E’ colpa di…

E’ colpa

  • dei  vecchi
  • degli ubriaconi dei pub
  • dei campagnoli
  • dei cafoni
  • dei razzisti
  • dei pazzi
  • di Salvini
  • di Trump
  • di Carlo Conti
  • degli ignoranti
  • della disuguaglianza
  • del TTIP
  • dei bevitori incalliti di thè

e chi più ne ha più ne metta.

E’ certamente possibile fare finta che questo non sia un risultato in continuità con il no di Francia e Olanda alla Costituzione Europea. Ma è impossibile non riconoscere come da qualche anno il progetto europeo venga costantemente bocciato dai cittadini europei chiamati ad esprimersi. Forse è il caso di chiedersi se, dove e perchè stanno sbagliando le elitè europee, dato che aspiriamo ad esserne parte, almeno a parole. Se davvero pensate che non stiano sbagliando nulla, potete sempre divertirvi ad allungare la lista di colpe di cui sopra: magari prima o poi ci azzeccherete.

 

Nicolò Bragazza

I <3 Bocconi #escile: una prospettiva hegeliana

Molti sarebbero tentati dallo spiegare il fenomeno “tette e culi per la tua università” con un noto adagio de “Il cavaliere Oscuro” per incasellare il fenomeno Joker: “Certi uomini (donne in questo caso) vogliono solo vedere bruciare il mondo”. Senza alcun fine, senza alcun motivo apparente: solo per il gusto di attizzare un’umanità varia e a tratti bestiale.
Ma nessuna interpretazione del fenomeno può essere più sbagliata di questa: qui non si tratta di voler vedere bruciare il mondo ma di una tappa fondamentale per pervenire ad una maggiore consapevolezza del ruolo che hanno le università nel formare classe dirigente. Dobbiamo perciò rinunciare alla spiegazione individuale del perché alcune ragazze “le escono”, perché la motivazione è la stessa che spinge altre ragazze “più caste” a pubblicare i loro selfie 15 volte al giorno con altrettanti filtri diversi: la voglia di ricordare agli altri e a se stessi di esistere.
A prima vista il mio potrebbe apparire un discorso paradossale, ma facciamoci aiutare da Hegel per comprendere il fenomeno e riportarlo nell’alveo della razionalità.

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Il mantra (il frame per usare un gergo più tecnico) che si va ripetendo, soprattutto nella nostra università, è il seguente: la vita è un percorso lineare. Se ti impegni prenderai bei voti. Se prendi bei voti avrai un buon lavoro. Se avrai un buon lavoro sarai felice. Questo è quello che ogni bocconiano si sente ripetere dal primo giorno in Università. Sia chiaro, se fosse vero che la vita è un percorso lineare il resto del problema sarebbe, almeno in una buona parte, vero. Questo modo di intendere la vita si riflette poi in un istinto di repulsione verso le novità che non siano accettate dalla maggioranza, e nell’incapacità di fare scelte coraggiose e di rottura. Chi bazzica l’ambiente associativo sa benissimo quanto la nostra Università sia ossessionata dalla sua immagine e come si prodighi costantemente per bloccare qualsiasi iniziativa che possa infastidire qualcuno. E questo è una variante della mentalità precedente: università fa solo cose nel mainstream, perciò non infastidirà nessuno, perciò la sua reputazione migliorerà. Ma questo non è assolutamente in linea con quello che dovrebbe essere un’università, come ho scritto qui: è solo un tentativo di mediare in quello che è uno scontro tra fazioni non ben identificate e questo non ha ovviamente nulla a che fare con la volontà di espandere la nostra conoscenza e di formare classe dirigente (che è fatta di persone con una visione indipendente rispetto a quella proposta dai vari editorialisti dei quotidiani). Questo ci introduce al fatto che molti interpretano il fenomeno “tette” nel senso “come è caduta in basso la nostra università”. Questi sono quelli che più hanno interiorizzato il discorso della nostra università, per cui, coerentemente, associare il nome Bocconi ad un paio di tette è al limite del sacrilego perché fuori da quello che è il branding pulito e rassicurante che viene proposto. E questa è la nostra tesi, in senso hegeliano.

L’antitesi è la comparsa del fenomeno tette: un paio di tette non è rassicurante e rompe lo schema precedente. Lo dimostra il fatto che la gente si spacca immediatamente in due fazioni che possiamo chiamare per comodità “allupati” e “bigotti”.
Le tette dividono, creano discussione e alimentano una gara a chi fa la battuta più divertente. Tutto questo urta la sensibilità di alcuni ed esalta la creatività di altri, in una spirale che termina per esaurimento più che per superamento.

Ma se questo articolo si propone di fare un’opera di interpretazione di stampo hegeliano, il suo compito è anche quello di preparare il terreno per il superamento di tesi e antitesi cosicché si pervenga alla sintesi vera e propria. Se la tesi è un’impostazione chiusa e bigotta rispetto alla vita e alla realtà, mentre l’antitesi è la negazione di questo per una spensierata distruzione di ogni ordine prestabilito, la sintesi deve essere, per usare un linguaggio più friendly, un mix di entrambe. E allora ecco che il fenomeno tette ci ricorda che dobbiamo prenderci un po’ meno sul serio e soprattutto che la consapevolezza di sé stessi e l’accumulazione della conoscenza non seguono sempre un percorso lineare. Quando la cappa di perbenismo e bigottismo (che in alcuni momenti possono svolgere un ruolo inconsciamente salvifico) diventa insopportabile si creano naturalmente le condizioni per la rottura. E rispetto a quello che è l’establishment di questo paese una rottura è necessaria ed è doveroso che arrivi proprio da quelle università che si propongono, per ragioni storiche, di sfornare classe dirigente.
Su una cosa, infatti, possiamo stare assolutamente tranquilli: se la classe dirigente del futuro sarà peggiore di quella attuale, non lo sarà perché ci sono gli allupati e le tipe che “escono” le tette.

Nicolò Bragazza

Dalla Parte Degli Oppressi

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“Dalla Parte Degli Oppressi” è da ormai un anno il tema fondamentale della campagna di Studenti Bocconiani Liberali, ed ha generato sorrisi, fastidi e candide constatazioni d’inopportunità. Dolce e Gabbana, Corona, Brigitta Bulgari… perché loro? Perché non i bambini affamati? … Continua a leggere

Thinking before Re-thinking

A seguito del nostro articolo “Post-Crash, la Matematica non è un Reato”, critico su uno degli aspetti della proposta complessiva delle varie sigle sostenitrici di quello che chiameremo (non senza ironia) “pluralismo” nelle scienze sociali, su  Pagina99 e’ comparsa una risposta che attacca il BocconianoLiberale a tutto campo “Quello che il Bocconiano Liberale non capisce”.

 

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Tra le altre cose, in chiusura si dice che siamo dogmatici in tutto perchè dichiariamo di essere ideologici. Purtroppo questa conclusione non rende giustizia al resto del pezzo, contenente anche diversi spunti interessanti e ben scritto. Dichiarare di essere ideologici e’ un atto di onesta’ intellettuale, dal momento che
tutti possiedono una (parziale) visione del mondo. Anche gli amici di Rethinking Economics hanno, sicuramente, una visione del mondo parziale, ma preliminarmente al dibattito che essi vogliono stimolare e’ utile ricordare che l’approccio scientifico ai problemi presuppone esattamente uno sforzo, da parte di chi li affronta, a farlo in maniera il più possibile distaccata.

Il “metodo neoclassico” criticato dai pluralisti non corrisponde a nessun metodo particolare per chi lo adotta, se non alla tendenza a separare i fatti dalle prese di posizione, l’analisi positiva da quella normativa, le premesse dalle conclusioni, sopratutto quando le seconde non sono quelle che le proprie preferenze porterebbero a gradire di più. In questo senso esso non ha alcun portato ideologico, a differenza delle scuole “alternative” che si vorrebbe porre sullo stesso piano dell’economia mainstream.

Perchè chi si dice ideologicamente liberale, allora, difende una metodologia il cui principale vantaggio, proprio secondo chi la difende, e’ l’essere a-valutativa, neutrale rispetto ai valori?

Conoscere per deliberare, diceva qualcuno. Sforzarsi di mettere le proprie opinioni alla prova dei fatti, e non usarle come una clava, aggiungeremmo noi. Senza per questo affermare che le posizioni politiche debbano prescindere da considerazioni di natura valoriale, ovviamente: e li’ sta il rifiuto del principio efficientista e tecnocratico che lo stesso Fraccaroli poteva rintracciare nella auto-descrizione che ha avuto la perizia di leggere.

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Veniamo al contributo apparso su Pagina99 circa la matematica: il punto non e’ distinguere tra argomenti qualitativi e quantitativi, e ne diamo atto al Fraccaroli, ma utilizzare un linguaggio che evidenzi chiaramente ogni passaggio logico, ogni argomentazione, la conseguenza di ogni ipotesi – accade che il linguaggio matematico serva meglio d’altri allo scopo. Chi alla matematica non e’ nuovo sa bene che l’economia non usa solo l’analisi, il calcolo delle probabilità e la statistica inferenziale, ma ha ormai acquisito strumenti della logica, della teoria degli insiemi, della teoria della misura, etc. : si tratta di attrezzi utili non a “quantificare”, ma a spiegare in maniera priva di ambiguità quanto si ha da dire.

Certo, ogni linguaggio ha i suoi limiti, ma opporsi alla matematizzazione con l’argomento che questa implichi un restringimento dell’analisi alle sole questioni quantitative significa non avere idea di ciò’ di cui si sta discutendo. Ma l’attacco di Rethinking Economics e’ piu’ generale, come si conviene a ogni progetto ambizioso: essi richiedono “un’apertura dell’insegnamento verso altri approcci teorici, atri approcci metodologici e altre discipline sociali ed umanistiche, senza le quali (sic) l’economia non può fare a meno”. Non “contro” la matematica e la modellistica, ma a favore di un “affiancamento” di altre metodologie.

Si tratta di un fenomeno carsico, quello dell’attacco alla torre del pensiero mainstream, con la solita accusa di dogmatismo e chiusura, che e’ ricomparso cosi’ spesso da aver ormai esaurito quasi tutte le cartucce. E’ un peccato dover segnalare ai pluralisti se da un lato essi cercano di combattere una battaglia senza senso perché già vinta, dall’altra nel farlo rendono evidente il tentativo di riportare in auge teorie scartate nel processo evolutivo della scienza economica.
Se l’obiettivo e’ aprire l’economia neoclassica a contributi provenienti da altre scuole e altre discipline, l’invito arriva tardi: già nel 1974 veniva assegnato un premio Nobel ad Hayek, non certo un economista mainstream. I contributi di Hayek sono stati esaminati, analizzati e digeriti dalla teoria mainstream. Questo non e’ accaduto solo con Hayek, ma e’ un processo continuo: Thomas Schelling ha vinto il Nobel nel 2005: facile notare i punti di contatto tra il lavoro di Schelling, il lavoro di Kenneth Waltz e altri studiosi delle Relazioni Internazionali; anche Oliver Williamson, Elinor Ostrom e Douglass North hanno vinto il Nobel, e il loro lavoro (“istituzionalista”) e’ ampiamente citato in vari ambiti della letteratura mainstream. Negli ultimi anni ha acquisito una certa notorietà anche il lavoro di Daniel Kahnemahn, altro premio Nobel: parecchio strana, questa dogmatica teoria mainstream che assume tutti perfettamente razionali e poi riesce a valorizzare i contributi di un intero filone (behavioural, per non dire della letteratura di decision theory) basato sull’abbandono dell’ipotesi di razionalita’. L’economia si e’ cosi’ aperta al contributo di psicologi, scienziati politici, sociologi, politologi, storici: studiosi come Joachim Voth o Avner Greif rappresentano una lettura indispensabile per molti economisti.
Insomma, se gli amici di Rethinking Economics chiedono l’apertura, forse discutono dell’economia del 1960. Nel 2014, la loro battaglia e’ gia’ vinta. Ma allora, come si diceva sopra, forse l’obiettivo era un altro. Pur dicendosi pluralisti, vogliono, in fondo, una disciplina più ideologizzata nel metodo d’indagine, basata su scuole schierate in base a opposti dogmatismi. Parlano, non a caso, di aprire a metodologie che già da sole sono accompagnate da una etichetta che ne definisce premesse, conclusioni e scopi.

Appelli come quello che leggiamo sono diventati popolari non dimostrando i problemi dell’economia neoclassica (o dell’assunto metodologico che sostiene il mainstream), ma facendone uno straw-man così da giustificare la necessità di un nuovo quadro teorico. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che la maggior parte dei contributi si inventa un problema per giustificare il suo metodo prediletto. In un articolo di quasi due anni fa, Alberto Bisin scriveva che non e’ corretto affermare che non vi sia “distinzione alcuna tra economisti, che sono tutti d’accordo su tutto (…). È che l’economia come è concepita in Italia, dibattito tra scuole ideologiche contrapposte, non esiste (da molto ma molto tempo). L’economia è un metodo comune con diverse applicazioni: gli economisti discutono modelli diversi e quanto questi si avvicinino alla realtà dei dati – basta esser stato ad un seminario in un buon dipartimento per accorgersi che le discussioni sono spesso vivaci, ma mai tra “scuole” che parlano linguaggi diversi”.
Pur consapevoli che lo stato attuale della scienza economica, nonostante non possa vantare unicamente successi, e’ tale da permettere aggiustamenti anche sostanziali nel modo di affrontare i problemi, coloro i quali definiscono se stessi pluralisti sembrano tradire da subito l’intenzione di diventare molto più ortodossi e dogmatici nel caso in cui dovessero per caso diventare egemoni. Tra gli approcci da rivalutare compaiono cosi’ il keynesismo pre-1980, nonostante il suo superamento non sia stato un accidente, ma dovuto all’emergere di problemi teorici profondi nella teoria mainstream precedente alla rivoluzione delle rational expectations. Bisogna anzi dire chiaramente che, in un mondo come quello propostoci da chi si definisce pluralista, un cambiamento di paradigma poderoso come quello avvenuto a cavallo dei primi anni ’80 sarebbe impossibile: ogni critica verrebbe etichettata come un prodotto di scuola, ogni argomento diventerebbe oggetto di battaglia di parte.
Torniamo al punto di partenza, allora: noi siamo liberali, e lo rivendichiamo. Questo implica pero’ che riteniamo che l’accademia debba essere libera da oscene balcanizzazioni.

Crediamo nell’autonomia individuale e nell’insegnamento libero.

Non crediamo per questo che l’economia oggi sia insegnata sempre nel modo migliore: forse si potrebbe stimolare di più il pensiero critico riducendo l’importanza delle lezioni frontali e aumentando il peso della produzione autonoma dello studente, forse si potrebbe strutturare in modo più intelligente il passaggio attraverso la modellizzazione, l’inferenza, il rapporto coi dati.
Aprire alle “eterodossie” significa, d’altra parte, privare l’economia di uno dei suoi grandi privilegi: un linguaggio comune a chi parte da premesse valoriali molto distanti, in grado di permettere a chiunque di verificare, comprendere e contestare le affermazioni che legge, senza per questo dover etichettare o essere etichettato. Questo gli amici di Rethinking Economics non lo capiscono, o forse lo capiscono, e hanno cosi’ poca fiducia della sostenibilità delle proprie proposte da preferire un mondo in cui ci si urla addosso a un mondo in cui le opinioni vengono pesate per quello che sono, e non in base all’appartenenza di chi le presenta o all’etichetta ideologica di comodo attribuita da chi le contesta.

Studenti Bocconiani Liberali – Milton Friedman Society


Confused libertarians sulla politica estera

Quando le questioni di politica estera sembrano nascondere sotto il tappeto i giganteschi problemi che il nostro paese deve affrontare in campo economico, ecco che noi liberali mostriamo tutta la nostra inadeguatezza dinanzi agli scenari geopolitici e al ruolo che dovrebbe avere il nostro Paese sullo scacchiere internazionale.
Inizia la guerra delle fazioni: i liberali pro Putin e i liberali pro Stati Uniti; i liberali pro Israele e i liberali pro Palestinesi (non ne ho mai visti, ma presumo che ci siano, non foss’altro per l’insopprimibile voglia di distinguersi dal gregge). E, ovviamente, come ogni tifoseria che si rispetti, le argomentazioni sono per lo piu’ scadenti e del tipo: ” Gli US sono un faro di liberta’ e democrazia, Putin e’ un dittatore che non rispetta i diritti umani, quindi Ucraina libera” e altre stupidaggini di questo tenore. Non che gli USA non siano un faro di liberta’ e democrazia e Putin non sia un dittatore, ma da queste affermazioni non consegue “Ucraina libera” e non consegue nemmeno la legittimita’ di sanzioni francamente ridicole e che non fanno altro che esasperare il confront0.
Non mi voglio dilungare e quindi non vi diro’ quali siano le mie idee in merito a questi temi che decidono alcuni equilibri su base regionale e non mondiale. Pero’ vorrei provare a punzecchiare gli amici liberali su un punto: dopo aver fatto tutti i discorsi su cosa conviene agli US o alla Russia o a Israele, possiamo per favore concentrarci su cosa converrebbe fare al nostro paese? Il suo ruolo deve essere sempre forzatamente appiattito agli interessi di altre potenze (anche contro i nostri interessi) o, in un mondo che sembra destinato a diventare sempre piu’ multipolare, ha senso chiedersi che ruolo potrebbe giocare a livello europeo e mediterraneo? europe2

Nicolo’ Bragazza

Hanno ucciso chi?

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Vi siete fatti fuori con le vostre mani, nonostante i soldi dei contribuenti, ma continuate imperterriti a fare gli straccioni.  Siete ancora ed oggi come sempre dei pover-acci, e basta! Nicolo’ Bragazza

L’announo dello sconforto

“Anche il furto e la rapina sono vietati, ma si fanno lo stesso. Non per questo non vanno vietati.” 
Il sen. Carlo Giovanardi ieri sera in uno slancio aristotelico

Ieri, in quello splendido spaccato del mitologico “paese reale” che sono i programmi in prima serata su La7, si è svolto un epico quanto maldestro duello sul tema della legalizzazione delle droghe leggere. Punte di diamante dell’arena fior fior di intellettuali d’assalto quali il rapper Fedez, il senatore Giovanardi e la sua proverbiale apertura mentale a traino e il (a quanto pare) rapper ed ex pusher romano Chicoria (si pronuncia “Cicoria”, la h è muta come la D di Django). A contorno il solito gruppo di ragazzi che non riescono ad intervenire per più di 40 secondi a testa, e talvolta è forse un bene.

Una serata assolutamente imperdibile, insomma.

Announo

Nel variegato spettro di interventi ed opinioni e invettive à la barsport che è stato sfoderato non ci si è mai distaccati dai punti cardinali che seguono e che riassumerò, in nome dell’efficacia espositiva, con delle utilmente violente semplificazioni. Potete divertirvi a casa provando a indovinare chi ha sostenuto cosa.

  1. Non è necessaria nessuna distinzione tra droghe leggere e pesanti, tutto dev’essere illegale e perseguito;
  2. È necessaria una distinzione, mettiamo fuori legge quelle pesanti perché fanno molto male, legalizziamo quelle leggere;
  3. Legalizziamo tutto.

Ora, rimuoviamo il punto uno perché francamente poco interessante, e analizziamo i punti due e tre e le loro comuni motivazioni. È emerso che legalizzare è bello perché:

  • aiuta la lotta alle mafie;
  • configurerebbe un aumento delle entrate statali;
  • anche alcool e sigarette sono dannose ma legali, quindi serve un discorso di coerenza;
  • l’erba non fa male;
  • con la canapa si fanno una marea di cose oltre agli spinelli.

Questo è, più o meno, il quadro. Se ho dimenticato qualcosa, penso di poter dire che fosse realmente irrilevante o minoritario nello spettro delle argomentazioni.

Beh? Notato qualcosa? Manca niente?

Ebbene, non c’è stato un intervento, tra circa 25 persone in studio, che abbia sottolineato -in modo chiaro- che il proibizionismo è un atto contestabile in quanto espressione di una limitazione della libertà individuale, operato peraltro nel nome non si sa bene di cosa. Chi si è espresso a favore della legalizzazione l’ha sempre fatto in un’ottica di opportunità, e mai di convinzione ideologica, di indirizzo politico: nessuno si è fatto carico del fardello di affermare con forza che si deve essere liberi di scegliere. Anche di farsi del male, come nel caso delle droghe.

La legalizzazione delle droghe (leggere o pesanti che siano) non è un intervento che si può fare dall’oggi al domani, e la discussione delle cautele del caso è lunga, complessa e doverosa. Ma una speculazione intellettuale (se mi passate il termine) sull’arroganza di uno stato patrigno che obbliga le persone a scegliere (o non scegliere) sarebbe stata doverosa, in quel contesto. E, che sia beninteso, ogni salvaguardia alla libertà altrui deve rimanere solidamente in piedi: come non si può guidare ubriachi, ad esempio, non si può guidare dopo aver fumato erba. I discorsi di opportunità economica e sociale, i fatti lampanti e cristallini che testimoniano che il proibizionismo è un approccio fallimentare al problema delle droghe (tendenzialmente è un approccio fallimentare a un sacco di problemi) sono punti veri, fermi, che esistono, ma che coesistono con un’idea di società libera -e di responsabilità individuale- che ieri non si è vista neanche col binocolo.

Un quadro vagamente sconfortante, non vi pare?

Tad A.

PS: temo non ci sia dato sapere che straminchia c’entrasse, in una trasmissione incentrata su questi temi, l’omelia di Travaglio su Renzi e il renzismo. Ma tant’è, e ce la siamo dovuti sorbire, un po’ perplessi.

Quindi fate uno sciopero fiscale, no?

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Ritorna il tema delle unioni civili, sempre ai posti di partenza nella rosa di diritti da rivendicare. E noi andiamo al succo delle due tesi, astraendo dalla differenza tra matrimonio e unione civile, lasciando perdere i simboli, e fregandocene un … Continua a leggere

Mandela e i sinistronzi

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E’ morto ieri Nelson Mandela: un personaggio che certamente ha cambiato le sorti del suo paese e che svolse un ruolo eccezionale per l’abbattimento del terribile regime dell’apartheid. Però, come si sa, in queste occasioni vi è sempre qualcuno pronto … Continua a leggere

Santo subit(issim)o

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo di Francesco Del Prato, presidente dell’associazione bocconiana Alpeh- Analisi Strategiche Alla ribalta delle cronache, ultimamente, troviamo sempre più di frequente due persone: abbiamo un nuovo idolo delle folle, che occupa in pianta stabile le … Continua a leggere

Pericle precursore della società liberale

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo “classicista” di Giuseppe Lillo: Agli inizi dell’Ottocento, Benjamin Constant, un intellettuale francese impregnato di cultura classica, che aveva avuto la fortuna di studiare in Inghilterra – all’epoca già patria del liberalismo in seguito alla … Continua a leggere

Igiene culturale: tendenze vintage al tempo dei social media

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Aprile 2013: 7 poliziotti che monitorano la rete per conto della Presidente della Camera. Maggio 2013: Roma: Indagato un giornalista per la falsa foto della Boldrini nuda. Maggio 2013: Boldrini “Basta all’anarchia del web”. Maggio 2013: Emilia Romagna: Critica la … Continua a leggere

Caro Ministro, via quei docenti

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La vicenda della raccomandazione di un ragazzo da parte dell’ormai ex presidente della regione Umbria Maria Rita Lorenzetti ha in sé elementi grotteschi. Come e’ possibile leggere sull’articolo apparso su La Repubblica, la storia che emerge lascia allibiti non solo … Continua a leggere

Google Italy: quando la malafede distorce la realtà

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Oramai è un trend consolidato sulla stampa italiana: ad intervalli regolari, generalmente coincidenti con i periodi intercorrenti tra i report annuali delle varie corporations, fanno capolino tra le colonne dei giornali nostrani le notizie relative agli oneri fiscali sopportati dalle … Continua a leggere

Le Quattrocento Tasse

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L’idea è molto semplice: i consumatori spendono cifre elevate (dell’ordine delle centinaia di euro) per l’acquisto di smartphone e tablet? Benissimo: tassiamoli! In ogni caso sono prezzi sufficientemente elevati da non limitarne il consumo. Il lupo perde il pelo ma … Continua a leggere