#IowaCaucus

Se siete degli schifosi  individualisti – e, se leggete questo blog, lo siete –  non potete non essere ultra-eccitati per le elezioni del paese che più significa per gli schifosi individualisti.
Tuttavia, se siete veramente degli schifosi individualisti, stanotte avete dormito beatamente, sicuri del fatto che qualcuno avrebbe fatto after al posto vostro, pronto a parlarvi dei primi cento metri della lunghissima maratona nota anche come primarie per le presidenziali USA, quelle che ci porteranno alle elezioni di Novembre, quelle  che sceglieranno il 45° Presidente americano.
Ebbene, avevate ragione.
Se siete su questo blog sarete senz’altro in fissa con concetti quali “libero mercato”, “small govt”, “libertà di scelta” etc etc. Avete fatto bene a dormire sereni? Nì. Ora vediamo perché.
Visto che, se riconosco l’uomo nella foto in testa alla homepage, sarete tutti una manica di repubblicani  incalliti, sbarazziamoci subito dei Democratici, così poi passiamo alle cose serie.
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I Dem che stanotte si son presentati ai caucus non son stati più di quelli che si son presentati nel 2008. Chiamati a scegliere tra Clinton e Sanders, impossibile non capirli.
Battute a parte, l’affluenza non eccezionale avrebbe dovuto avvantaggiare il candidato con la macchina più grossa, e invece…
Quelli che han sfidato la neve per chiudersi dentro una scuola, una palestra, una chiesa o un altro postaccio simile, si son spaccati a metà. Tolto lo zerovirgolaniente del troppo affascinante O’Malley – che si è ritirato dalla corsa -, la gara è stata un ansioso testa a testa tra Clinton e Sanders, rispettivamente fermi a 49,8 e 49,6% mentre scrivo.
Riconteggi e verifiche a parte per l’assegnazione dei (pochi) delegati in ballo, questo è un duro colpo per Hillary. Il pareggio infatti indebolisce chi appariva insormontabile e regala uno slancio enorme, sia per entusiasmo degli elettori, sia per attenzione mediatica, al senatore socialista ed alla sua campagna.
Ecco. Ho usato proprio quella parola. Proprio su questo blog.
Dovreste già aver compreso perché stanotte non era la notte adatta per dormir tranquilli.
Gli staff dei due candidati hanno già iniziato il lavoro di spinning: quello di Hillary si chiede se il risultato di Bernie possa essere considerato una vittoria nonostante un elettorato così congeniale (bianco e sensibile alle posizioni estremiste). La risposta dello staff di Sanders – scontata – butta tutto sempre su Davide e Golia.
Non tutto è perduto però. Nel 2008 l’ex first lady si trovò ad affrontare una situazione simile: Iowa in obamania. Non si perse d’animo e sbancò in NewHampshire. Ok, alla fine la nomination la vinse Obama, ma cerchiamo di non focalizzarci sulle cose macro (= incrociate le dita che non vinca il fuori di testa del Vermont).
E i Repubblicani invece? Che hanno combinato?
Hanno ferito The Donald e l’hanno ferito così brutalmente (i caucus si son svolti con un’affluenza record) che forse, stamattina, ci sta perfino un poco simpatico.
Tranquilli comunque, niente di serio. Noi reaganiani tifiamo per gli attori bellissimi dal sorriso smagliante, non per i fuori di testa.
Sul gradino più alto del podio, col 27 e rotti per cento dei voti, ci è salito Ted Cruz, senatore texano molto di destra, in difetto di phisique du role per la presidenza, odiato da tutta Washington, ma estremamente abile nel conquistare il miglior risultato mai raggiunto da un repubblicano durante i caucus in Iowa.
Un candidato-predicatore che ha occupato la lane dei conservatori evangelisti (vedi posizioni anti-aborto e anti-matrimoni-gay), ha saputo dialogare con i teapartisti e i repubblicani liberisti (vedi crociata contro i sussidi statali all’industria dell’etanolo) e, in generale, ha saputo dire cose molto molto molto di destra in maniera tutto sommato istituzionale.
Bonus: nel discorso della vittoria, attaccando il socialista di cui sopra, ha detto “Eventually you run out of other people’s money.” Che ve lo dico a fare?
Del secondo posto abbiamo già detto. Un deludente 24% per un Trump accreditato come tsunami inarrestabile. Appena la temperatura sarà scesa un po’, appena l’analisi sarà un po’ più affidabile, scopriremo cosa ha realmente danneggiato Trump. Forse i sondaggi basati su americani non davvero interessati alla politica, forse l’assenza dal dibattito dell’altra notte. Chi lo sa.
Il capolavoro comunque sta nel gradino più basso.
Marco Rubio, il candidato repubblicano più “presidenziabile” di tutti ha quasi raggiunto Trump, tallonandolo con un 23% che a momenti pareva potersi trasformare perfino in un secondo posto.
Marco è giovane, reaganiano, ottimista, convinto dell’eccezionalismo americano, arriva da uno degli swing states, la Florida, è amato dal partito, dagli elettori e pure da qualche democratico del Congresso. Nipote di immigrati cubani,  può sfondare nell’elettorato ispanico, unico modo per conquistare la presidenza. E l’ho già detto che arriva da uno degli swing states, la Florida?
La sua strategia, neppure troppo segreta, era ed è quella di arrivare 3° in Iowa, 2° in NewHampshire e 1° in South Carolina e/o Nevada.
Che dire: per ora sta lavorando davvero bene.
Il quarto posto è del neurochirurgo nero più famoso d’America: Ben Carson. L’altra notte, durante il dibattito organizzato da Fox e Google a Des Moines ha recitato il Prologue della Costituzione durante il final statement. Bellissimo.
Quindi ok, Ben è in gamba, un brav’uomo, educato e gentile. Qualche volta è fuori dalle righe, ma non è questo il problema: i dati economico-finanziari della sua campagna ci dicono che la sua corsa non è quella della presidenza, quindi speriamo che faccia un buon uso degli 8 delegati vinti stanotte e grazie e arrivederci.
Il quinto posto è una di quelle cose che ti scalda il cuore e che crea una piccola storia nella storia. Subito dietro il 9% di Ben Carson troviamo Rand Paul con un sorprendente 5%.
Sappiamo tutti che la lane dei libertarians non è sufficientemente larga per portare il son of Liberty alla nomination, però che dire: ha conquistato un delegato e noi libertarians e conservatarians non possiamo che essere felicissimi.
Rand è il vero came-back kid.
Da qui in poi invece è una valle di lacrime.
Jeb Bush, il povero Jeb Bush, che pure aveva dato ottima prova di se durante il dibattito dell’altra sera, s’è fermato al 2,8%. Forse ha sbagliato ciclo politico, forse ha sbagliato l’impostazione dell’intera campagna sin dall’inizio. Difficilmente si riprenderà.
Giusto per infierire: facendo due calcoli sulle spese di “Right to Rise”, il super PAC vicino a Bush, ogni voto ottenuto stanotte è costato una roba come 25 mila dollari.
There ain’t no such thing as a free vote, praticamente.
Carly Fiorina, ex CEO della HP, ha fatto peggio ancora: 1,9%.
Idem John Kasich, ex governatore dell’Ohio. Repubblicano ultra-moderato.
Mike Huckabee, lo zio strano del gruppo, ha preso l’1,8% delle preferenze ed ha interrotto la corsa.
Anche Chris Christie, il RINO per eccellenza, governatore del New Jersey, 1,8%.
Rick Santorum 1%.
Jim Gilmore, non pervenuto.
Ora tirate un sospiro di sollievo e ricordate che la corsa dura diversi mesi e che nel 2008, in Iowa vinse Huckabee; nel 2012, Rick Santorum.
Detto questo, la corsa è ufficialmente cominciata.
Alessandro Cocco