Confused libertarians sulla politica estera

Quando le questioni di politica estera sembrano nascondere sotto il tappeto i giganteschi problemi che il nostro paese deve affrontare in campo economico, ecco che noi liberali mostriamo tutta la nostra inadeguatezza dinanzi agli scenari geopolitici e al ruolo che dovrebbe avere il nostro Paese sullo scacchiere internazionale.
Inizia la guerra delle fazioni: i liberali pro Putin e i liberali pro Stati Uniti; i liberali pro Israele e i liberali pro Palestinesi (non ne ho mai visti, ma presumo che ci siano, non foss’altro per l’insopprimibile voglia di distinguersi dal gregge). E, ovviamente, come ogni tifoseria che si rispetti, le argomentazioni sono per lo piu’ scadenti e del tipo: ” Gli US sono un faro di liberta’ e democrazia, Putin e’ un dittatore che non rispetta i diritti umani, quindi Ucraina libera” e altre stupidaggini di questo tenore. Non che gli USA non siano un faro di liberta’ e democrazia e Putin non sia un dittatore, ma da queste affermazioni non consegue “Ucraina libera” e non consegue nemmeno la legittimita’ di sanzioni francamente ridicole e che non fanno altro che esasperare il confront0.
Non mi voglio dilungare e quindi non vi diro’ quali siano le mie idee in merito a questi temi che decidono alcuni equilibri su base regionale e non mondiale. Pero’ vorrei provare a punzecchiare gli amici liberali su un punto: dopo aver fatto tutti i discorsi su cosa conviene agli US o alla Russia o a Israele, possiamo per favore concentrarci su cosa converrebbe fare al nostro paese? Il suo ruolo deve essere sempre forzatamente appiattito agli interessi di altre potenze (anche contro i nostri interessi) o, in un mondo che sembra destinato a diventare sempre piu’ multipolare, ha senso chiedersi che ruolo potrebbe giocare a livello europeo e mediterraneo? europe2

Nicolo’ Bragazza

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L’announo dello sconforto

“Anche il furto e la rapina sono vietati, ma si fanno lo stesso. Non per questo non vanno vietati.” 
Il sen. Carlo Giovanardi ieri sera in uno slancio aristotelico

Ieri, in quello splendido spaccato del mitologico “paese reale” che sono i programmi in prima serata su La7, si è svolto un epico quanto maldestro duello sul tema della legalizzazione delle droghe leggere. Punte di diamante dell’arena fior fior di intellettuali d’assalto quali il rapper Fedez, il senatore Giovanardi e la sua proverbiale apertura mentale a traino e il (a quanto pare) rapper ed ex pusher romano Chicoria (si pronuncia “Cicoria”, la h è muta come la D di Django). A contorno il solito gruppo di ragazzi che non riescono ad intervenire per più di 40 secondi a testa, e talvolta è forse un bene.

Una serata assolutamente imperdibile, insomma.

Announo

Nel variegato spettro di interventi ed opinioni e invettive à la barsport che è stato sfoderato non ci si è mai distaccati dai punti cardinali che seguono e che riassumerò, in nome dell’efficacia espositiva, con delle utilmente violente semplificazioni. Potete divertirvi a casa provando a indovinare chi ha sostenuto cosa.

  1. Non è necessaria nessuna distinzione tra droghe leggere e pesanti, tutto dev’essere illegale e perseguito;
  2. È necessaria una distinzione, mettiamo fuori legge quelle pesanti perché fanno molto male, legalizziamo quelle leggere;
  3. Legalizziamo tutto.

Ora, rimuoviamo il punto uno perché francamente poco interessante, e analizziamo i punti due e tre e le loro comuni motivazioni. È emerso che legalizzare è bello perché:

  • aiuta la lotta alle mafie;
  • configurerebbe un aumento delle entrate statali;
  • anche alcool e sigarette sono dannose ma legali, quindi serve un discorso di coerenza;
  • l’erba non fa male;
  • con la canapa si fanno una marea di cose oltre agli spinelli.

Questo è, più o meno, il quadro. Se ho dimenticato qualcosa, penso di poter dire che fosse realmente irrilevante o minoritario nello spettro delle argomentazioni.

Beh? Notato qualcosa? Manca niente?

Ebbene, non c’è stato un intervento, tra circa 25 persone in studio, che abbia sottolineato -in modo chiaro- che il proibizionismo è un atto contestabile in quanto espressione di una limitazione della libertà individuale, operato peraltro nel nome non si sa bene di cosa. Chi si è espresso a favore della legalizzazione l’ha sempre fatto in un’ottica di opportunità, e mai di convinzione ideologica, di indirizzo politico: nessuno si è fatto carico del fardello di affermare con forza che si deve essere liberi di scegliere. Anche di farsi del male, come nel caso delle droghe.

La legalizzazione delle droghe (leggere o pesanti che siano) non è un intervento che si può fare dall’oggi al domani, e la discussione delle cautele del caso è lunga, complessa e doverosa. Ma una speculazione intellettuale (se mi passate il termine) sull’arroganza di uno stato patrigno che obbliga le persone a scegliere (o non scegliere) sarebbe stata doverosa, in quel contesto. E, che sia beninteso, ogni salvaguardia alla libertà altrui deve rimanere solidamente in piedi: come non si può guidare ubriachi, ad esempio, non si può guidare dopo aver fumato erba. I discorsi di opportunità economica e sociale, i fatti lampanti e cristallini che testimoniano che il proibizionismo è un approccio fallimentare al problema delle droghe (tendenzialmente è un approccio fallimentare a un sacco di problemi) sono punti veri, fermi, che esistono, ma che coesistono con un’idea di società libera -e di responsabilità individuale- che ieri non si è vista neanche col binocolo.

Un quadro vagamente sconfortante, non vi pare?

Tad A.

PS: temo non ci sia dato sapere che straminchia c’entrasse, in una trasmissione incentrata su questi temi, l’omelia di Travaglio su Renzi e il renzismo. Ma tant’è, e ce la siamo dovuti sorbire, un po’ perplessi.

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