrice prima di diventare ufficiale durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, Rüstow si unì a diversi circoli socialisti, pur iniziando a subire l’influenza dell’economista Franz Oppenheimer, che aveva indicato una “via di mezzo” tra il socialismo marxista e il capitalismo liberale.

Divenuto consigliere al Ministero degli Affari Economici (Reichswirtschaftsministerium) nel 1919, Rüstow si occupò della politica dei cartelli, essendo direttamente coinvolto nella stesura del Cartel Act del 1923, menzionato in precedenza. Tuttavia, nonostante il progetto originario fosse a favore di più stringenti regole anti-trust, le misure finali risultarono molto più deboli rispetto alle raccomandazioni dell’economista, che imputò la responsabilità dell’ insoddisfacente (a suo modo di vedere) risultato all’intensa azione di lobbying da parte di potenti gruppi di interesse.

E’ nella metà degli anni Venti che Rüstow cambiò schieramento. Dopo aver lasciato il suo incarico al Ministero nel 1924 fu messo a capo del dipartimento di economia del “Verein deutscher Maschinenbauanstalten” lobby di piccole e medie imprese manifatturiere impegnate nella promozione di una campagna contro la concentrazione del potere economico nelle mani di poche grandi industrie loro concorrenti.
La sua filosofia di riferimento non era ormai più quella socialista, ma liberale. Secondo il suo biografo Jan Hegner, la disillusione di Rüstow derivò dalla realtà messa in atto in Unione Sovietica, e dalla realizzazione del fatto che la pianificazione economica era incompatibile con la libertà. D’altra parte, il nostro economista non aveva smesso di essere dedito all’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche.

Durante tutta la sua vita, Rüstow fu sempre di idee al confine tra liberalismo e socialismo. Tuttavia, costante nella sua vita intellettuale fu un forte scetticismo riguardo al potere in tutte le sue forme, fosse esso di natura politica o economica. Inoltre, se lo leggessimo oggi, troveremmo difficile classificarlo come un liberale, semplicemente poiché spesso non ci suona come tale: questo è lo stesso Alexander Rüstow che ha  inventato il termine “neoliberismo”, che divenne popolare tra i suoi colleghi tedeschi e che trovò poi consenso all’ interno di un gruppo di pensatori liberali che includeva Ludwig von Mises and Friedrich August von Hayek.
Ma allora, qual era l’ idea di neoliberismo di Rüstow? Perchè aveva sentito la necessità di coniare un termine del tutto nuovo? Cosa è accaduto al neoliberismo nel corso degli anni?
L’anno in cui Rüstow formulò il programma neoliberista era il 1932. La principale società di economia del tempo, la Verein für Socialpolitik, lo aveva invitato alla sua conferenza annuale a Dresda. Il presidente dell’ associazione era Werner Sombart, a capo della cosiddetta Kathedersozialisten (“cattedra socialista”) della Historical School of Economics. Sombart, aperto sostenitore del nazionalsocialismo, non aveva alcuna simpatia per il liberalismo, e aveva pianificato di fare della conferenza di Dresda una piattaforma di lancio per la sua causa. Tuttavia fu il discorso tenuto dal semi-sconosciuto Rüstow, dal titolo “Freie Wirtschaft, starker Staat”(libera economia, Stato forte), in seguito pubblicato e ripubblicato diverse volte, ad attrarre a sé tutta l’attenzione. Lungi dal supportare la visione nazionalsocialista di Sombart, Rüstow criticò l’ eccessivo interventismo durante la crisi, mettendo in guardia dall’affidare allo Stato il compito di correggere ogni sorta di problema economico. Un chiaro rifiuto di uno Stato coinvolto nei processi economici, ma che fissi le regole e le faccia rispettare: un ruolo limitato, ma che necessita di uno Stato forte. Un “no” al protezionismo, ai sussidi, ai cartelli – a ciò che oggi chiamiamo capitalismo clientelare, cattura del regolatore, corporate welfare -, pur riconoscendo che un interventismo limitato possa avere un ruolo, purché vada nella stessa direzione delle leggi del mercato.

Più tardi, durante la sua carriera accademica, Rüstow sviluppò oltre la sua visione di neoliberismo, pubblicando numerosi saggi e libri – molti dei quali scritti in esilio – in cui elaborò la sua idea di economia di mercato sottostante un sistema di rule of law e un limitato ruolo dello Stato. Dopo che la Gestapo perquisì il suo appartamento, nel 1933 decise di lasciare la Germania accettando una cattedra ad Istanbul. Rimase in Turchia finché non fece ritorno nel suo paese nel 1949 per insegnare all’Università di Heidelberg.

[fine terza parte]

Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale [seconda parte]

Una digressione storica sul sistema economico tedesco. Seconda parte del paper “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” di Oliver Marc Hartwich. Qui la prima. La preistoria del neoliberismo Il concetto di neoliberismo trae le sue radici in Germania tra le … Continua a leggere

Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale

Pubblichiamo, a puntate, la traduzione di “Neoliberalism: the origin of a political swearword” di Oliver Marc Hartwich, per gentile concessione dell’ autore. “Un’ utilità della storia è quella di liberarci da un passato immaginario. Meno sappiamo di come le idee … Continua a leggere

Il Tribunale delle Acque Pubbliche

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Spesso in Italia il legislatore finisce fuori strada, a volte, però, gli effetti rasentano la pura follia – del resto, che dovremmo aspettarci da una legge in vigore il cui titolo è: Decreto Legislativo Luogotenenziale del 20 Novembre 1916 n.1664? … Continua a leggere

L’infallibile Sorgenia

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Tanto tempo, così si racconta, esisteva un mercato in cui tutti potevano fallire, fare bancarotta, chiudere e andare avanti. Dico tanto tempo fa perché, come sappiamo tutti, ora non è mica più così. Ora per poter fallire bisogna essere persone … Continua a leggere

Appalti pubblici: tu non hai fame?

gE quindi, un altro scandalo. Un altro scandalo legato agli appalti pubblici.

Eh ma si sa, signora mia, che l’Italia è un popolo di santi, poeti, navigatori e ladri! 

E tutti giù, con raffinate disamine sulla cultura dell’illegalità, sulla generalizzata impunità, a chiedere inasprimenti delle pene, più regole, lance e bastoni, forconi, galere e chiavi buttate.
Il giacobinismo dilagante (non solo al bar), però, sembra far fatica ad andare al di là dell’eugenetica del mariuolo italiano e, quindi, diamo una mano noi.

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Attualmente il Codice che regola gli appalti pubblici conta circa 600 articoli, modificati – come ci spiega un brillantissimo Davide De Luca su Libero – 564 volte dal 2006. Ognuno di questi rimanda ovviamente ad altre norme, altrettanto intricate e pesanti, aumentando notevolmente il peso della complessità. A questo si aggiunge che enti diversi hanno modulistica diversa, da compilarsi senza sbavature per evitare grane in sede di eventuale contenzioso. Tutto senza considerare molte altre pratiche obbligatorie da allegare, da quelle a garanzia della regolarità contributiva dell’impresa ai certificati antimafia.
In seconda istanza, le stazioni appaltanti in Italia, cioè quelle amministrazioni aggiudicatrici che affidano appalti pubblici di lavori, forniture o servizi (o concessioni di lavori pubblici e servizi) sono… circa TRENTADUEMILA. In Francia, per esempio, non si va oltre il centinaio. E ho detto Francia, cari amici: non esattamente un paese con una presenza statale snella e leggiadra.

Due piccoli esempi, come questi, credo siano sufficienti a definire un quadro.

Allora, tra gli strepiti manettari e l’invocazione a nuove regole (ancora!), magari si potrebbe far presente che, a parità di guardie giurate, in una strada con trentaduemila gioiellerie che vendono le stesse cose è più facile rubare che in una con qualche centinaia.
Nessuno qui dice che non si debba punire chi corrompe, ruba e sgraffigna (vige questa curiosa consecutio per cui chi non agita le manette imperniate sull’indice come lo sceriffo sia un sostenitore dell’impunità), ma che forse, se vogliamo andare oltre al solletichìo della pancia dei lettori del Fatto Quotidiano, l’intervento che serve è di ben altro tenore.

Ma in questo paese – e diciamolo, cara signora mia – si sa, l’unica cultura che sentiamo realmente propria non è quella dell’illegalità, ma quella dello stato grasso, inutilmente straripante e dannosamente pervasivo. Che ci sia correlazione?

Tad A.

L’Abolizione del Contante: Repressione Fiscale della Libertà Individuale

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Si alza sempre più un grido dall’ala sinistra del nostro Parlamento, i nostri paladini della giustizia hanno trovato il nuovo modo per sconfiggere il peggior problema di questo paese (No, non sto parlando di Berlusconi stavolta!): quell’usanza indigesta ai più, … Continua a leggere

Perbenismo e Pigrizia Soziale

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Questa riflessione nasce da una divertente discussione con alcuni amici. Vengo informato del fatto che una bella ragazza è in cerca di un “trombamico” (un ragazzo con cui intraprendere una breve e non impegnativa relazione basata sulla semplice carnalità). Incuriosito … Continua a leggere

Il Padoan Pensiero e la Tassa sui BoT

Pier Carlo Padoan è il nuovo Ministro dell’Economia e delle Finanze: professore di economia alla Sapienza di Roma; vice segretario generale e capo economista dell’Ocse; presidente dell’Istat in pectore. Si è puntato quindi nuovamente su un tecnico, facendo leva sulle relazioni nella comunità internazionale che dovrebbero essere utili per dare garanzie all’Europa. Non male, fin quando andiamo a ricordare il suo periodo di consulenza alla presidenza del consiglio tra 1998 e il 2001 per Massimo D’Alema e Giuliano Amato, che ci fa capire quindi quale è il pensiero economico del neo-ministro: si salvi chi può!

Se da un lato il neo ministro ha detto che ci sarà l’impegno a diminuire il cuneo fiscale (come dicono tutti del resto), dall’altro lato si prospetta, come abbiamo potuto ascoltare in questi primi giorni del nuovo governo, un aumento dell’imposizione sui consumi e sui patrimoni poiché, a detta di Padoan, “sono tasse che non penalizzano molto la produttività del paese e hanno effetti più limitati sulla crescita economica, rispetto a quelle sul lavoro”, e quindi più facilmente imponibili. Questo vorrà dire, quindi, che non ci sarà un alleggerimento del prelievo fiscale sugli immobili, anzi ci sarà un probabile ulteriore aumento in virtù della Tasi e della Tari a partire dal prossimo giugno. E poi nuove accise sulla benzina e ancora rialzi dell’Iva. Infine un aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie, oggi colpite al 20% e destinate a salire fino al 30% affinché sia più vicina alla media europea. Che sia allora l’inizio per arrivare ad una maxi patrimoniale, proprio come voleva Amato?

BOT
Tra le idee, che riguardano la tassazione sulle rendite finanziarie, vi è quella di un possibile innalzamento dell’imposizione sui BoT, che ad oggi godono di una tassazione privilegiata rispetto alle altre rendite, con un’aliquota del 12,5%. Un’idea caldeggiata da diversi esponenti del PD, ma che risulta inefficace. È interessante ragionarci su. Aumentando la tassazione sui titoli di Stato diminuisce la domanda e quindi il prezzo dei titoli stessi. Di conseguenza, essendo il prezzo dei titoli di Stato inversamente proporzionale al loro rendimento, crolla il prezzo e aumenta il rendimento. Cioè, per poter continuare a piazzare le proprie obbligazioni, lo Stato dovrà ricompensare gli investitori offrendo loro un rendimento lordo più alto, in modo che il rendimento netto per gli investitori sia uguale. È una cosiddetta partita di giro. Risultato: l’effetto netto sul bilancio è pressappoco nullo.
Consiglio di dare un’occhiata al link ”http://noisefromamerika.org/articolo/illusioni-tassazione-sostitutiva-bot-3“, in cui sono spiegate approfonditamente le dinamiche, sia nel caso in cui tale tassazione si dovesse applicare su titoli di nuova emissione (il caso appena trattato) che di vecchia.

Questa dovrebbe essere una delle manovre da attuare per raggiungere i dieci miliardi utili per ridurre il cuneo fiscale. Dalla quale però, come abbiamo detto, si potrebbe guadagnare ben poco, solamente circa 400 milioni, secondo alcune analisi. Tassare le rendite finanziarie non ha mai portato a grandi risutati: basti pensare alla Tobin Tax, l’imposta sulle transazioni finanziarie, introdotta lo scorso anno e che ha portato nelle casse dello Stato meno di 200 milioni.
Meglio concentrarsi sulla liberalizzazione dei servizi pubblici e sul taglio di una spesa pubblica più che mai improduttiva.

Andrea Garofalo

La favola dell’imposta

Un passaggio segnalatoci da Cecilia Sala.
Un bimbo mi ha chiesto cosa sono le tasse: gli ho mangiato l’82% della sua merendina. Più tardi ho visto che la seconda merendina l’ha mangiata di nascosto da me: gli ho detto che è un evasore.
In qualità di evasore come sanzione deve darmi il 200% dell’82% della merendina evasa, più gli interessi. Ma merendine non ne ha più. Gli ho detto allora che domani gli mando Equipapà a sequestrargli i giochi se non mi versa la sanzione. Ha pianto tutto il giorno. Dal giorno dopo non ha più mangiato merendine creando disperazione in chi le produceva, costringendo a chiudere il negozio di merendine. Il bimbo senza merendine è diventato molto magro e non mi ascolta più. Il titolare del negozio si è suicidato.

Favola dell'imposta